Il velo islamico: quando Erdoğan diventa liberalealessandra.saiu
Ven, 02/08/2019 – 11:22


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Alessandra Saiu

Nel 1923 venne fondata la Repubblica di Turchia da Mustafa Kemal Atatürk, il quale attuò una serie di riforme per laicizzare lo stato e per dividere le tradizionali usanze religiose dalla sfera civile. Infatti, proibì l’uso di alcuni capi, come il fez per gli uomini, e lasciò le donne libere di scegliere se indossare il velo o meno, ma suggerendo di rinunciarvi. Per questo motivo, negli anni ’90, alcune forze militari e politiche fecero pressioni affinché venisse proibito alle donne l’uso del velo negli spazi pubblici. Il velo poteva essere indossato nelle moschee, ma non in ufficio, sul posto di lavoro o a scuola.

Nel 2005, la studentessa Sara Akgül, che frequentava l’università Boğaziçi di Istanbul venne espulsa con provvedimento disciplinare perché si rifiutò di lasciare a casa il proprio velo. Infatti, la ragazza non avrebbe potuto partecipare alle lezioni o sostenere gli esami col capo coperto, tuttavia decise di non sottostare alla legge, perché, come altre donne turche, riteneva che togliere il velo avrebbe significato rinunciare a parte della propria identità. La ragazza, per questo motivo, perse la propria borsa di studio e dovette rinunciare alla conclusione del corso di studi.

SOCIETÀ

L’Akp di Erdoğan, partito conservatore e di ideologia filo-islamica, al potere dal 2002, sfruttò il caso della Akgül come emblema dell’ingiustizia che la legge, ispirata dal padre della moderna Turchia, poteva creare. Il divieto di indossare il velo venne implementato negli anni ’80 e rafforzato nel 1997, quando le forze militari costrinsero il governo conservatore di Necmettin Erbakan alle dimissioni. Da allora, le donne turche sono state costrette a decidere tra le proprie istruzione e carriera e la propria fede.

Nel 2008, l’Akp fece cadere il divieto di indossare il velo all’università. Perciò nel 2009 l’Akgül ci si iscrive nuovamente per poi laurearsi nel 2012. Dopo una prima sentenza emanata dalla Corte Costituzionale nel 2014, è arrivata quella finale nel dicembre 2018: i giudici hanno riconosciuto che la ragazza è stata ingiustamente privata del suo diritto allo studio e ha disposto non solo la riassegnazione della borsa di studio (che la studentessa restituì nel 2005), ma anche un indennizzo di ventimila lire turche per i danni derivati dalla brusca interruzione della sua carriera scolastica.

Alcune donne turche parlano della loro esperienza: durante gli anni trascorsi all’università non si sentivano loro stesse senza il velo. Alcune, pur di non rinunciarvi, andarono a studiare all’estero

Nel 2013 venne tolto il divieto di indossare il velo per le donne impiegate nell’amministrazione pubblica, nel 2014 toccò alle scuole superiori pubbliche, con rimostranze da parte di Veli Demir, a capo del sindacato Egitim Is, che paventò il ritorno della società turca al Medioevo. Nel 2017, il ministero della Difesa turco annunciò che le donne dell’esercito avrebbero potuto, da lì in poi, indossare il velo purché fosse indossato sotto il berretto, fosse dello stesso colore delle uniformi e non avesse disegni di alcun genere. 

Per molti non musulmani è difficile orientarsi tra i diversi tipi di velo islamico che sono in uso. Innanzitutto, è importante ricordare che lo stile cambia da paese a paese, a seconda della tradizione e della storia, e che in alcuni stati a maggioranza islamica è obbligatorio indossare il velo, mentre in altri è facoltativo. In questi ultimi si potranno comunque verificare delle pressioni di natura sociale e famigliare, che influenzeranno il modo di vestire della donna.

Burqa, Chador, Niqab e il più famoso e diffuso Hijab rappresentano stili diversi di vivere la propria fede per le donne musulmane. Perché esistono così tante declinazioni, se il libro sacro di riferimento è uno, cioè il Corano? Naturalmente bisogna mettere in conto l’influenza della cultura e delle tradizioni locali e, non ultima, l’interpretazione delle autorità religiose.

La scrittrice Samina Ali in una Ted Talk del 2017 ha spiegato il suo punto di vista, di musulmana americana, sulla questione: “Nel 600 d.C. il profeta Maometto si ritrovò a dover risolvere una questione sociale, perciò, come altre volte, si rivolse ad Allah. Il problema era che le donne nella città di Medina, in Arabia Saudita, potevano cadere preda di malintenzionati e molestatori quando la notte, a seguito di necessità fisiologiche, si addentravano nei boschi”.

“Per questo motivo Allah disse a Maometto: così da non essere riconosciute e molestate>>.  Infatti, all’epoca, un certo tipo di veste, lo jilbaab, rappresentava lo status symbol di donna libera, perciò un molestatore, vedendo quel tipo di abbigliamento sarebbe stato scoraggiato dal farle del male, perché la donna sarebbe stata protetta dal suo clan e lo avrebbe denunciato. Invece una donna di condizione inferiore avrebbe potuto essere preda facile dei malintenzionati. Perciò l’uso diffuso e comune dello jilbaab avrebbe risolto il problema, confondendo eventuali assalitori“.

Tuttavia, essendo allora la società profondamente gerarchizzata, non era ben accetto che una schiava vestisse come una donna libera, soprattutto in considerazione del fatto che la schiava sarebbe stata intralciata nel suo lavoro, se avesse indossato delle vesti del genere. Perciò, come racconta la scrittrice, degli studiosi musulmani posero due condizioni che avrebbero dovuto essere soddisfatte per l’abbigliamento femminile: la funzione della donna per la società di appartenenza, il suo ruolo, quello che potrebbe oggi essere definito come il suo lavoro e la sua specifica appartenenza culturale e tradizionale. Secondo la scrittrice, le disposizioni sull’abbigliamento femminile vennero lasciate intenzionalmente vaghe perché la donna musulmana potesse scegliere, in accordo con le proprie esigenze e col passare del tempo, come vestirsi.

“Per quanto riguarda il termine hijab prosegue Samina Ali “il cui significato oggi è subito ricollegato al velo islamico, questo compare nel Corano non in riferimento all’abbigliamento femminile, ma col suo significato letterale di barriera o separazione. In più di 6000 versi che compongono il testo sacro, solo 3 versi fanno diretto riferimento all’abbigliamento femminile: il primo è quello che venne rivelato al profeta per confondere i molestatori, il secondo raccomanda alle mogli del profeta di vestirsi modestamente, visto il loro ruolo nella società, per dare l’esempio, il terzo venne rivelato in riposta a una situazione storica: la moda pre-islamica prevedeva che le donne indossassero un foulard sulla testa, chiamato Khimar, che veniva lasciato lungo sulla schiena. La donna indossava un corpetto, che lasciava aperto esponendo il seno, quando l’Islam si diffuse, venne rivelato il verso che raccomandava che il seno venisse coperto con la coda del foulard o qualsiasi altra veste”.

Perché, quindi, oggi esistono una varietà di veli che coprono quasi integralmente o meno le donne musulmane? Conclude Ali : “Alcuni clerici, ma non tutti, hanno letto e interpretato i versetti rivelati al profeta in un certo modo. Il primo sull’abbigliamento, per esempio, in alcune traduzioni riporta una specificazione molto lunga su cosa sia una veste: un velo che deve ricoprire integralmente la donna, lasciando scoperto solo un occhio perché questa possa vedere dove cammina”.

La questione non è semplice. Tuttavia, il divieto di indossare il velo non sembra essere la soluzione più equilibrata, tanto quanto l’imposizione di esso. Le donne musulmane dovrebbero avere la libertà di scegliere come esprimere la propria fede, senza pressioni sociali, famigliari o politiche. Basandosi sull’interpretazione del Corano che più si adatta alle proprie credenze e cultura e alle proprie necessità.

 

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Nel 2005 una studentessa turca venne espulsa dall’università perché rifiutava di togliersi il velo, il partito conservatore di Erdoğan ha potuto approfittarne per raccogliere i favori delle musulmane. Perché lo stile del velo islamico cambia da paese a paese e perché in alcuni paesi è facoltativo indossarlo e in altri è obbligatorio? Cerchiamo di capirlo col racconto di Samina Ali

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