Scozia, vincono gli indipendentisti. Si riapre il fronte con il Regno Unitomattia
Lun, 05/10/2021 – 09:48


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Andrea Gaiardoni

Non sarà quel seggio in meno a frenare l’avanzata dello Scottish National Party, che ha appena stravinto l’ennesima elezione (la quarta consecutiva), e degli indipendentisti scozzesi, che si preparano allo strappo finale, per tentare di recidere quel cordone ombelicale che da oltre tre secoli li lega al Regno Unito e tornare nell’alveo dell’Unione Europea. Il conteggio definitivo dei voti assegna 64 seggi su 129 del parlamento scozzese all’SNP: uno in meno della maggioranza assoluta, uno in più di quanto raccolto nella tornata elettorale del 2016. La premier Nicola Sturgeon, in bilico tra l’entusiasmo per quella che ha definito «una vittoria storica e straordinaria» e la delusione per aver mancato d’un soffio il dominio “formale” del Parlamento (quello sostanziale lo ha già), sa bene che l’indipendenza è una partita che dovrà essere giocata miscelando determinazione e prudenza in ugual misura: «Costruire una Scozia migliore per tutti coloro che vivono qui sarà il mio impegno ogni singolo giorno», ha dichiarato, senza pronunciare la parola “referendum”, non appena concluso lo spoglio. «Ma oggi la priorità è guidare il mio paese fuori dalla pandemia e mantenere le persone al sicuro». Sturgeon può contare anche sugli 8 seggi conquistati da Verdi (tre parlamentari guadagnati), da tempo esplicitamente a favore di una nuova consultazione per stabilire se restare o meno tra le braccia del Regno Unito.

SOCIETÀ

Un passo inevitabile

Boris Johnson sa perfettamente che questa partita, prima o poi, si giocherà (sarà l’evoluzione della pandemia a dettare i tempi). E sarà un muro contro muro. «Tenere un secondo referendum sull’indipendenza in Scozia sarebbe irresponsabile e sconsiderato», ha dichiarato il premier britannico mentre ancora si attendevano i risultati definitivi. La leader dell’SPN aveva replicato a stretto giro di posta: «L’SPN introdurrà, quando sarà il momento, una legislazione per un nuovo referendum. Se Johnson pensa di fermarci dovrà andare in tribunale». La strategia di Downing Street è chiara: assoluta determinazione a non consentire una nuova consultazione, dopo quella che nel 2014 decretò la vittoria del “no” (55% contro 45%, mentre nel 1975 gli unionisti vinsero con il 67% dei voti). Perché questa volta il rischio sarebbe troppo alto, con un’onda indipendentista che non accenna a diminuire e le scorie di una Brexit che in Scozia non è stata mai digerita (il 62% votò a favore del “remain”) e che da molti scozzesi è ancora considerata come un torto, imposto e subìto. All’inizio di quest’anno, fresco di accordo con Bruxelles per il distacco del Regno Unito dall’UE, Johnson aveva dichiarato: «I referendum, per mia esperienza diretta, non sono mai eventi particolarmente allegri in questo Paese. E quello scozzese non avrebbe una forza particolarmente unificante nell’umore nazionale: dovrebbero essere indetti solo una volta a generazione». 

Quindi ostacolare, rinviare, guadagnare tempo senza lasciare alcuno spazio aperto. E in questo la legislazione corre in soccorso di Boris Johnson. Perché al netto delle dichiarazioni d’impeto (e di convenienza), la procedura per ottenere un referendum è tutt’altro che semplice. La Scozia, sempre attraverso un referendum (tenuto nel 1997) ha ottenuto l’istituzione di un Parlamento locale che ha potere decisionale in diversi affari di politica interna. Ma non certo la possibilità di promuovere azioni che possano mettere in discussione “l’integrità del Regno Unito”. Nella “schedule 5” dello Scotland Act, l’atto legislativo del 1998 con cui il Parlamento britannico ha stabilito i “confini” del Parlamento scozzese, è scritto esplicitamente che non è possibile approvare leggi nelle materie riservate alla competenza esclusiva del Parlamento britannico, tra le quali l’unione dei regni di Scozia e Inghilterra. Come ha ben spiegato Antonio Villafranca, docente di Relazioni internazionali alla Bocconi di Milano, interpellato da Huffington Post:  «La mozione di indipendenza deve prima essere votata dal Parlamento scozzese e poi passa nelle mani di Westminster. E solo quando le due Camere l’hanno approvata, la mozione arriva sul tavolo della Regina per la firma finale».

L’ipotesi del “voto consultivo”

La partita è delicata, anche a osservarla dal punto di vista di Edimburgo. A Holyrood (il quartiere della capitale scozzese dove sorge il Parlamento, al termine del “Royal Mile”) nessuno s’illude di poter “imporre” un referendum ufficiale, che invece dovrebbe essere condiviso, o quantomeno consentito, dalla Camera dei Comuni inglese. In caso di parere negativo, la premier scozzese potrebbe anche appellarsi alla Corte Suprema, ma la mossa sarebbe comunque rischiosa: una sentenza sfavorevole potrebbe chiudere, per chissà quanti anni, qualsiasi possibilità. Né l’ipotesi di una “consultazione a prescindere” appare praticabile, perché sarebbe boicottata dagli unionisti, e quindi svuoterebbe il risultato di qualsiasi valore. Resta invece l’opzione di un “referendum consultivo”, che potrebbe essereutilizzato come forma di pressione su Westminster. E come test interno, una sorta di “sondaggio sul campo”: la maggioranza in Parlamento dell’SNP e dei Verdi non garantisce un’automatica adesione alle istanze indipendentiste: se vittoria dovesse arrivare, sarebbe sicuramente sul filo. Comunque, non se ne parlerà prima del 2023, anche se la premier scozzese continua a ripetere che il referendum “è un obbligo democratico”: «Non spetta a me o Boris Johnson decidere il futuro della Scozia», ha dichiarato più volte Sturgeon. «Non possiamo permettere al governo britannico di bloccare la democrazia».

La mossa del “Project Love”

Eppure sono in molti a suggerire che per la Scozia, ammesso che si creino le condizioni per procedere, sarà assai complicato percorrere la strada dell’indipendenza. Che potrebbe avere un costo molto alto. Anzitutto verrebbero a mancare i sussidi statali (la Scozia riceve ogni anno circa 10 miliardi di sterline dal Regno Unito per spese extra). Sarebbe poi un’operazione complessa separare due economie che da oltre tre secoli lavorano in sinergia, da un punto di vista commerciale, finanziario e monetario. In più bisogna tener conto del “Project Love”, il piano di sviluppo che Boris Johnson ha elaborato proprio nel tentativo di tenere unito il Regno Unito (oltre alla questione scozzese c’è un nazionalismo in forte crescita nel Galles e la violenza riesplosa in Irlanda del Nord) e per marcare l’uscita dal sostegno dell’Unione Europea. In pratica, miliardi di sterline in investimenti infrastrutturali, per progetti stradali e ferroviari, per imprese e progetti locali, oltre a una migliore “sinergia tra stati del Regno” nell’affrontare le emergenze (anche tra ospedali, vista la pressione dovuta alla pandemia). Un “fondo di prosperità condiviso”, però a un patto: la gestione sarà accentrata a Londra, aggirando di fatto i Parlamenti locali. Il governo inglese, oltre a ventilare l’ipotesi di creare “porti franchi” a bassa tassazione nel Regno Unito, è anche tornato a parlare della possibile costruzione di un ponte per unire Scozia e Irlanda del Nord, facilitando così i collegamenti e gli scambi tra i due Stati.

Insomma, lo schema è delineato. Londra resisterà il più possibile, mettendo sul piatto aiuti e investimenti per convincere gli scozzesi a rimanere nel Regno, se non per convinzione per convenienza. La maggioranza del Parlamento di Edimburgo giocherà la partita in attacco, pronta a tutto pur di ottenere il referendum. Intanto il primo ministro britannico (che esce vincitore dalle elezioni inglesi, e con lui il partito Conservatore, mentre per i Laburisti è una disfatta), appena chiuse le urne, ha convocato un vertice tra i paesi del Regno Unito (definito “il team UK”) per definire una linea comune per contrastare l’emergenza coronavirus. La prima ministra scozzese ha confermato che parteciperà. Ma ha anche ricordato, come monito, in un’intervista alla Bbc, che «sarebbe assurdo e oltraggioso» se il governo di Londra decidesse di ricorrere al Tribunale per bloccare  il referendum sull’indipendenza. Siamo alle battute iniziali. La partita è tutta da giocare.

Lo Scottish National Party vince (per la quarta volta consecutiva) le elezioni. Per gli indipendentisti scozzesi si tratta dello strappo finale per tentare di recidere quel cordone ombelicale che lega la Scozia al Regno Unito da oltre tre secoli: “Costruire una Scozia migliore per tutti coloro che vivono qui, sarà il mio impegno ogni singolo giorno”, ha dichiarato la premier Nicola Sturgeon

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Un seggio per le elezioni a Glasgow, Scozia. Foto: Reuters
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