Trump e quel difficile rapporto con i socialanna.cortelazzo
Dom, 06/28/2020 – 09:34


Italian

Anna Cortelazzo

Il rapporto dei personaggi politici con i social network è sempre un po’ di amore e odio. Partiamo da una considerazione: “saper usare i social network” vuol dire tutto e niente. Qualsiasi strategia digitale, infatti, prenderà le mosse dall’obiettivo individuato, e solo conoscendo quest’ultimo saremmo in grado di capire se la strategia social è costruita bene o male.
A volte quest’obiettivo si può immaginare: pensiamo per esempio a tutti quei politici che mirano a diventare virali parlando alla pancia dei cittadini. Altre volte, invece, non è così evidente, e questo accade per due motivi opposti: o la strategia social è molto elaborata, quindi le operazioni di reverse engineering diventano particolarmente complicate, o non c’è proprio: si naviga a vista e si rischiano scivoloni.

C’è anche un terzo caso: la strategia ci sarebbe, ma poi il politico ci mette del suo, vanificando alle volte tutto il lavoro fatto a monte dai professionisti. Potrebbe essere questo il caso di Donald Trump, che su Twitter alterna post istituzionali, per quanto molto schierati, a uscite discutibili.
A prescindere dall’efficacia, Trump fa un ampio uso dei social network per veicolare le sue idee, soprattutto in vista della sfida elettorale di novembre. Alcuni social, però non ci stavano: Twitter, in particolare, aveva deciso di dare una stretta alle bufale, partendo proprio dai cinguettii del presidente. Uno “scandalo” annunciato da tutti i giornali, che in realtà si limita all’invito del social, esplicito ma non evidentissimo, di controllare la veridicità di ciò che il presidente postava su altri media indipendenti. Un atto dovuto o un’intollerabile presa di posizione? Ai posteri l’ardua sentenza, ma di sicuro, trattandosi di politica, ha scatenato un pandemonio.

Non si sa, ma si può immaginare, se la trovata di Twitter sia stata la miccia che ha fatto scattare la vendetta: il presidente ha emanato un ordine esecutivo contro la censura basata su opinioni politiche. Detta così, sembra bellissima: un dardo scagliato in nome della libertà di espressione. Peccato che il confine tra bufala e opinione personale sia talvolta molto labile e in questo caso le premesse sono piuttosto pericolose. Semplificando un po’, secondo Trump se i social network esercitano una censura, selezionando di fatto i contenuti pubblicati al loro interno come fanno, per esempio, le testate giornalistiche, diventerebbero dei creatori di contenuti, perdendo le tutele previste dalla sezione 230 del Communications Decency Act.
La differenza, rispetto a ora, sarebbe sostanziale, perché, in quanto creatori, i social network avrebbero la responsabilità legale di ogni contenuto postato dai loro utenti. Una cosa ingestibile, visto l’altissimo numero di iscritti e dei contenuti da controllare.

SOCIETÀ

Adesso la questione è nelle mani della Federal Communications commission (Fcc), l’agenzia governativa ma indipendente che si occupa di telecomunicazioni. Vedremo come andrà a finire, mentre Mark Zuckerberg, che non si è mai preoccupato molto di censurare i contenuti sulla sua piattaforma, si frega vigorosamente le mani.

Ma chi di social ferisce di social perisce: il 20 giugno Trump aveva organizzato un comizio a Tulsa, in Oklahoma, in una struttura da 19.000 posti e le cose non erano andate secondo i piani. Alcuni adolescenti hanno organizzato, tramite il social media TiTok, una protesta diventata virale, prenotando posti che non intendevano occupare. Un successone, se si pensa che a Tulsa si sono presentate poco più di 6000 persone, ma forse l’impatto della protesta è stato sopravvalutato: le prenotazioni non erano a numero chiuso, e prenotare in anticipo non dava automaticamente diritto a entrare nel palazzetto. È ragionevole pensare, però, che questi ragazzi abbiano creato notevoli problemi organizzativi, specie per quanto riguarda la promozione dell’evento: non sapendo se quelle prenotazioni fossero frutto della beffa o di autentico interesse, lo staff di Trump si è probabilmente trovato spiazzato per quanto riuarda la sponsorizzazione, soprattutto online, del comizio. Nel milione di richieste arrivate, quante erano dei TikTokers e quante di cittadini interessati? Bisognava insistere con la promozione e rischiare di lasciare fuori molte persone o lasciare il palazzetto semivuoto? Il risultato lo abbiamo visto, e anche se l’insuccesso non è da attribuire in toto a questa iniziativa, i social continuano a essere per Trump una bella gatta da pelare!

Tra il flashmob virtuale organizzato dai giovani TikTockers per sabotare il suo comizio e l’avviso anti-bufale di Twitter, si può dire che Trump non abbia un rapporto idilliaco con i social network. Tant’è vero che ora gli fa la guerra

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