UniversoPoesia. Quei versi che a scuola si imparavano a memoria insegnano la creativitàfederica.dauria
Ven, 07/24/2020 – 10:00


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Federica DʹAuria

La maestra chiama il tuo nome, ti alzi in piedi e inizi a declamare (fiero, oppure insicuro e balbettante): “Ei fu. Siccome immobile, Dato il mortal sospiro…”
Molti sono ancora capaci di ripescare dalla mente le poesie imparate a memoria durante gli anni di scuola, per quanto possano averle odiate un tempo e ricordate con un sorriso oggi.
C’è infatti chi, una volta cresciuto, correndo con la mente a quegli anni trova persino conforto nel ricordarsi ancora le poesie, intere o frammentate, che da piccolo aveva studiato. Dopotutto, dà una certa soddisfazione ricordarsi ancora quei versi memorizzati con tanta fatica.

Un aspetto che forse non ci è mai stato chiaro, però, è: perché le poesie vengono fatte imparare a memoria? Serve a far sviluppare il senso del dovere? O ad allenare la memoria? In effetti, intellettuali come Umberto Eco e Daniel Pennac si sono schierati a favore di questo metodo educativo.

Per riflettere su questo argomento abbiamo chiesto l’opinione di Marina Santi, professoressa di didattica e pedagogia speciale al dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata dell’università di Padova.

“Imparare poesie a memoria è una pratica didattica assai sedimentata nella tradizione scolastica, ritenuta utile per diversi motivi”, commenta la professoressa Santi. “Alcune ragioni sono riconducibili a solide credenze educative di tipo “popolare”, che associano lo sforzo della memorizzazione al valore della “disciplina” propria degli alunni di buona condotta e attività propedeutica allo studio. A latere di questa credenza sta l’idea diffusa che memorizzare sia semplicemente un’utile abitudine, necessaria laddove si aspiri ad una carriera scolastica di successo, ancora fortemente basata sul nozionismo.

Tali ragioni sono state ritenute obsolete, quando non addirittura criticate e viste con sospetto nella prospettiva più recente dell’attivismo pedagogico. Alcuni studiosi e intellettuali ne hanno ora riscoperto il valore: dal punto di vista strettamente cognitivo, si sostiene che imparare una poesia sia sicuramente un buon modo per esercitare la memoria a breve e lungo termine, allenando, al contempo, sia il richiamo meccanico (utile nelle routine quotidiane) che l’associazione semantica (utile nei momenti critici); dal punto di vista più largamente culturale, i contenuti delle poesie ricordate ci dotano di un buon bagaglio di conoscenze “spendibili” nelle diverse circostanze della vita, aprendoci orizzonti di senso magari non immediatamente riconducibili alla nostra diretta esperienza. In tal senso, intellettuali illustri come Eco e Calvino ne hanno fatto l’elogio, sostenendo esplicitamente l’importanza di ricordare le poesie imparate a scuola per avere a disposizione uno sguardo alternativo sul mondo. Sicuramente, entrambe queste prospettive sono accoglibili come argomenti a sostegno di questa pratica, che appare come intramontabile e come un investimento cognitivo e culturale sicuro. Personalmente condivido il valore di questa pratica, ma da una terza prospettiva, forse più insolita e di rado connessa alla memorizzazione poetica, sebbene più urgente nella nostra scuola: la potenzialità creativa.

CULTURA

In che modo la memorizzazione del vecchio può agganciarsi alla generazione del nuovo? Il legame tra ripetizione e creazione sembra di tipo oppositivo e probabilmente si tende a non collegare l’inventare al ricordare! Eppure, imparare a memoria una poesia, così come una tabellina, non si esaurisce nella mera ripetizione di una sequenza, ma contiene l’internalizzazione di sintassi, concatenazioni, vincoli e possibilità, legami e trame che organizzano i linguaggi espressivi. Dietro e dentro una poesia, che sia in endecasillabi o futurista, condensata in un verso o estesa in un poema, c’è sia un contenuto che una forma estetica che vale la pena di ricordare per appropriarsi della cultura; in tal senso, la poesia a memoria è un ottimo fine accrescitivo. Ma imparando poesie, ciò che possiamo internalizzare è soprattutto una memoria poetica come mezzo creativo. Ogni poesia imparata a memoria lascia una traccia che arricchisce un repertorio di possibilità, in termini di analogie e di metafore, di variazioni, di allusioni, ma anche di trasgressioni e violazioni profonde dell’originale, ma sempre con un ancoraggio alla ripetizione, unica strada percorribile per deviare nei sentieri della creatività umana.

Imparare a memoria una poesia è dunque più importante per ciò che ricordarla ci consente, piuttosto che per ciò che essa è. Ogni poesia a memoria porta con sé la memorizzazione di una mappa, che suggerisce modi di leggere la realtà attraverso forme di relazione tra le parti che, una volta incarnate e fatte proprie dagli individui, diventano capacità di meta-lettura del mondo simbolico, vere e proprie geografie alternative con cui orientarci con nuovi punti cardinali entro i nostri campi linguistici e di esperienza.
Le poesie rappresentano allora una possibilità di strutturazione dei significati, che possono tornarci alla mente anche per leggere un evento che tendenzialmente non si presenta ai nostri occhi con una poesia. Possiamo dunque vedere poeticamente un’espressione algebrica, ascoltare poeticamente un ritmo corporeo; rintracciare la sua struttura in un quadro o nell’urbanistica di una città…”

L’idea che l’apprendimento mnemonico possa stimolare la creatività può sembrare, a prima vista, paradossale. Ma la creatività si può anche imparare e allenare.

Come spiega la professoressa Santi, infatti, “dato che la creatività umana non è mai un’invenzione dal nulla, ma è sempre il trasferimento di qualcosa da un campo a un altro, sarà importante alimentare costantemente quella capacità che permette di passare da un apprendimento riproduttivo – su base algoritmica – ad uno produttivo, su base generativa, come sostiene Gregory Bateson. Proprio lui sostiene che la forma di apprendimento più elevato, ovvero il deuteroapprendimento, che ci consente di imparare ad imparare, e il meta apprendimento, che ci consente la costruzione di “mappe” di interpretazione dei campi di esperienza, si appoggi su apprendimenti ripetitivi su cui operiamo trasferendo e trasformando i significati.

In altre parole, la creatività è fatta di variazione della ripetizione: attraverso progressive variazioni e trasferimenti di codici da un campo a un altro, ovvero portando altrove le mappe che possediamo, possiamo dare spazio alla creatività. Ripetere diventa dunque non un esercizio fine a se stesso, ma la componente “tecnica” di un atto di ricerca spontaneo. Ne è esempio emblematico l’esperienza dell’improvvisazione, che permette di “trovare” nella propria memoria meccanica routine utili per riconoscere tracce del vecchio nel nuovo e stimoli nuovi nel vecchio. L’imparare a memoria sta infatti alla base di molte arti “performative” come il jazz, il teatro, la danza, o la commedia dell’arte: è il paradosso della genialità umana il fatto che alla base della spontaneità ci sia la memorizzazione della tecnica”.

Naturalmente, però, se ci si accontenta di una memorizzazione puramente meccanica della poesia, allora lo sforzo di impararla diventa vano e semplicemente ostico. Aver dovuto imparare le poesie a memoria in questo modo, non rischia di minare l’amore per la poesia?

“Per dare avallo pedagogico alla pratica dell’imparare poesie a memoria a scuola occorre che ci sia un’intenzionalità didattica che vada al di là della mera prassi dell’automatismo o della finalità culturale generica o, peggio, dell’esercizio indiretto di dispositivi morali”, commenta la professoressa Santi. “Memorizzare per inventare presuppone un diverso design dell’azione didattica complessiva, volgendola alla creatività e non al nozionismo.
Per questo è importante scegliere poesie alternative, poesie che propongano strutture e ritmi diversi, in modo tale che l’alunno possa appropriarsi con esse di forme diverse del poetare e cogliere le istanze della variazione poetica. Una didattica consapevole può davvero trasformare una pratica tradizionale rendendola innovativa, cogliendo la dimensione “trasgressiva”, dell’esercizio della ripetizione, accompagnandola ad occasioni evocative e generative. Anche il modo di imparare a memoria può diventare occasione creativa e di confronto tra differenze: la “consegna” di imparare – a casa ma anche a scuola – una poesia diventa un’occasione per scoprire il proprio modo di imparare a memoria (trascrivere? rileggere? recitare? cantare? I canali per imparare sono tantissimi) e confrontarlo con quello degli altri, ampliando la gamma di opportunità di crescita che questa pratica porta con sé e esplorando insieme forme diverse della memoria sia personale, che collettive.

Quindi non basta portare questa pratica a scuola, ma occorre darle un senso e fare sì che conoscere a memoria poesie abbia un valore nella costruzione del progetto di vita delle persone, perché la grande capacità umana è quella di trasformare un meccanismo in una ricerca, un inventario in una invenzione – come suggeriva Bacone – ed è proprio questo il “salto” che dev’essere coltivato.
Un salto che consente l’esperienza assai gratificante e “speciale” di ritrovare, quando meno ce lo aspettiamo e come se fosse lì pronta ad aspettarci nella memoria, una poesia. E ciò succede quando è stata in qualche modo sentita, ripetuta, interiorizzata”.

 

Imparare le poesie a memoria, come si faceva a scuola, non è solo un mero esercizio mnemonico, ma può diventare un’opportunità per allenare la creatività

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