Verrocchio e la contaminazione di Leonardovalentina.berengo
Lun, 06/10/2019 – 09:58


Italian

Valentina Berengo

Di chi sono le mani ritratte qui sopra? E chi le ha dipinte?
La risposta è più articolata di quel che sembra. A disegnarle è stato un giovane Leonardo da Vinci alla scuola del Verrocchio nella Firenze laurenziana. Ha usato punta d’argento e punta di piombo, con ritocchi successivi a matita e biacca, con cui ha ottenuto l’effetto tridimensionale tipico della sua opera, attraverso cui, fino al limite dell’ossessione, voleva raggiungere il realismo perfetto. Queste mani (qui un dettaglio, l’opera Braccia e mani femminili è più ampia) le possiamo eccezionalmente vedere esposte alla mostra “Verrocchio il maestro di Leonardo”, curata da due tra i maggiori esperti del Quattrocento, Francesco Caglioti e Andrea De Marchi, a Palazzo Strozzi fino al 14 luglio. Prima d’ora, invece, erano appese nella Royal Library del Castello di Windsor della Regina Elisabetta, nientemeno.

Di chi sono? Sono della Dama dal mazzolino, il celebre busto in marmo del maestro di Leonardo, Andrea del Verrocchio, che severamente obbligava i suoi allievi a disegnare e ridisegnare tutte le sue opere. Far bottega per il Verrocchio significava precisione, dedizione, saper copiare, e poi dopo, inventare. Con lui, tra il 1460 e l’anno della sua morte, il 1488 (in cui lasciò incompiuta la statua equestre del Colleoni), si formarono Botticelli, il Ghirlandaio (a sua volta maestro di Michelangelo) e il Perugino (alla cui bottega si formò Raffaello): fu quindi precursore e in certa misura ispiratore di tutti i grandi a venire.

CULTURA

La dama dal mazzolino e le mani di Leonardo

A sua volta però aveva frequentato le botteghe di Donatello e di Desiderio da Settignano: la Dama dal mazzolino viene da qui, dal busto di giovane donna di Desiderio. Solo che il Verrocchio nella sua dama vi insuffla l’anima. Il modello della matrona romana, non riconoscibile e dalla bellezza idealizzata, diviene persona con sentimenti e stati d’animo. L’incarnato è perfetto, la veste lo disvela nelle trasparenze, le ciocche di capelli sono cesellate, da abile orafo qual era, e i ricami sulle maniche (i cosiddetti cuori rovesciati simbolo della famiglia Colleoni) sono preziosi.

Ma c’è di più. Il Verrocchio attribuisce al gesto un forte potere narrativo. E infatti i suoi busti, diversamente dai modelli precedenti, hanno mani e braccia, e se si osserva con cura la dama si nota che stringe le primule sì, ma fa attenzione a non sciuparle. Questo coglierà Leonardo nel suo disegno di allievo alla scuola del maestro, e lo farà proprio, in un’esausta ricerca del gesto, dell’espressione, dello sguardo, della profondità dei corpi e del pensiero, che tanto lo hanno portato a “schizzare” sulla pagina.

La mostra di Firenze è la prima retrospettiva mai dedicata a Verrocchio, ma nell’intento dei curatori va ben oltre: riunisce più di 120 opere tra dipinti, sculture e disegni per mostrare il fil rouge che lega il maestro alla sua bottega e all’arte successiva. Assumono rilevanza in questa esposizione ben congegnata anche le cosiddette “opere minori”, per esempio i profili di eroi ed eroine a foggia di cammeo fuori scala, in cui evidente è la tecnica dello stiacciato fiorentino, e che sono stati accostati due a due: Scipione l’Africano versus Annibale, l’uno del maestro l’altro della sua bottega, e così via. E per non deludere chi le ha studiate sui libri di scuola anche le opere maggiori: non poteva mancare il David in prestito dal Museo del Bargello e simbolo della Firenze rinascimentale, bronzo ottenuto con la tecnica della cera persa in origine coperto in foglia d’oro, che non doveva in nulla emulare quello del maestro di Verrocchio, Donatello, e che gli venne infatti come un giovincello vestito alla moda del trecento dal sorriso beffardo; o le madonne col bambino in cui il Verrocchio imprime i suoi marchi di fabbrica: mignolo rialzato, pollice a serramanico e gioielli preziosi, e, in quella di Berlino, la grande novità iconografica che il Perugino farà subito sua: il bambino appoggiato sul davanzale. 



 

Infine, proprio nei cinquecento anni dalla morte di Leonardo, una preziosissima nuova attribuzione. Nell’ultima sala della mostra, quando il visitatore si prepara a lasciarsi alle spalle – pieni gli occhi – le bellezze rinascimentali, in una teca di vetro trova una madonna col bambino di terracotta, che ha gli stessi occhi della Vergine delle rocce. È verosimilmente l’unica scultura di Leonardo, finora attribuita ad Antonio Rossellino e conservata al Victoria and Albert Museum di Londra.
Come dichiara Francesco Caglioti il curatore della mostra: “Restando a lungo nella bottega di Verrocchio, Leonardo dovette impararvi a modellare benissimo l’argilla, come ricorda Vasari: nella sua giovanezza di terra alcune teste di femine che ridono […], e parimente teste di putti che parevano usciti di mano d’un maestro“.

A Palazzo Strozzi a Firenze è in corso un allestimento garbato e affascinante che ripercorre l’opera di Andrea del Verrocchio ed evidenzia il processo di contaminazione avvenuto tra il grande maestro e i suoi (grandi) allievi. Uno su tutti, Leonardo da Vinci

has_gallery

hp
1

Comments

comments