Il culmine troppo prevedibile di una tragedia quotidianamattia
Mer, 11/13/2019 – 12:21


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Martino Periti

Sono passati 53 anni, ma la storia sembra non aver insegnato nulla. L’acqua alta che nella tarda serata di ieri ha devastato Venezia è arrivata a 187 centimetri sul livello medio del mare. Sono appena 7 centimetri in meno del massimo storico mai registrato in città da quando esiste un sistema omogeneo di rilevazione, quei 194 centimetri che, il 4 novembre 1966, segnarono per la Serenissima una svolta nella consapevolezza del destino che l’attendeva qualora non fossero predisposte misure straordinarie per la difesa della Laguna e del suo patrimonio umano, ambientale e artistico. 

L’acqua alta del 1966 fu un shock per l’entità e la relativa novità della dimensione del fenomeno. L’evento veneziano si inseriva in un quadro meteorologico generale disastroso, che avrebbe prodotto danni enormi in molte zone del Centro-nord d’Italia (come l’alluvione di Firenze). Le conseguenze a Venezia furono gravissime: più di 2.500 sfollati, 4.000 tonnellate di merci e materiali da buttare, 2.000 aziende artigiane danneggiate, un danno pari a 10 miliardi di lire dell’epoca per il settore del commercio. Al momento non abbiamo idea delle proporzioni del disastro di ieri: ma va detto che, rispetto ad allora, la differenza è tutta nelle statistiche. Secondo i criteri del Centro previsioni e segnalazioni maree del Comune, le acque alte considerate eccezionali sono quelle la cui punta è pari o maggiore di 140 centimetri sul livello del medio mare. Dal 1936, data della prima rilevazione accreditata del Novecento, e per tutto il secolo i casi in cui la laguna ha superato questo valore sono stati nove nell’arco di 64 anni: volendo calcolare una media, si tratta di una marea eccezionale ogni 7 anni abbondanti, con l’ultimo evento del secolo registrato l’8 dicembre 1992 (+ 142 cm). Se si guardano le statistiche dal 2000 in poi, i dati parlano di una svolta impressionante. Considerando il picco di ieri sera e la nuova punta (intorno ai 150 cm) registrata questa mattina, le maree oltre i 140 centimetri rilevate negli anni 2000 – 2019 sono in tutto dodici: l’incidenza negli ultimi vent’anni è quindi pari a un evento ogni anno e mezzo o poco più.

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Delle dodici maree del ventunesimo secolo, inoltre, dieci sono avvenute negli ultimi dodici anni, infittendo la media a quasi un evento all’anno. Bisogna considerare che con 140 centimetri d’acqua viene sommerso il 59% del centro storico. I 187 cm di ieri sera, invece, hanno invaso circa l’87% della città. L’entità dell’allagamento dipende dall’altitudine delle diverse zone di Venezia, la cosiddetta “quota di calpestio”: a Rialto è di circa 105 cm, quindi chi ieri sera si fosse trovato in prossimità del ponte sarebbe stato sommerso per oltre 80 centimetri. Molto peggio in piazza San Marco, il punto più basso di Venezia: lì la quota di calpestio media è di 80 centimetri, e quindi la piazza e i dintorni hanno visto l’acqua arrivare a quasi un metro e dieci sopra la pavimentazione.

La storia di Venezia è intrecciata con quella delle acque alte. Le cronache registrano inondazioni già in età altomedioevale. Le attestazioni divengono più frequenti dopo l’anno Mille. Sulla base delle cronache locali, gli studiosi stimano una frequenza di eventi catastrofici, come quello del ’66 e la marea di ieri sera, pari a uno ogni 150 anni fino all’età moderna.

Èdoverosa una parentesi tecnica. La storia delle maree a Venezia si lega, ovviamente, ai metodi utilizzati per rilevarle. La data di svolta è il 1867: fino ad allora, le notizie sulle acque alte si basavano solo sui resoconti, più o meno imprecisi, dei cronisti nelle diverse epoche, anche se da metà ottocento il Genio Civile assicurava valutazioni abbastanza attendibili. Ma la punta registrata quell’anno (vengono calcolati 153 cm) è la spinta per far dotare Venezia di strumenti scientifici di rilevazione, i mareografi, collocati nel tempo in varie zone della città. Dal 1872 al 1922, dunque, i valori vengono ottenuti da fonti diverse (Genio Civile, e mareografi); dal 1922 al 1982 si utilizza finalmente un metodo unitario, facendo riferimento al solo mareografo di Punta della Salute; dal 1983, infine, con l’istituzione del Centro Maree, la città si dota di una struttura di monitoraggio permanente, che fa sempre riferimento a Punta della Salute ma può avvalersi di metodi e analisi via via più sofisticati.

Tutto questo per sottolineare come le statistiche storiche vadano considerate nella disomogeneità dei mezzi utilizzati di volta in volta, e solo dagli anni Ottanta possano risultare pienamente coerenti. Resta il fatto che la periodicità degli eventi di acqua alta, e non solo quella eccezionale, si sono moltiplicati a dismisura.

Nei 147 anni compresi tra il 1872 e il 2018, le maree uguali o superiori a 110 centimetri (il livello a partire dal quale dovrebbe scattare la protezione delle paratie del Mose, il sistema di difesa di Venezia ancora in costruzione) sono state in tutto 296: di queste, 121 (il 40,9%) sono avvenute a partire dal Duemila, e addirittura 85 (il 28,7%) negli ultimi dieci anni. Per valutare la gravità delle maree, anche di livello modesto, va considerato, ad esempio, che la Basilica di San Marco inizia ad essere invasa dall’acqua quando la marea supera i 60 cm. È ancora presto per calcolare le conseguenze dei 187 centimetri d’acqua che ieri sera hanno deturpato Venezia.

Non è ancora troppo tardi, ci auguriamo, perché chiunque abbia a cuore la città gridi il suo sdegno contro la sua fine, mille volte annunciata e mille volte spregiata.

Le statistiche parlano chiaro: la disastrosa seconda acqua alta della storia di Venezia non è che il picco di un’emergenza che, negli anni, è divenuta consuetudine

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