Storie d’acqua, fiumi del Veneto: il (delta del) Po francesca.boccaletto
Mar, 12/15/2020 – 08:03


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Francesca Boccaletto

Iniziamo dal Po, ma forse dovremmo dire: dal delta del Po. Iniziamo dalla fine del grande fiume che attraversa l’Italia settentrionale e al Veneto giunge per il suo gran finale, con un ultimo tratto che cerca il mare per potersi disperdere, mescolando acqua dolce e acqua salata. Per inaugurare la serie de Il Bo Live dedicata ai fiumi che attraversano il Veneto cominciamo, dunque, dal maggior corso d’acqua d’Italia che conclude il suo viaggio di 652 chilometri tuffandosi nelle acque dell’Adriatico.

L’hanno raccontato scrittori e registi, lo studiano docenti e ricercatori, lo esplorano e lo vivono viaggiatori appassionati, pescatori, canoisti, barcaioli.

“Quello che ci ha colpito in questo viaggio, e di più nel Delta, è la straordinaria solitudine che c’è, la spazio di libertà”, riflette Paolo Rumiz nel documentario Il risveglio del fiume segreto, quando ormai, proprio nelle terre del delta cuspidato, si trova alla fine di una avventura vissuta insieme alla giornalista ed esploratrice Valentina Scaglia. “Questo è un grandissimo fiume, molto più di tanti altri fiumi d’Europa, scarsamente segnalato per la navigazione”. E, tornando al suo ultimo tratto, precisa: “È uno spazio franco, fuori dalle regole, non è Veneto, non è Italia forse, non è terra né acqua, è tutto in mezzo, e in questa dimensione intermedia succedono un sacco di cose […] Lo potete capire girando l’Europa e poi tornando qua: il fiume è un grandioso spazio selvaggio nella zona più popolosa d’Italia“.

SOCIETÀ


Gli uomini rassomigliano ai fiumi: tutti sono fatti della stessa acqua, ma ciascuno è, ora stretto, ora rapido, ora allargato, ora lento, ora freddo, ora torbido, ora caldo. Così gli uomini

Lev Tolstoj, Resurrezione

C’è, poi, chi i fiumi li studia e indaga con sguardo scientifico. Succede, per esempio, all’università di Padova, con le recenti ricerche Fiumi e città e Volontari di fiume: significati di un impegno civile per l’ambiente del professor Giorgio Osti, docente di Sociologia dell’ambiente e del territorio (Fisppa). Fiumi e città è una ricerca socio-politico-territoriale sui rapporti fra le città italiane e i loro corsi d’acqua, mentre Volontari di fiume evidenzia le dimensioni psicologiche, sociali ed etiche del volontariato ambientale, prendendo i fiumi come caso emblematico dell’impegno civile. Attiva su tre livelli territoriali – la provincia di Padova, il contesto nazionale e internazionale -, questa ricerca vuole far emergere le forme di volontariato “leggero”, ovvero rispettoso per le persone e la storia dei luoghi, a favore di aree socialmente e ambientalmente fragili. E ancora, succede al dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale (Icea) dove ci si è occupati anche del Po. Qui si può leggere un accurata lezione sulla Evoluzione morfologica recente dell’asta principale del Po, firmata dal professor Stefano Lanzoni in occasione della Giornata mondiale dell’acqua del 2012 per l’Accademia nazionale dei Lincei. Il contributo (seguito da un articolo più recente, che si può leggere qui) descrive il fiume e fornisce “un quadro organico della morfologia e delle tendenze evolutive, passate e attuali dell’asta del Po, dalla confluenza con la Stura di Lanzo, poco a valle di Torino, e l’incile del Po di Goro, nel basso Polesine, evidenziando le problematiche associate ai vari interventi antropici”, ovvero la pressione e le trasformazioni del fiume determinate dalle attività umane.  Ed eccolo il Po descritto da Lanzoni, la sua carta d’identità, il lungo percorso dal Monviso al mare, il complesso profilo, in sintesi: “Il suo bacino imbrifero (72000 km2) copre un quarto del territorio italiano e include gran parte del versante meridionale dei rilievi alpini, i versanti settentrionali degli Appennini tosco-emiliani e la Pianura Padana […] Il corso del Po è comunemente suddiviso in quattro tratti principali (Marchi, 1984): l’alto Po (dalle sorgenti alla confluenza con il Ticino), il medio Po (dalla confluenza con il Ticino a quella con il Mincio), il basso Po (dalla confluenza con il Mincio all’incile con il Po di Goro, a Serravalle) e il Delta (da Serravalle allo sbocco in mare). Il delta, a sua volta, è costituito da sei rami: Po di Maistra, Po di Venezia – Po della Pila (che sbocca in mare attraverso le bocche Busa di Tramontana, Busa Dritta e Busa di Scirocco), Po delle Tolle (che a sua volta si suddivide nei rami Busa Bastimento e Bocca del Po delle Tolle), Po di Gnocca o della Donzella (anch’esso con una biforcazione terminale) e Po di Goro. Il regime idrologico annuale è caratterizzato da due periodi di magra (invernale ed estivo) e due periodi di piena (tardo autunnale e primaverile)”.


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Spostando l’attenzione verso la Geografia sociale incontriamo gli studi e le ricerche di Marina Bertoncin, docente all’ateneo di Padova, autrice di un libro dal titolo Logiche di terre e acque. Le geografie incerte del delta del Po (Cierre), un lavoro di indagine dedicato alle molte geografie del Delta. 

Di Geografia culturale si occupa il professor Davide Papotti, docente all’Università di Parma, che al Po ha dedicato saggi come Geografie della scrittura. Paesaggi letterari del Medio Po (La Goliardica Pavese) e il più recente Flumen. Viaggio sul Po, pubblicato da Addictions-Magenes Editoriale nel 2019, di cui è autore insieme alla giornalista e viaggiatrice Francesca Cosi e alla fotografa Alessandra Repossi. “All’improvviso, con quelle immagini negli occhi, capisco il senso di questo viaggio sul Po e di tutti i viaggi che facciamo – si legge in Flumen – cogliere frammenti di bellezza, trovare qualcosa che ci lasci senza fiato per un momento, facendoci riscoprire la sacralità di ciò che abbiamo intorno, che si tratti di una piazza, una creatura o un fiume”.


We’d go down to the river / and into the river we’d dive / oh down to the river we’d ride

Bruce Springsteen, The River

Papotti offre al Bo Live un racconto: si rimette idealmente in viaggio per portarci lì, lungo il fiume, accompagnandoci dalla sorgente alla foce. Ne descrive il percorso, le trasformazioni, le caratteristiche: “Sono 652 chilometri di sviluppo, dall’estremo Occidente dell’Italia, ai confini con la Francia, fino al mare Adriatico. Proviamo a percorrere idealmente questa lunga asta fluviale. Il Po nasce in uno scenario cinematografico, le sue sorgenti sono sulle pendici di un monte che sembra quello della Paramount Pictures, quello che disegnano i bambini, il Monviso. Convenzionalmente quello è il punto di partenza, si parte da una roccia da cui sgorga il corso d’acqua e lì c’è una targa che dice Qui nasce il Po. Chiaramente il fiume nasce dai pendii sovrastanti, ma è una scelta simbolica. Solo 17 chilometri sono di corso montano, poi il Po viaggia velocissimo verso il basso per arrivare al suo corso pianeggiante a cui viene più spesso associato”. E, lentamente, chilometro dopo chilometro, raggiunge il Polesine, “terra tra due corsi d’acqua”, che introduce il ventaglio del Delta, “un mondo a parte”, fino all’abbraccio tra il fiume e il mare Adriatico.

Tra Emilia Romagna e Veneto, la ricchezza del paesaggio si riconosce nella varietà di ambienti: la campagna con i paleoalvei, le dune fossili, gli argini, le golene, le valli da pesca, le lagune o sacche e gli scanni. Le due regioni interessate si prendono cura di un territorio unico e complesso, di un “altrove” sospeso, condividendo il Parco del Delta del Po in cui natura, storia, cultura si intrecciano. Con un doppio sguardo rivolto agli habitat naturali e, insieme, agli interventi di bonifica (Consorzio di bonifica Delta del Po), di quest’area che, con la laguna veneziana, costituisce la più importante zona umida d’Italia, si è occupato anche Giovanni Campeol, già docente di Valutazione ambientale strategica e di incidenza allo Iuav di Venezia. Nel libro, da lui curato per la casa editrice Il Poligrafo, dal titolo Il delta del Po. Progetti e scenari sostenibili, viene indagato un territorio fragile e prezioso attraverso la presentazione di una serie di progetti, analizzati secondo modelli di performabilità e sostenibilità ambientale. 


Il Delta è un altro mondo […] Il cinema cerca di trasformarlo in un racconto. No, Il Delta inventa lui. Tu sei là, e lo guardi incantato

Gian Antonio Cibotto

Il fiume è un mistero che il cinema ha provato a svelare. Scano Boa del polesano Renato Dall’Ara è forse il più rappresentativo e, insieme, il più dimenticato dei film girati sul Delta del Po. Proposto subito come documentario breve nel 1961 divenne lungometraggio, coincidendo con la pubblicazione del romanzo omonimo di Gian Antonio Cibotto. Libro e film presero ispirazione da un fatto di cronaca del 6 febbraio 1954, che riferiva della nascita di una bambina su una barca che trasportava il feretro di un pescatore annegato, e raccontavano le condizioni miserabili degli ultimi pescatori di storioni del Delta del Po.

Nel 1954 usciva La donna del fiume di Mario Soldati, film che raccontava l’arretratezza sociale e il desiderio di riscatto degli abitanti della Bassa, ricordato soprattutto perché lanciò nell’olimpo internazionale delle star la ventenne Sophia Loren. Ancora prima, Michelangelo Antonioni realizzava Gente del Po, documentario girato tra il 1943 e il 1947 (sul delta Antonioni torna per Il grido nel 1957, Deserto rosso nel 1964 e Al di là delle nuvole nel 1995), e Roberto Rossellini, nel 1946, dedicava al Delta del Po, girando tra Porto Tolle e Scardovari, il sesto episodio di Paisà. Dalla sceneggiatura, ricordata dal professor Gian Piero Brunetta in Rosa di venti letterari e cinematografici (dal catalogo della mostra Cinema!, edito da Silvana editoriale, marzo – luglio 2018): “Est. Giorno. Riva del Po. Porto Tolle. Qualcosa scende con la corrente in mezzo al fiume, avanza verso la m. d. p., un cartello si ferma per un istante in primo piano, possiamo leggere chiaramente la scritta nera sul fondo bianco partigiano, poi il cartello, infilato in un salvagente con l’uomo esce di campo a sinistra”. Ed è sempre Brunetta a regalare un’ulteriore, efficace suggestione, un’idea del delta del Po come luogo unico, inedito, un altrove “privo di tutto, però autosufficiente”.

Ancora, è del 1943 Ossessione di Luchino Visconti, girato tra l’estate e l’autunno del 1942, e del 1948 Il mulino del Po di Alberto Lattuada, film tratto dal romanzo storico di Riccardo Bacchelli, che racconta le vicende di quattro generazioni di una famiglia di mugnai del delta ferrarese. Seguono altri film, realizzati in tempi più recenti: pensiamo a quelli di Carlo Mazzacurati (Notte italiana, il prologo de Il toro, L’estate di Davide, La giusta distanza), in cui il Polesine diventa paesaggio dell’anima, “un modo di stare al mondo”, e quelli di Pupi Avati con La casa dalle finestre che ridono, Le strelle nel fosso, Aiutami a sognare, Il testimone dello sposo.

“Alla fine tutte le cose si fondono in una sola, e un fiume l’attraversa. Il fiume fu scavato dal grande fluire del mondo, e scorre tra le rocce dall’inizio dei tempi […] Sono tormentato dal fiume”, sono le parole della scena finale del film del 1992 In mezzo scorre il fiume di Robert Redford, tratto dal romanzo autobiografico di Norman Maclean del 1976. Oggi, questo mistero d’acqua e silenzi continua ad affascinare e “tormentare” studiosi, artisti, appassionati. 

Di sospensione e del fascino di un niente pieno di senso, del silenzio irreale, della perdita dei punti di riferimento parla Francesco Penzo, veneziano doc con una profonda passione, ereditata dal padre, per le barche e l’acqua (tutta), di fiume e di laguna. Protagonista, nel 2017, all’interno della Locarno-Venezia, di una discesa a remi del Po, in gondola, da Cremona a Venezia. Racconta, prima di tutto, delle “mappe che non sono il territorio”, che puoi aver studiato per mesi e in maniera approfondita, ma non sono il fiume vivo e mutevole, perché, quando sei sulla barca, il fiume devi imparare a leggerlo da zero, valutarne correnti, riconoscere i gorghi e le secche, distinguere “la velocità della barca, da quella dell’acqua e da quella del vento”.

Di questa esperienza emozionante e impegnativa “dal punto di vista fisico e mentale”, Penzo ricorda soprattutto “la vita, o non vita, sul fiume, perché si vede che il fiume è stato abbandonato: noi siamo scesi per 350 chilometri e non abbiamo incontrato nessuno. Un esempio? A Ficarolo, tra Ferrara e Rovigo, il fiume puoi anche non vederlo mai”. Ci sono persone che, pur vivendo a due passi, il Po non lo vivono, non lo vedono, e poi ci sono quelli, pochi in realtà, che fanno coincidere la propria vita con quella del fiume, “come Armando Catullo, che ho incontrato a Cremona, presidente di tutte le remiere del Po e grande appassionato di voga alla veneta, uno che sul fiume ci vive davvero”. E Penzo continua, riflettendo sul senso dei luoghi, sulle coordinate: “Navigando lungo il Po non ti rendi esattamente conto di dove sei, non vedi i paesi, ma noti le trasformazioni facendo attenzione alla velocità del fiume, la spinta è impetuosa a monte e rallenta verso valle: noi, ogni giorno, vogando, perdevamo un po’ di spinta”.  Poi, verso la fine, qualcosa cambia, “perché noti più barche, i pescatori al lavoro. E poi c’è il Parco del Delta. A quel punto non è più fiume, si allarga, si mescola alla vita di mare”.

Alessandro Cinquegrani, ricercatore di letteratura comparata all’Università Cà Foscari, e l’artista Pierantonio Tanzola, sono autori di un docufilm dal titolo zanzottiano Gnessulogo, un progetto ora in fase di montaggio. La pandemia ha dilatato i tempi, rallentato tutto, i due autori sono ancora al lavoro ma ne parlano già con piacere, condividendo sentimenti ed emozioni provate esplorando il Delta e incontrando la sua gente. “Siamo andati a esplorare realtà marginali, volevamo uscire dagli stereotipi consunti del Veneto. Abbiamo cercato visioni alternative e ci siamo spinti verso il delta del Po, perché condividiamo l’amore per i fiumi – spiega Cinquegrani – Abbiamo attuato il processo contrario rispetto a quello che si compie di solito: siamo partiti dalle immagini della realtà e poi abbiamo scritto. Abbiamo dapprima seguito gli eventi”, ascoltato le storie delle persone del fiume, per la precisione di una famiglia di pescatori del Delta ripresa nella propria quotidianità, uscite in barca comprese. 

“Sono luoghi che custodiscono una visione di assoluto, di sacro – commenta Tanzola – è questo che ci affascina. Se penso al fiume, penso a al cinema di Herzog, Tarkovskij, Malick”. “I paesaggi fluviali in Veneto sono squarci di natura e verità – riflette, poeticamente, Cinquegrani – Sembrano ferite nel paesaggio, graffi. Il delta del Po, in particolare, ha questa anima ibrida tra fiume e mare, qui convivono il divenire e l’eterno”. 


“Notizie dal mondo e dal Po?” “Dal Po, che del mondo non ce ne frega niente”

Scano Boa, Renato Dall’Ara, 1961

Vie d’acqua, paesaggi, persone. Su Il Bo Live, il primo di una serie di ritratti dedicati ai fiumi del Veneto, raccontati da chi li ama, li studia, li vive. Iniziamo dal Po, ricordando le parole di Gian Antonio Cibotto, che del Delta scriveva: “È un altro mondo […] Tu sei là, e lo guardi incantato”
Po di Maistra (Martino Lombezzi/Contrasto)

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Po di Maistra (Martino Lombezzi/Contrasto)
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