Nel ‘Paese dei campi’: un’analisi della situazione dei Rom in Italiafrancesca.forzan
Ven, 10/26/2018 – 13:19


Italian

Francesca Forzan

“L’obiettivo è chiudere tutti i campi rom entro la fine della legislatura”. E’ tornato più volte sul tema il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini in occasione della recente approvazione da parte del Consiglio dei Ministri, del decreto sicurezza e immigrazione.
Ma chi sono, quanti sono, dove vivono i rom in Italia?

Non esistono, ad oggi, dati certi sul numero della popolazione rom presente nel nostro Paese e in Europa, sul livello di istruzione e di disoccupazione, sull’aspettativa di vita e sulla mortalità infantile, sulla situazione abitativa e sul tasso di disoccupazione, sulla percentuale di stranieri e apolidi e sull’accesso ai servizi sociali, sanitari e di welfare; e non si conoscono nemmeno il reddito medio o il grado di integrazione. Una mancanza sottolineata nel Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di Rom, Sinti e Caminanti del 2011 ma anche dalla Commissione europea lo scorso anno.

SOCIETÀ


Ma chi sono i rom? Il termine rom, ‘uomo di lingua romanì’, viene utilizzato a livello europeo e internazionale per indicare le diverse comunità riconducibili all’etnia rom (Roma people).

Secondo il rapporto stilato nel 2017 dall’ISTAT, Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e dall’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali (UNAR), il termine rom si riferisce a una enorme gruppo di minoranze caratterizzate da una serie di somiglianze che includono la lingua, le modalità di vita, le tradizioni culturali e l’organizzazione familiare e che si distinguono, però, per situazioni socio-economiche e posizioni giuridiche. Rappresentano la minoranza più numerosa d’Europa dove ad oggi sono circa sette milioni.
Sono partiti attorno al 1000 d. C. dall’India e in quattro secoli si sono insediati in molti Paesi europei a partire dai Balcani.

Secondo l’Associazione 21 luglio le persone di etnia Rom e Sinta in Italia sono tra i 120.000 e i 180.000, lo 0,25% della popolazione totale (tra le più basse di tutta Europa). Di questi, oltre 16.000 vivono in 148 baraccopoli formali (abitati gestiti dalle amministrazioni locali) distribuite in 87 comuni italiani e quasi 10.000 all’interno di baraccopoli informali (campi abusivi) o nei centri di raccolta monoetnici. Di quelli residenti nelle baraccopoli formali, circa il 43% ha cittadinanza italiana, quasi 10.000 sono invece originari della ex Jugoslavia ( in fuga da guerra e persecuzione durante i conflitti nei Balcani degli anni ’90) e circa 3000 di loro sarebbero apolidi.
Sono invece quasi tutti cittadini di origine romena (l’86%), i cosiddetti discendenti degli ‘ultimi schiavi’, quelli che vivono nei campi abusivi e oltre la metà di questi, sono minori. L’ultima schiavitù in Europa, infatti, è quella che ha visto come vittime le comunità rom presenti in vaste aree dell’attuale Romania. Qui, dal 1400, i rom erano considerati merce di scambio, potevano essere schiavi di proprietà di privati, dei principi e dei monasteri. E’ solo da metà ‘800 che i rom possono considerarsi liberi, anche se persecuzioni e deportazioni sono proseguite per questa popolazione fino alla fine del ‘900 costringendoli a scappare, a spostarsi, cercando salvezza in giro per il mondo.

“La lunga storia delle persecuzioni che nei secoli ha colpito le popolazioni rom, ha spiegato l’antropologo Ulderico Daniele, ha finito per ridurre la loro vicenda europea a un’esperienza unitaria e omogenea, sacrificando la pluralità dei contesti e le specificità. La sola definizione di ‘nomade’ che nel nostro Paese viene spesso inconsapevolmente ed erroneamente utilizzata per definire la realtà rom, è comprensiva solo in parte (il 3%) di tutte quelle presenti in Italia che vantano al contrario provenienze, lingue, storie e tradizioni estremamente diverse tra loro. E’ anche questa – prosegue Daniele – una delle grosse difficoltà che caratterizza i tanti campi rom del nostro Paese all’interno dei quali spesso convivono persone di cultura, origine e addirittura lingua diversa. Persone che vivono concentrate in uno stesso spazio, separate dal resto della società”.

L’Italia è l’unico paese in Europa in cui esistono i campi rom strutturati così come li conosciamo: insediamenti, autorizzati o meno dalle amministrazioni comunali, in genere collocati alla periferia delle città dove famiglie (di media un centinaio di persone per campo) vivono all’interno di container, roulotte o baracche.
“La soluzione abitativa dei campi rom, dove ad oggi ‘risiede’ una percentuale comunque bassa rispetto all’intera popolazione di origine rom italiana, è stata adottata nel nostro Paese attorno agli anni ’70 e tale è rimasta fino ad oggi anche se la società si è profondamente modificata negli ultimi decenni – ha spiegato Daniele. Anche se provenienti in origine da contesti abitativi sedentari (dove vivevano in case di cemento e mattoni integrati al resto della comunità), i rom che arrivano nel nostro Paese vengono indirizzati alla vita dei campi, all’interno di baracche e container.
Il campo – continua il professore – non può che diventare quindi, per i rom come per qualsiasi altra persona alla ricerca di un futuro migliore, una risposta insufficiente e inadeguata che facilmente e comprensibilmente può portare all’emarginazione, alla ghettizzazione, alla discriminazione. Per molti di loro – conclude Daniele – ancora oggi infatti è necessario mentire riguardo alle proprie origini, nascondendosi quando possibile nel cognome di madri o padri ‘gagè’ (non rom), quando li hanno, per poter ottenere un lavoro o per riuscire ad affittare una casa. Perché la poca chiarezza, l’ignoranza, i pregiudizi spingono facilmente al risentimento, al rancore, all’esclusione”.

E’ ancora una vita vissuta tra pregiudizi, discriminazione ed emarginazione quella di molti rom residenti in Italia perché ancora, di questa etnia, si conosce poco se non pochissimo.
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Foto Reuters
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