Sean Connery, il ricordo nei suoi film più bellifrancesca.boccaletto
Lun, 11/02/2020 – 14:17


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Francesca Boccaletto

Una vita e una carriera straordinarie: Sean Connery è morto nel sonno il 31 ottobre scorso, alle Bahamas. Aveva novant’anni ed era malato da tempo. Di lui ci restano l’intenso ricordo di un eccezionale talento, il fascino senza tempo e una ricchissima filmografia che ha attraverso generi ed epoche e su cui proviamo ora a riflettere, guidati dalla competenza e dalla passione di docenti, studiosi, storici e critici del cinema. Ad Antonio Costa, Giuliana Muscio, Rosamaria Salvatore, Farah Polato e Denis Brotto abbiamo chiesto di individuare i film più rappresentativi della carriera del grande attore scozzese. Eccoli, tra classici e qualche sorpresa.

CULTURA

Antonio Costa, saggista e storico del cinema, sceglie “quelli che meglio mettono in mostra le sue eccezionali doti interpretative”, partendo da La collina del disonore del 1965, diretto da Sidney Lumet. “Il film esce tra Missione Goldfinger del 1964 e Thunderball: operazione tuono del 1965, cioè nel bel mezzo di due tra i più sfavillanti titoli della serie James Bond. La collina del disonore è un film in bianco e nero di una forza ossessiva e perturbante. Si tratta di una denuncia anti-militarista che assume i tratti di un moderno mito di Sisifo. Siamo in Nord-Africa durante le seconda guerra mondiale, in un carcere militare inglese. Sean Connery e altri quattro detenuti sono costretti a raggiungere, portando carichi sempre più ingombranti e sotto un sole implacabile, la sommità di una piramide di sabbia dalla quale regolarmente rovinano al suolo. Woody Allen lo considera uno dei migliori film di Sidney Lumet e uno dei più perfetti film americani (in realtà è inglese). È però da evitare la copia arbitrariamente ‘colorizzata’ che circola sul web, di qualità scadente e del tutto inattendibile”.

E veniamo al secondo titolo, Costa sposta la sua attenzione sulla serie di 007 e offre un’interessante analisi del mito Bond, “un fatto di stile”, un personaggio strettamente legato a Connery, che seppe però anche prenderne le distanze al momento giusto, liberandosi dal ruolo per intraprendere altri percorsi eccellenti. “Pensate a come James Bond ama presentarsi: Sono Bond. Poi fa una piccolissima pausa e aggiunge con un’infinitesimale variazione di tono: James Bond. Ecco: lo stile sta tutto nel modo in cui sai shakerare le due battute, la pausa e la variazione di tono. Sean Connery ha dato un contributo decisivo all’affermazione del mito Bond -e da noi una parte del merito va anche al suo doppiatore italiano Pino Locchi-, ma non ha mai accettato di annullarsi in esso. Sono diversi e di diversa prestanza e bravura gli attori che, dopo l’abbandono di Sean Connery, hanno interpretato James Bond: da George Lazenby a Roger Moore, da Timothy Dalton a Pierce Brosnan e a Daniel Craig. Ma di fatto hanno dovuto accontentarsi del ruolo di imitatori: mentre si affannavano ad avvicinarsi al modello, Sean Connery non perdeva occasione per allontanarsene. Si sa che il proliferare delle imitazioni non fa altro che confermare l’unicità e la preziosità del modello. Tra i James Bond fatti da Sean Connery scelgo Mai dire mai (1983), ultimo della serie di quelli da lui interpretati. Il motivo è presto detto: Sean Connery, primo, unico e autentico interprete del mito di James Bond si trova, a causa di una complicata battaglia giudiziaria tra la produzione e i detentori dei diritti, a essere protagonista di un James Bond apocrifo, che infatti non viene riconosciuto tra le versioni ufficiali dei romanzi di Ian Fleming. Forse è per questo che sceneggiatori, regista e interprete si sono scatenati a giocare la carta dell’ironia e dell’auto-ironia, a partire dal titolo che allude a un solenne impegno di Sean: dopo il suo sesto James Bond, Una cascata di diamanti del 1971, aveva dichiarato che mai e poi mai avrebbe rivestito i panni di 007! Ironia e autoironia, che avevano sempre caratterizzato le sue interpretazioni, sono le protagoniste assolute di questo finale di partita”.

Il terzo titolo scelto è Il nome della rosa, film del 1986, diretto da J.J. Annaud e tratto dal best seller di Umberto Eco: “Annaud ha raccontato che Eco era contrario alla scelta di Sean Connery per il ruolo di Guglielmo di Baskerville. A suo giudizio Sean era ormai uno 007 in pensione, inadatto a quel ruolo. Una volta visto il film concluso, Eco ebbe modo di ricredersi. In effetti Sean Connery aveva saputo rendere con uno stile interpretativo perfetto sfumature e sottigliezze del personaggio, tanto da superare l’esame del grande semiologo. Così, Umberto Eco che era stato tra i primi ad applicare raffinatissimi strumenti critici e interpretativi al personaggio di James Bond (Il caso Bond, 1965, con Oreste de Buono), ha avuto l’occasione di verificare come il prototipo del superuomo di massa, da lui studiato e teorizzato a metà degli anni sessanta, potesse rendere godibile, vent’anni dopo, quella combinazione (pardon shakeraggio) di filosofia scolastica e tecniche investigative alla Sherlock Holmes che stava alla base della sua creazione letteraria”.

Restando sul film di Annaud, delle stesso parere sono Rosamaria Salvatore, docente e studiosa di cinema e psicanalisi, e la storica del cinema Giuliana Muscio, che, come Costa, segnalano  Il nome della rosa, titolo a cui affiancano Marnie di Alfred Hitchcock (1964) e Gli intoccabili di Brian De Palma, che a fine anni Ottanta valse a Connery un Oscar come miglior attore non protagonista.

Tre film condivisi a cui Muscio ne aggiunge altri due: uno meno noto e un altro estremamente popolare, rispettivamente Il vento e il leone di John Milius e Indiana Jones e l’ultima crociata di Steven Spielberg. Il preferito di Rosamaria Salvatore, invece, è Scoprendo Forrester del 2000, prodotto dallo stesso Connery e diretto da Gus Van Sant, indicato non solo per l’interpretazione di Connery ma anche perché, spiega Salvatore, “di quel film amo la scrittura e la regia”.

Denis Brotto, docente di Cinema e nuove tecnologie all’università di Padova, sceglie Il nome della rosaGli intoccabili e a questi affianca un altro film firmato da Sidney Lumet, regista già citato da Antonio Costa: si tratta di Riflessi in uno specchio scuro del 1972. Infine, tra i tanti 007, non ha dubbi, il suo preferito è Agente 007 – Licenza di uccidere di Terrence Young (1962).

“I miei affetti nei confronti di Sean Connery sono legati ai ricordi di quando ero più giovane, quando le mie categorie estetiche legate al cinema erano meno codificate – spiega Brotto – Ecco perché tra i film che preferisco ci sono Il nome della rosa, che vidi quando ero un bambino, all’età di dieci anni, e mi colpì profondamente, così come Gli intoccabili. Un altro film che ricordo con una certa profondità è Riflessi in uno specchio scuro: lo ricordo soprattutto per il monologo di Sean Connery nei panni del sergente Johnson che interiorizza le atrocità raccontate nel film, omicidi, violenze e stupri, raccontandole alla moglie in una sorta di flusso di coscienza che la donna ascolta restando in un silenzio accorato. È un momento estremamente profondo e toccante”.

“In questo omaggio più che parlare dei film che mi sono piaciuti di più, evoco quelli che sono rimasti nella mia memoria, magari diventando altri film rimontati nella combinazione delle immagini e delle scene, commenta Farah Polato, docente di Filmologia all’università di Padova. “Non si sfugge: quasi tutta la serie di James Bond: film, titoli di testa, locandine. Impossibile scegliere tra Agente 007 – Licenza di uccidere, con una splendida Bond Girl, Ursula Andress che esce micidiale dalle acque, 007, dalla Russia con amore, Missione Goldfinger, come dimenticare il corpo di Jill Masterson/Shirley Eaton ricoperto d’oro, cui, in una ripresa di un’antica aneddotica, si riconduce la sua successiva morte, Thunderball – Operazione tuono con l’incombere di Spectre e un conturbante Adolfo Celi/Emilio Largo con la benda da pirata. Passione combattuta per la manifesta carica misogina della serie (anche se, a uno sguardo più articolato, certe Bond Girl…) e un po’ nascosta, all’epoca, nelle aule universitarie”. E Polato continua: “Poi senz’altro lo psicodelico Zardoz di John Boorman: uno spiazzante, serissimo, Sean in mutandoni rossi e stivali, che nel trailer spara in macchina come il bandito di Rapina al treno di Edwin S. Porter. E in L’uomo che volle farsi re di John Huston, epico e tragico nel delirio di un truffatore che arriva a pensarsi un dio. Infine Highlander – L’ultimo immortale di Russell Mulcahy. Il suo volto ironico crea una bizzarra mescolanza, anche nei ricordi, con il volto marmoreo e di sbircio di un Christopher Lambert in uno dei film apogeo che ne cristallizza il fascino transitorio, mentre il fascino di Sean resta imperituro. Certo, come non ricordare Caccia a Ottobre rosso o Gli Intoccabili... Qualsiasi film si scelga è un’infedeltà/fedele”.

Il grande attore scozzese, morto il 31 ottobre all’età di novant’anni, viene ora celebrato da docenti, critici e storici del cinema attraverso una selezione delle sue migliori interpretazioni
Il nome della rosa, Sean Con​nery, 1986, TM & Copyright © 2​0th Century Fox Film Corp./cou​rtesy Everett Collection

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Il nome della rosa, The name of the rose, Sean Con​nery, 1986, TM & Copyright © 2​0th Century Fox Film Corp./cou​rtesy Everett Collection
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