Vittoria ed Elisabetta: regine a confrontobianca.pezzini
Dom, 08/09/2020 – 08:22


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Bianca Maria Pezzini

A 94 anni, dopo 72 di matrimonio e 68 di regno, il 18 luglio scorso Elisabetta II ha raggiunto un nuovo traguardo: 25mila giorni sul trono inglese, superando abbondantemente il precedente record della trisavola Vittoria. Il confronto tra le due monarche è inevitabile: sono infatti le sovrane che hanno regnato più a lungo nella storia della Gran Bretagna. Inoltre, “entrambe hanno contribuito al rafforzamento dell’immagine della monarchia in quanto monarchia familiare” spiega Vittoria Feola, docente di storia moderna dell’università di Padova con cui abbiamo ripercorso le tappe principali del regno di Elisabetta tracciando al contempo un raffronto con l’epoca vittoriana.

CULTURA

Nè Vittoria né Elisabetta erano eredi dirette ed entrambe sono salite al trono a seguito di eventi più unici che rari.

Il 6 novembre 1817 la morte di Carlotta di Hannover, figlia di Giorgio IV, lascia il trono britannico senza diretti successori. Il tragico evento fa presagire un futuro incerto: Carlotta era infatti l’unica delle nipoti legittime di Giorgio III, i cui figli o non erano sposati o lo erano, ma senza prole. A risollevare le sorti della linea di successione ci pensa Edoardo duca di Kent che sposa la principessa Vittoria di Sassonia-Coburgo. Dalla loro unione nasce una bambina: la futura regina Vittoria. Morto lo zio Guglielmo IV (1837), non essendo sopravvissuti altri discendenti legittimi, è lei a salire al trono a soli 18 anni.

Il destino che porta al potere la giovane Vittoria si ripresenta con Elisabetta. Il padre Giorgio VI diventa re a seguito della storica abdicazione del fratello Edoardo VIII, e la rende prima in linea di successione. Quando viene proclamata regina, nel 1952, “il regno si stringe intorno alla nuova sovrana; il consenso per la monarchia aveva risentito degli scandali che avevano portato alla rinuncia al potere di Edoardo VIII e anche della fine della guerra da cui la Gran Bretagna usciva sfiancata. Con l’incoronazione di Elisabetta il paese guarda con curiosità e interesse a questa nuova sovrana, riponendo in lei grandi speranze” afferma Feola.

Il periodo che si delinea davanti alla neo regina è la delicata fase della decolonizzazione, “che ha portato la Gran Bretagna a ritrovarsi da madrepatria del più esteso dominio territoriale mai esistito a un paese in declino economico”. Se Vittoria rappresenta il simbolo della storia imperiale e della politica espansionistica del paese – nel 1876 diventa imperatrice d’India – Elisabetta è legata al processo inverso che termina nel 1982, quando il Canada ottiene lo status di paese sovrano grazie al repatriation act. “Questo lungo periodo di transizione da impero a semplice stato europeo mi sembra sia stata una fase molto critica per il paese” afferma Feola “ed Elisabetta ha mantenuto un profilo costituzionale in linea con quello che la monarchia sempre più era diventata a partire dalla seconda fase del regno della Regina Vittoria, ovvero una monarchia familiare e costituzionale. Aderire a questo modello significa ricercare un equilibrio di poteri tra il sovrano e il parlamento: il regnante detiene una funzione di riconoscimento e ultima sanzione sulle decisioni prese, senza però possedere un effettivo potere di intervento. E infatti Elisabetta si è sempre mostrata estremamente rispettosa delle decisioni di Westminster”. Né poteva comportarsi diversamente. I tempi stavano cambiando: il potere decisionale del sovrano, già debole all’epoca di Vittoria, andava sempre più affievolendosi. Anche rispetto agli affari esteri la politica imperialista che aveva caratterizzato l’età vittoriana non era più sostenibile. L’insorgere di nuove entità nazionali non permetteva più una gestione colonialista così come era intesa nell’Ottocento ed Elisabetta si trova a governare un impero che si disgrega.

Qualche anno dopo il termine di questo processo di decolonizzazione si apre una fase di profonda crisi, scatenata dai dissapori tra Elisabetta e lady Diana principessa di Galles e culminata con la morte di quest’ultima. “Quel momento venne vissuto da molti inglesi come un tradimento da parte della monarca: dalla seconda fase del regno di Vittoria, con l’eccezione del problematico divorzio di Edoardo VIII, la borghesia britannica si era abituata all’idea di considerare la famiglia reale – e il sovrano a maggior ragione – come  espressione dei valori delle classi sociali agiate e rispettabili”. Tutto ciò era in contrasto con alcuni comportamenti tenuti da lady Diana, che avevano generato forti dissapori tra lei e la sovrana ed erano stati esposti dalla stampa e dai mass-media. In particolare, “le ultime interviste della principessa e poi la sua tragica scomparsa avevano relegato Elisabetta in una posizione molto scomoda, perché il suo ruolo di regina la chiamava a raccogliere i consensi della famiglia e quindi del paese”.

Diretta conseguenza della difficile situazione è stata una “reviviscenza del repubblicanesimo, anche a livello accademico, per tutti gli anni Novanta: grandi nomi di storici britannici si sono schierati in favore di un possibile cambio di forma di stato. La criticità è stata poi superata perché i consensi sono stati recuperati”.

A differenza di Elisabetta, dimostratasi poco abile nell’utilizzare i mass-media, soprattutto in relazione alla vicenda di lady Diana, Vittoria seppe sfruttare appieno tutti i mezzi a sua disposizione per comunicare con i sudditi e rafforzare l’immagine della monarchia: “spesso si serviva della stampa per pubblicare lettere, memoriali, impressioni di viaggio; si impegnò in progetti editoriali molto specifici in parte perché le interessavano, in parte perché così contribuiva a sostenere generi letterari in auge presso l’alta borghesia alla quale la famiglia reale tendeva la mano”.

Questo ha di certo avuto un forte impatto sulla società e la cultura del tempo. Vittoria non ha  influenzato solo la letteratura, ma anche la moda, il costume e la religione, dando un forte impulso alla moralità pubblica e privata. “La grande novità fu che a capo della chiesa d’Inghilterra vi era una donna che non propendeva molto per la versione anglicana del protestantesimo, ma era più incline alla visione della chiesa presbiteriana. L’esempio personale del suo modo di vivere la religione certamente ebbe un impatto sui sudditi di tutto impero”.

Invece, per quanto riguarda Elisabetta è ancora difficile valutare il portato culturale e sociale del suo regno perché non è ancora stato analizzato a fondo, al contrario dell’età vittoriana. Tuttavia, sostiene Feola “viviamo tempi in cui le celebrità si caratterizzano per la loro maleducazione quindi il comportamento molto dignitoso di Elisabetta può senz’altro essere largamente apprezzato, ma non riesco a immaginare un’influenza diretta sul buon costume delle masse. Dal punto di vista della generazione di profitti invece, non c’è alcun dubbio che abbia contribuito al rafforzarsi della vendita di tutto ciò che ha a che fare con la corona. Se fosse una monarca impopolare il merchandising non frutterebbe tanto”.

Molte sono le differenze tra le due regine, l’una simbolo della grandezza britannica, l’altra del ruolo che il paese ha avuto nel mantenimento degli equilibri internazionali. Tuttavia, entrambi i regni sono accomunati da un elemento: la famiglia come fondamento per ottenere il consenso dei sudditi. Vittoria l’ha raggiunto tramite un’influenza diretta e pervasiva, Elisabetta attraverso un dignitoso comportamento conforme all’orientamento dei valori tradizionali e della morale collettiva.

Il 18 luglio scorso la regina Elisabetta ha raggiunto un nuovo traguardo: 25mila giorni di regno. Pur avendo ormai superato di molto il precedente record della trisavola Vittoria, il confronto tra le due sovrane è imprescindibile. Ne abbiamo parlato con la professoressa Vittoria Feola, docente di storia moderna dell’università di Padova.
La regina Elisabetta II

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