Venezia 1600: la Repubblica fondata sul narcisismomartino.periti
Sab, 05/08/2021 – 11:03


Italian

Martino Periti

“Cussì in ti, mia Ninetta,/ me piase el guardo, el riso,/ el bel color del viso,/ la grazia del parlar./ In ti tutto xe brio,/ ma, quando arrivo al cesto,/ tutto me scordo el resto,/ meggio no so trovar”. Perché, per parlare dello spirito veneziano, citare tra i concittadini illustri proprio Giorgio Baffo, il patrizio settecentesco autore di notissime (e criticatissime) poesie licenziose? Perché la biografia di questo Casanova ante litteram, dalla vita meno avventurosa ma di fantasie altrettanto indomabili, riflette alcuni caratteri tipici della venezianità: da un lato l’amore per la patria, la bellezza, un senso di appartenenza che lo porta a ricoprire uffici pubblici e magistrature senza risparmiarsi; dall’altro una vena anticonformista, una specie di orgogliosa, beffarda irrequietezza che nasce, forse, dalla consapevolezza di un privilegio: aver ereditato una posizione, una rendita che non si misura solo in termini materiali, ma deriva dal condividere una tradizione e un patrimonio unici, il piacere e il vanto di vivere in un luogo imparagonabile a qualunque altro insediamento umano. Una visione aristocratica in senso lato, che nel tempo accomuna popolani e borghesi, operai e professori, membri (sia pure, in passato, con drammatiche differenze sociali) dello stesso circolo esclusivo: quello che cinge il cosiddetto “centro storico” veneziano, i sestieri della città-pesce, l’isola al centro della Laguna a paragone della quale ogni posto è, secondo chi la abita, contado, una periferia remota, spregiata e anomala, perché è separata dal suo nucleo da un bacino acqueo che, nella visione dei Veneziani titolati, rappresenta l’invalicabile fossato tra meraviglia e piattezza, prestigio e grigiore, storia di egemonia e storia di subalternità.

D’altronde, se Venezia è un sogno fattosi pietra, chi ci vive ritiene di acquisire, di diritto, una quota di questa malia quotidiana, e divenire arbitro delle regole che la governano. Delle innumerevoli definizioni di Venezia, una delle più vere è quella, solo in apparenza riduttiva ma illuminante, che ne diede Guido Piovene: “Una città-casa: rii e calli e campi sono in pratica corridoi, salotti, ingressi e uscite. Venezia è la casa di chi vi entra anche la prima volta”. È proprio così. Venezia è piccola, vi si accede e ci si sposta a piedi o in barca, con lentezza e gradualità impensabili altrove, e questo consente di gustarne ogni frammento di piacere estetico, cromatico, luministico. È un senso di confortevolezza, quiete e splendore a nostra disposizione, perfezione rasserenante che possiamo toccare e gustare senza alcun impedimento (che siano rombare d’auto, circonvallazioni, transenne, bidoni dell’immondizia, brutture urbanistiche, testimonianze storiche recise). Una casa-gioiello, possedibile perché piccola ma, diversamente da un borgo, cosmopolita e sontuosa. E se l’intuizione di Piovene era più avvertibile in passato, nei secoli che hanno preceduto il turismo di massa (ed è tornata palpabile nella Venezia deserta, stupenda e tetra, del post-Covid), si può sperimentare anche in mezzo alla folla, acquattandosi in una fondamenta o un campiello sconosciuti al flusso umano, a pochi passi dalle pizze al taglio. Oppure girando nottetempo.

Ma se essere veneziani significa detenere il monopolio del sogno, le sue chiavi d’accesso, la venezianità è un concetto che emana ambivalenza: quella che sorge dall’appartenere a un antichissimo club. E quindi è informalità, fratellanza, sostegno verso chi condivida il privilegio; è benevola condiscendenza (con limiti precisi) verso il “foresto”, l’ospite fisso straniero, il diverso; ma è anche una formidabile rendita di posizione che induce, e legittima, la tendenza allo status quo, la riluttanza all’innovazione che mina equilibri e alleanze, fonti di antichi vantaggi. Il declino di Venezia nasce anche da questa ambiguità: venutone meno il ruolo storico, il destino della città è sempre più dipeso da quello che il giornalista e scrittore Carlo Della Corte definiva l’“aggraziato cinismo” della sua parte purtroppo prevalente (“Se fossi Lévi-Strauss ai tropici avrei preferito la laguna. C’è un rituale di vita, ormai consustanziato nei veneziani, che ha qualcosa di tribale, di irripetibile altrove”). Dovendo fronteggiare la modernità in un luogo eccezionalmente antimoderno, la venezianità si è tradotta dapprima in interventi spropositati, frutto di una mentalità ancora padronale, in cui gli ultimi maggiorenti ritenevano di poter stravolgere il sistema senza ritegno. Poi, con il passaggio definitivo del governo a una élite borghese senza lungimiranza, ha prevalso questo post-aristocratico senso del privilegio, un’arguzia indolente che trascinava il territorio verso una tendenza alla conservazione assoluta, in cui il valore di riferimento si traduceva nella ricerca del massimo risultato con il minimo sforzo.

Si deve all’aggraziato cinismo, in fondo, l’esito del grande dibattito su Venezia degli ultimi decenni, intoccabilità contro adeguamento alle esigenze di una città contemporanea. Laddove innovare non significava costruire grattacieli in Laguna ma ripensare la mobilità, gli accessi, la ricettività, i servizi, il lavoro, le politiche della residenza, ha trionfato il caparbio aggrapparsi all’esistente in quanto (al momento) vantaggioso, ben infiorato di nobili motivazioni sulla necessità di preservare la casa-gioiello da barbariche tinteggiature o arredi di pessimo gusto. Il risultato è comune ai destini di tante aristocrazie: perso il contatto con una realtà che stava stravolgendosi, la rendita di posizione ha finito con l’inaridire la sua fonte, fino a rischiarne l’estinzione.

Quale potrebbe essere, allora, la venezianità del terzo millennio, quella che prenda atto del fallimento di quella storica e tenti di salvare un palazzo mandato in rovina dai suoi custodi? Verrebbe da dire che all’aristocrazia ereditaria della rendita di posizione andrebbe sostituita l’aristocrazia dello spirito, quella di tutti coloro, nel mondo, che (senza fine di lucro) amano Venezia e vogliono aiutarla a vivere, immaginando un modello che consenta di sfruttare le sue ricchezze senza prosciugarla di abitanti, di civiltà, di vivibilità. Essere veneziani oggi, allora, significa essere disposti a contribuire con tempo, idee, investimenti a modificare una mentalità e un immobilismo che, da decenni, stanno uccidendo Venezia. Significa unirsi nel tentativo di riformare Venezia, per salvarla. Quale delle due aristocrazie prevarrà? Il riformismo della Venezia-città o la conservazione della Venezia-McDonald’s? Se la storia (recente) è maestra di vita, temiamo, purtroppo, di conoscere la risposta.

SOCIETÀ

Il declino della città è strettamente legato alla sua bellezza, che induce a conservare rendite di posizione ed evitare innovazioni che mutino equilibri consolidati. Il suo futuro dipende da quanto si saprà rischiare

Fuochi del Redentore a Venezia
hp
1

Comments

comments