Verso il ’22. ‘Disobbediamo!’ ovvero Rousseau sull’Adriatico mattia
Mar, 05/11/2021 – 07:36


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Mario Isnenghi

Ad essere revocate in dubbio sono – nel convulso primo dopoguerra aperto a vari sviluppi e soluzioni della crisi – le forme storiche della democrazia rappresentativa. Un uomo, un voto (proprio ‘un uomo’, alla lettera, e non ‘una testa, un voto’: niente donne elettrici, e questo apre tutta un’altra grande questione irrisolta, la condizione femminile, l’idea che si fanno gli uomini delle donne e le donne di se stesse, rispetto alla sfera pubblica).

Il suffragio maschile subito prima della guerra e la nuova legge elettorale di carattere proporzionale subito dopo parrebbero andare in quel senso: il diritto di tutti – gli uomini – ad accedere al voto, per eleggere i propri rappresentanti nelle amministrazioni locali e in Parlamento. O meglio: alla Camera. I deputati, non i senatori. Il Senato rimane di nomina regia. E dici poco come freno e correttivo alle… esuberanze elettorali del popolo sovrano. È una doppia limitazione: niente donne elette-elettrici e – per la grande maggioranza del corpo sociale – nessuna possibilità di accesso al Senato.

Nonostante questo, il passo avanti c’è, nei meccanismi – qualità e quantità – della democrazia rappresentativa e non è cosa da poco. Stando così le cose, sono ‘di destra’ o ‘di sinistra’ le forme di protesta che vediamo contestualmente emergere? Una problematizzazione non pregiudizialmente ostile e invece ottimista potrebbe leggere le circostanze dell’ammutinamento di reparti dell’esercito e la marcia di Ronchi, l’accorrere volontario di tanti giovani a Fiume, i colloqui sediziosi del Poeta Vate con il ‘popolo’ dalla ringhiera del palazzo pubblico, come sintomi, sì, di una crisi profonda delle istituzioni parlamentari, ma, nel contempo, come richiesta e avvio di una sorta di democrazia diretta.


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A ciascuno, secondo i tempi e le tecniche, la sua ‘piattaforma Rousseau’: Fiume come democrazia assembleare e nuova Atene, oltre che anti-Roma. Queste obiezioni serpeggianti alle decisioni del potere, queste prese di parola, dal basso, sono in continuità con la campagna per l’intervento nel 1914-15. Chiusa la guerra, a conferma e a rinforzo ci si può raccontare: facendo così – contrapponendo le assemblee popolari a Montecitorio, la piazza volitiva alle istituzioni dubbiose – abbiamo aperto un ciclo storico e vinto. E ora – ora 1918-‘19-‘20 – a guerra vinta, parola d’ordine: trincerocrazia! Sì e no in stile: prospettiva equivoca. La trincea è dei fanti, il soldato-massa. Fiume, delle avanguardie, e infatti in quel frangente i modelli di riferimento sono i garibaldini – nella storia del paese – e gli arditi, nella cronaca della guerra e nel vissuto di appena ieri. Gli ‘umili fanti’ stanno dall’altra parte, agiscono al comando di Nitti e di Giolitti, per contenere o reprimere quelle belliciste avanguardie.

Le identità sono rimescolate e in forse. Negando le regole di ingaggio, militari e politiche, questi   irregolari cosa sono e che cosa si sentono, dei corsari o dei pirati? (Non è discordante il linguaggio delle letture di romanzi d’avventura, con questo grande gioco, tra fanciullesco e dei grandi, che è l’impresa fiumana). Sopravvanzandole, ma bordeggiando accanto alle istituzioni, le interpretano – corsari con la tacita patente di una patriottica guerra di corsa – o irrevocabilmente le violano, spingendosi oltre nel mare aperto di un illegalismo sconnesso e assolutamente autonomo, piratesco?

A liberare la piazza e l’andare in piazza dai suoi storici presupposti di sinistra era stato nel 1914 Alfredo Rocco, il giurista nazionalista. Dal basso? Un dal basso di destra, di nuova destra? (A rimettere le cose a posto in senso autoritario penserà dieci anni dopo il Codice cui dà il suo nome come ministro fascista). Le interpretazioni autentiche verranno dopo. Intanto la stagione politica matura portando oltre non solo i meccanismi, i luoghi, ma alcuni uomini, leader in gestazione della nuova politica. Almeno una scappata a Fiume la fanno in tanti, prossimi fascisti e prossimi antifascisti. È la capitale di un mondo nuovo – assicura D’Annunzio, facendo marketing poetico -, il crogiolo alla Benvenuto Cellini dove i vecchi metalli vengono gettati e rifusi, ne sortiranno Persei.

CULTURA

Ad essere revocate in dubbio sono – nel convulso primo dopoguerra – le forme storiche della democrazia rappresentativa. Un uomo, un voto (proprio ‘un uomo’, alla lettera, e non ‘una testa, un voto’: niente donne elettrici, e questo apre tutta un’altra grande questione irrisolta, la condizione femminile, l’idea che si fanno gli uomini delle donne e le donne di se stesse, rispetto alla sfera pubblica

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