La Nuova Via della Seta disegna gli equilibri geopolitici del XXI secolofrancesco.suman
Ven, 03/15/2019 – 08:44


Italian

Francesco Suman

Dopo i primi giorni di tensione, giungono le rassicurazioni di Sergio Mattarella dal Colle del Quirinale: il memorandum d’intesa che avvicinerebbe l’Italia alla Nuova Via della Seta cinese non deve destare preoccupazione perché è “molto meno pregnante” di tanti accordi bilaterali già siglati da altri 13 Stati membri dell’Unione Europea (Ue) con la Cina, già passati al vaglio della Commissione e dimostratisi in linea con il diritto europeo.

E oltre a Mattarella ora anche l’Ue fa sapere di non essere preoccupata dal memorandum d’intesa tra Italia e Cina, perché la politica commerciale è competenza dell’Unione e i singoli Stati hanno margini di manovra limitati.

Una “tempesta in un bicchiere d’acqua” ha detto il ministro dell’economia Giovanni Tria. Nonostante la dichiarata ostilità e i moniti pervenuti dagli Stati Uniti, persino il ministro degli Interni Salvini, che inizialmente aveva detto no al “colonialismo cinese”, non ha avuto nulla da obiettare alla colazione di lavoro tenutasi al Quirinale il 13 marzo tra il capo dello Stato, il premier Conte, i due vicepremier, i ministri degli esteri (Moavero), dell’economia (Tria) e della difesa (Trenta) e il sottosegretario Giorgetti. Anche se il giorno successivo Salvini ha dichiarato che nessun documento è intoccabile, nemmeno il memorandum.

Il timore, da molti condiviso, è che l’Italia possa fungere da testa di ponte per un approdo strategico della Cina in Europa. Il mercato cinese è quello con la maggiore crescita di domanda al mondo. Si tratta di un’opportunità per le esportazioni del made in Italy o piuttosto di un’esca che conduce alle trame di un piano egemonico?

La faccenda si farebbe davvero rischiosa se nell’intesa infrastrutturale tra Italia e Cina dovessero rientrare le reti delle telecomunicazioni. La compagnia cinese Huawei potrebbe mettere le mani sullo sviluppo della rete europea del 5G, il network di nuova generazione per la telefonia mobile. Questo comporterebbe una seria minaccia per la sicurezza, sia in termini di infrastrutture sia in termini di dati sensibili. Secondo gli ultimi aggiornamenti, tuttavia, la questione telecomunicazioni non rientrerebbe nel memorandum, che verrà discusso con Xi Jinping nel corso della sua visita in Italia tra il 21 e il 23 marzo.

Il presidente cinese sarà accompagnato da una delegazione di una settantina di leader dell’industria cinese. Le presenze più rilevanti sono quelle di China Communications Contruction Company, colosso delle infrastrutture (costruisce porti, strade, ponti, ferrovie) che supera ampiamente i 100.000 dipendenti; la China Railway Construction che gestisce l’alta velocità Pechino-Shanghai; la Power Construction e la China Gezhouba Engineering, leader nel settore idroelettrico; e ancora la Dongfang Electric e la Citic Consturction per il settore ingegneristico. Ma fondamentale sarà la presenza della China Export and Credit Insurance Coprporation, nota anche come Sinosure, compagnia che si occupa di assicurare il credito degli investimenti del governo cinese e che ha già coperto investimenti per circa 510 miliardi di dollari diretti a 1300 progetti della Nuova Via della Seta nei settori di energia, trasporti, telecomunicazioni e linee marittime.

Il piano viene chiamato in diversi modi: “Nuova Via della Seta”, One Belt One Road o Belt and Road Initiative (Bri). Le stime parlano di un’operazione complessiva da 900 miliardi di dollari e l’Italia sarebbe il primo Paese G7 ad aderire al maxi progetto infrastrutturale cinese, che prevede la partecipazione attiva circa 70 Paesi tra Eurasia, Medio Oriente e Africa, i quali riuniscono 4,4 miliardi di persone e producono circa un terzo del Pil mondiale.

È prevista l’apertura di due principali canali commerciali. Uno terrestre che comprende tre rotte che uniscono Cina, Sud-Est Asiatico, Medio Oriente ed Europa. La prima attraversa Kazakhistan, Russia e Polonia; la seconda, a nord, segue la linea della Transiberiana; la terza, più a sud, passa da Islamabad, Teheran e Istanbul. E uno marittimo, diviso in due rotte: una che si snoda tra Oceano Indiano, Mar Rosso ed Europa arrivando a Venezia. La tratta sarebbe di 2000 miglia più breve dell’attuale Shanghai-Amburgo, lunga 11 mila miglia, e prevede un ruolo per il porto di Trieste, Genova e Palermo. E una seconda rotta che unisce Pechino e le isole del Pacifico attraverso il mare della Cina.

SOCIETÀ

Il nome del progetto rimanda ai viaggi di Marco Polo nel XIII secolo o ai rapporti ancora più antichi di scambi economici tra impero romano e cinese. Già Alessandro Magno si spinse fino alle regioni dell’attuale Tagikistan mentre Marco Aurelio arrivò in Cina nel II secolo d.C. La Nuova Via della Seta però non vuole celebrare il passato, ma disegnare il futuro e fonda la sua ragion d’essere non solo sulle rotte commerciali, ma anche sulla creazione di nuovi equilibri geopolitici per il XXI secolo.

Il 7 settembre 2013 Xi Jinping dal Kazakistan annunciò per la prima volta la costruzione di una cintura economica (One belt) lungo la Via della Seta (One road), per connettere Asia, Africa ed Europa. Oltre alle infrastrutture, il piano sul lungo termine intende promuovere consultazioni politiche, libero commercio, integrazione finanziaria, comunicazione e interconnessione culturale tra i popoli. Una nuova proposta economica in quella fetta di mondo che è stata tagliata fuori dai vantaggi della globalizzazione, materia di cui ha goduto principalmente l’Europa Occidentale, il Nord America e l’Estremo Oriente. Nell’ottobre 2014 a Pechino è stata fondata la Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (Aiib), un’istituzione finanziaria che si pone come alternativa al Fondo monetario internazionale, alla Banca mondiale e all’Asian development Bank, per sviluppare progetti e infrastrutture in Asia e nel Pacifico. Una sessantina i Paesi vi hanno aderito, tra questi, nel 2015, anche l’Italia. Per la Nuova Via della Seta la Aiib ha già allocato 100 miliardi di dollari.

L’economia del Dragone ha bisogno di ingenti quantità di materie prime e derrate agricole, e per questo la Cina negli ultimi anni si è interessata ai Paesi Africani, promuovendone lo sviluppo infrastrutturale, com’è nel caso della linea ferroviaria elettrica tra Addis Abeba e Gibuti nel Corno d’Africa, dove però ha piazzato anche una base militare (accanto a quella francese, italiana, giapponese e statunitense). Il rapporto con i Paesi africani è controverso, tanto che la Cina viene spesso accusata di un neocolonialismo, il cui spettro si estende anche fuori dall’Africa.

Come riportato a gennaio dalla Cnbc, alcuni Paesi che in un primo momento avevano aderito alla Belt and Road Initiative (fra cui Pakistan, Sierra Leone, Malaysia, Myanmar e Bangladesh) hanno cancellato o posticipato gli impegni presi a causa dell’eccessivo indebitamento che i progetti infrastrutturali avrebbero comportato.

Un’altra casella fondamentale dello scacchiere cinese è il rafforzamento dei rapporti tra i Paesi emergenti del Brics (acronimo per Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), il cui vertice del settembre 2017 si è tenuto in versione “plus”, ospitando Stati come Egitto, Kenya, Tagikistan, Messico e Thailandia. E proprio l’Egitto potrebbe giocare un ruolo chiave nella nuova rotta marittima che passa per il Nord Africa, mentre Paesi del Centro Asia, attualmente sotto l’influenza della Russia di Putin (come Kazakhistan e Georgia), potrebbero vedere nuove opportunità nella proposta cinese.

L’invito a cogliere le “opportunità offerte dallo sviluppo cinese” è il medesimo messaggio che oggi viene recapitato all’Europa e all’Italia. E per quanto riguarda le reti delle telecomunicazioni non è da quest’ultima che arrivano le preoccupazioni maggiori, perché un dialogo sull’apertura a Huawei nelle telecomunicazioni è in corso tra Cina e Germania. Il governo statunitense ha minacciato di ridurre o addirittura cessare la cooperazione con i servizi di intelligence tedeschi laddove l’accordo dovesse andare in porto.

L’avvicinamento dell’Italia al piano cinese è oggi visto da molti come l’ennesimo esempio di frattura tra Stati membri dell’Unione Europea. Eppure già nel maggio del 2017 l’allora premier Gentiloni aveva partecipato a Pechino al Forum One belt one road dichiarando: “l’Italia può essere protagonista in questa grande operazione a cui la Cina tiene molto: per noi è una grande occasione e la mia presenza qui significa quanto la riteniamo importante”.

La Cina oggi fa già ottimi affari con altri Paesi europei, come Francia, Gran Bretagna e soprattutto Germania, che nel 2016 è diventato il maggior partner commerciale della Cina: Amburgo è tra i porti di riferimento per Pechino e gli scambi tra i due Paesi ammontano a un flusso di 170 miliardi di euro circa, con un attivo in favore dei tedeschi.

Nella sua visita italiana Xi Jinping ha in programma anche una tappa a Palermo: sarebbero infatti già in corso trattative con un fondo d’investimento di Shanghai per 5 miliardi, per fare del porto di Palermo uno dei più importanti centri del commercio marittimo d’Europa.

Con la firma del memorandum d’intesa, in occasione della visita di Xi Jinping, l’Italia sarebbe il primo Paese G7 ad aderire al maxi progetto infrastrutturale cinese, che prevede la partecipazione di circa 70 Paesi tra Eurasia, Medio Oriente e Africa. C’è chi accoglie con favore le nuove opportunità economiche e chi lancia un monito

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