La storia del tempomattia
Sab, 12/12/2020 – 08:08


Italian

Silvia Bencivelli

Il 2 settembre del 1752 il governo britannico annunciò al popolo che il giorno dopo non sarebbe esistito. Non sarebbe esistito il 3 settembre del 1752, ma nemmeno il 4, il 5, il 6. Dopo la notte del 2 settembre del 1752, infatti, gli inglesi si sarebbero svegliati direttamente il 14 settembre del 1752. Ma dove sarebbero andati a finire quegli undici giorni? Chi li avrebbe restituiti alle vite dei sudditi di Sua Maestà?

Quegli undici giorni sono finiti in un buco della Storia del tempo, come si intitola l’ultimo saggio del matematico e divulgatore statunitense Joseph Mazur uscito per il Saggiatore con la traduzione di Giovanni Malafarina: una specie di (si perdoni la parafrasi grossolana) “storia del metro con cui misuriamo la storia”, che fin dal titolo gioca a sfidare i nostri pregiudizi sull’esistenza del tempo stesso, o meglio sulla sua essenza, sulla sua realtà o sul suo essere illusione umana sullo sfondo delle nostre semplici vite. 
Ma torniamo al 2 settembre del 1752, chi aveva spinto undici giorni di vita degli inglesi oltre il crinale di quel buco? Era stato il “Calendar Act”, con cui la Gran Bretagna, con tutte le sue colonie, stava finalmente abbandonando il vecchio calendario giuliano per adottare il calendario gregoriano che ormai era in uso in tutte le nazioni dell’Europa occidentale. Si era posto il problema di recuperare la discrepanza che negli anni si era stabilita tra il vecchio e il nuovo conto dei giorni, e la soluzione fu semplicemente quella di tagliare via un terzo del mese di settembre. Gli inglesi non erano invecchiati di colpo, così come oggi non si perde un giorno di vita attraversando in aereo la linea internazionale del cambiamento di data che passa più o meno sopra Samoa. Ma qualcuno lo avrà sicuramente pensato.

Nel corso della storia moderna sono capitate diverse altre situazioni di questo tipo, come quando l’umanità nel 1884 ha deciso di stabilire una mappa temporale globale fissata sul meridiano di Greenwich. Perché i sistemi di misura del tempo sono convenzioni umane, che hanno richiesto di mettersi d’accordo e di operare aggiustamenti vari. Tutti hanno almeno una caratteristica in comune: dipendono dal nostro essere creature terrestri, abituati a girare sull’asse del nostro pianeta e intorno al Sole, e a “sentire” il tempo dentro di noi pretendendo poi di riportarlo in una misura numerica. Una misura numerica discreta, per di più, di un tempo che, a pelle, pretendiamo continuo. Il problema è che, in realtà, che cosa sia il tempo non lo sappiamo mica.

Ne discutiamo da secoli: sarà una freccia, una ruota, un mare nel quale siamo immersi come pesci, una rete che modifichiamo col nostro movimento, o sarà un’illusione collettiva che viviamo tutti insieme, oggi sempre di più con le nostre giornate costantemente illuminate dai numeri di un display? Filosofi, fisici e pensatori di tutti i tipi hanno dato la propria risposta. E hanno aggiunto domande del tipo: si può viaggiare nel tempo? Si può riavvolgere il tempo? Si può rallentare o accelerare? Mazur, in questo libro, le rimette tutte insieme e le spiega nei dettagli, intervallandole con interviste sulle percezioni del tempo: un carcerato, un paio di astronauti (compresa Samantha Cristoforetti), un orologiaio, un pilota di voli intercontinentali, un camionista, e l’autore stesso che raccontano la propria visione di come funzionino le cose tra lancette e sensazioni.  

Il libro si apre con un percorso tra gli strumenti con cui abbiamo misurato il tempo. I calendari, per primi, perché è più facile accorgersi che un giorno segue un altro, piuttosto che spaccarsi la testa a dividere il giorno in frammenti. E poi meridiane, clessidre e orologi: invenzioni le cui origini si perdono nella notte dei tempi, ma che evolvono nei secoli aumentando la propria complessità man a mano che aumenta la complessità sociale e si sviluppano i commerci, le tecnologie, le possibilità e le necessità di viaggiare, e si abbandonano modelli di vita in cui tutto quel che serve sapere del tempo è quando pregare, quando andare a dormire e quando aprire le porte della città. 

Mazur poi racconta le idee di filosofi e scienziati sul tempo. Da Zenone, che divideva il tempo in frammenti sempre più piccoli, fino a paralizzarlo. Alla fisica moderna, che non separa il tempo dallo spazio anzi li unisce in un continuum quadridimensionale, e che con la meccanica quantistica costruisce un tempo discontinuo. Nel mezzo c’è stato chi ha cercato di calcolare l’età della Terra e chi ha fatto una rivoluzione scientifica inventandosi l’idea di un tempo assoluto a cui aggrappare ogni fenomeno fisico tangibile.

E poi c’è il nostro tempo, la nostra percezione e la nostra biologia. Le cui descrizioni portano Mazur a concludere che, fermi tutti, il tempo siamo noi, siamo noi l’orologio. E se non è così non preoccupiamoci troppo: quello della natura del tempo è un argomento che non si esaurirà mai. Ammesso, e non concesso, che siamo d’accordo sul significato di “mai”. 

 

SCIENZA E RICERCA

L’ultimo saggio del matematico e divulgatore statunitense, Joseph Mazur si apre con un percorso tra gli strumenti con cui abbiamo misurato il tempo: dai calendari passando per le meridiane, le clessidre e gli orologi. Strumenti che si sono evoluti con il passare dei secoli, aumentando la loro complessità con il crescere della complessità sociale e non solo

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