Le tante matrioske dell’autobiografia di Mario Isnenghimattia
Lun, 10/12/2020 – 11:15


Italian

Fabrizio Tonello

L’autobiografia di Mario Isnenghi è intitolata Vite vissute e no ma potrebbe tranquillamente chiamarsi Matrioske del Novecento perché è un libro dove stanno dentro moltissime cose, all’inizio invisibili, come nelle bamboline russe tutte uguali, piazzate l’una dentro l’altra. La bambola più grande, che tutto raccoglie in sé, è ovviamente quella di Venezia: in copertina ne vediamo i canali, i ponti, le altane e, a malapena riconoscibile in lontananza, palazzo Corner sul Canal Grande. Una Venezia che non è solo città natale dell’autore ma anche luogo di insegnamento per vent’anni, a Ca’ Foscari: “Credo di esser nato e cresciuto, da quando ho coscienza di me, con un senso di diversità: un po’ indotto dai luoghi, un po’ cucito addosso dagli altri. Sempre tenendoci molto, fieramente, quasi ci fosse in questa venezianità un merito personale. Senza il più vago sentore di Marghera e Mestre”. Una matrioska, quella di Venezia-Padova, in cui si scopre anche quale formidabile laboratorio di intelligenze siano state le due città negli anni Sessanta, in cui si mescolavano la generazione di Gaetano Cozzi, Wladimiro Dorigo e Cesco Chinello, nati negli anni Venti, con quelle dello stesso Isnenghi, Gianni De Michelis, Toni Negri, Silvio Lanaro e Massimo Cacciari, nati fra il 1933 e il 1944.

CULTURA

In realtà Isnenghi è un moderno Marco Polo: qualcuno che ha molto viaggiato per tornare poi agli amati campi e campielli (benché oggi continui ad abitare a Padova). Il viaggio, nel suo caso, è più nel tempo che nello spazio, perché fece la sua gavetta di docente nelle scuole superiori di Feltre e Chioggia (sempre domini della Serenissima) per poi intraprendere una brillante carriera universitaria a Padova e Torino ma non in altri atenei. Viaggio nel tempo, dicevamo, perché da storico si è molto occupato della Prima guerra mondiale volumi ma anche dell’Ottocento, ha scritto sul fascismo e sul ruolo della storia nel dibattito pubblico, sui giornali contemporanei ma anche su Garibaldi. Sempre con feroce rigore metodologico unito alla non comune eleganza di scrittura.

E, a proposito di Garibaldi e di rigore metodologico, passiamo alla seconda matrioska: la difesa delle competenze e del ruolo civile degli storici. Verrà bene, qui, citare una sua lettera di risposta all’invito a partecipare a una tavola rotonda sul condottiero dei Mille, un dibattito a cui avrebbero dovuto partecipare i giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, insieme a Pino Aprile, definito dalla docente organizzatrice “autore di un libro discusso che va certamente contro una visione oleografica del Risorgimento” (si trattava di Terroni, un successo editoriale che riabilitava i Borboni contro l’unità d’Italia).

Era il 2010 e Isnenghi scriveva agli organizzatori: “A questo tipo di finto pluralismo non intendo prestarmi. Questo Aprile non ha alcuna ‘autorevolezza’ e non capisco perché regalargliela invitandolo a parlare ai ragazzi di una scuola. Lo credo bene che ‘si è detto disponibile a intervenire’; non gli sarà parso vero! Ma voi – se posso dirlo – vi prendete una bella responsabilità. Io comunque non desidero contribuire a mettere tutti gli approcci sullo stesso piano”. E ancora: “Ho il massimo rispetto per l’idraulico e le sue competenze. Mi basterebbe riguadagnarne altrettanto per lo specifico e le competenze degli storici”.

Per capire il contesto occorre ricordare che Pino Aprile è un giornalista pugliese, ex direttore del settimanale per famiglie Gente, e successivamente del mensile Fare vela, che trovò la fortuna editoriale scrivendo Terroni nel momento (2010) in cui, scrive Isnenghi, “sotto processo finisce per essere l’Unità d’Italia e l’anniversario diventa un funerale con botti e fuochi d’artificio”. Peccato che gli attrezzi del mestiere per scrivere di storia Aprile, ambizioso scribacchino, non li avesse mai avuti: qualche anno dopo avrebbe addirittura sostenuto che l’esercito italiano avrebbe sterminato circa 600.000 meridionali negli anni immediatamente successivi all’Unità. Sciocchezze, ovviamente, ma parte di un processo ben più ampio che è quello della sostituzione dei giornalisti agli storici nel dibattito politico-storiografico, in particolare per quanto riguarda la Resistenza e il fascismo.

Questa è la terza matrioska e, se un amabile rimprovero si può fare all’autore, è quello di averla disegnata troppo piccola, citando con splendida precisione personaggi ed episodi ma senza andare più a fondo del problema. Per esempio, nel 1993 inizia una collaborazione con il Corriere della Sera: 54 righe dove può scrivere ciò che vuole in una ‘Pagina aperta’. “Basta spostarsi nelle pagine della cultura” scrive Isnenghi e ci si trova però alle prese con “De Felice e gli eredi di De Felice” che “la direzione di Mieli promuove e legittima”. Poi, nel 1995, sparisce la ‘Pagina aperta’, torna la “Stanza di Montanelli” e con essa la storia dal buco della serratura. Senza Isnenghi, naturalmente, che qualche mese dopo se ne va.

Dalle pagine di Vite vissute e no si capisce perfettamente che Paolo Mieli e il ‘mielismo’ consolidano una fase del giornalismo italiano in cui la storia viene considerata un territorio dove tutti possono scorazzare allegramente e meno ne sanno meglio è. Il caso di Aprile è solo uno tra mille: con il ritorno di Indro Montanelli al Corriere e il successo in libreria del recentemente scomparso Giampaolo Pansa il bersaglio della grande stampa diventano “gli storici”, cioè chi di mestiere cerca di trovare i documenti, dare un senso a ciò che è accaduto, capire come sono andate le cose. Un mestiere che ha le sue regole, non diversamente da quello di ingegnere dei ponti, di pilota di Boeing 747 o di idraulico, come appunto scrive Isnenghi. 

Non occorre essere stati allievi di Fernand Braudel per capire che i best seller di Montanelli e Pansa sono romanzi, testi che si presentano come “portatori di verità” ma che usano tutte le tecniche della fiction: la creazione di personaggi inesistenti, l’invenzione di dialoghi, la semplificazione dei fatti, la soppressione del contesto. Nelle ricorrenti polemiche sul 25 aprile si dimentica che la data fu scelta come festa nazionale perché quel giorno il Comitato di Liberazione diede l’ordine di insurrezione contro i tedeschi ma gli scontri nel Norditalia continuarono per parecchi giorni, fino al 2 maggio. «Ci vuole tutta la miopia retrospettiva dell’odierno buonismo storiografico per immaginare che le ferite di una guerra civile possano rimarginarsi come per incanto, nel giorno stesso della sua fine» scriverà Sergio Luzzatto, uno storico serio, qualche anno dopo. 

Di matrioske più piccole ce ne sono altre: sulla stampa di parrocchia nel Veneto come sul funzionamento dell’università. A noi sarebbe piaciuto che a questa matrioska giornalismo-storia fosse dedicata qualche pagina in più. Certo, l’autobiografia non era forse la sede adatta ma possiamo sempre sperare che l’autore di Giornali e giornalisti. Esame critico della stampa quotidiana in Italia, anno di grazia 1975, trovi il tempo e la voglia di darci una nuova edizione di quel prezioso libretto. Anzi, una storia del giornalismo interamente nuova: se non ora, quando? 

L’autobiografia di Mario Isnenghi è intitolata Vite vissute e no ma potrebbe tranquillamente chiamarsi Matrioske del Novecento perché è un libro dove stanno dentro moltissime cose, all’inizio invisibili, come nelle bamboline russe tutte uguali, piazzate l’una dentro l’altra. La bambola più grande, che tutto raccoglie in sé, è ovviamente quella di Venezia

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