Scienza e politica, a Washington tutto sta per cambiaremattia
Mar, 11/10/2020 – 16:18


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Pietro Greco

No, non è un caso che i primi quattro punti del programma di Joseph (Joe) Robinette Biden Jr., il presidente eletto degli Stati Uniti d’America, facciano riferimento, indirettamente o direttamente, alla scienza. Quelli indiretti sono l’economia e il razzismo. Quelli diretti sono la pandemia e il clima.

Non è un caso perché Joe Biden vuole ricostruire un rapporto tra amministrazione e comunità scientifica che per la prima volta dal dopoguerra ha subito, con Donald Trump, una frattura profonda, come peraltro denunciato dalle principali riviste e associazioni scientifiche americane e del resto del mondo. Non è un caso che il primo gruppo di lavoro della futura Amministrazione sia un’equipe di scienziati.

SCIENZA E RICERCA

I riferimenti indiretti sono quelli relativi all’economia (non può esserci una politica dell’innovazione continua, com’è quella USA, senza o addirittura in contrasto con la scienza. E anche la lotta al razzismo, altro punto qualificante del programma annunciato da Biden, per due motivi sostanzialmente: perché è la scienza ad aver dimostrato che non esistono le razze umane e, dunque, ogni forma di razzismo non ha alcuna base biologica; e perché la scienza ha di per sé una cultura antirazzista (l’universalimso è uno dei suoi valori fondanti). 

Ma poi ci sono i punti programmatici che fanno riferimenti diretto alla scienza. Il primo è, per la stringente attualità del problema, la questione della pandemia. Donald Trump si è mostrato insofferente e persino indifferente alle raccomandazioni della comunità scientifica. Le sue inveterate contro il suo principale consigliere in questo settore, Anthony Fauci, hanno segnato gli ultimi mesi e hanno contribuito non poco alla sua sconfitta. Ma soprattutto hanno reso evidente alla maggioranza degli americani che questo tipo di politica stava /sta) causando centinaia di migliaia di contagi evitabili e decine di migliaia di morti probabilmente evitabili. Donald Trump è sempre stato convinto che la comunità scientifica fosse a priori contro di lui. E questa percezione si è infine avverata: la comunità scientifica è stata, per la gran parte, contro di lui a tal punto di schierarsi platealmente nel corso della campagna elettorale.

Joe Biden vuole recuperare al più presto sia il terreno perso nella lotta al Covid sia riportare la comunità scientifica all’interno della classe di governo, com’è tradizione negli USA da almeno ottant’anni. La sua prima azione da presidente eletto non poteva essere, dunque, più emblematica.

Ma tra i primi tre punti del suo programma c’è anche la questione ambientale e, in particolare, quella dei cambiamenti del clima. Lunedì 9 novembre sarebbe dovuta iniziare q Glasgow in Scozia la COP 26, la ventiseiesima Conferenza delle Part che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite dei Cambiamenti del Clima. L’ennesima conferenza doveva verificare lo stato di avanzamento degli accordi sottoscritti a Parigi nel 2015. Di più, nella speranza di molti a livello globale c’era quella di “andare oltre Parigi” e mettere neo su bianco un piano d’azione per seguire le indicazioni degli scienziati ed evitare che la temperatura media del pianeta a fine secolo salga oltre gli 1,5 °C (e, in subordine, oltre i 2 °C). Poi l’inizio della conferenza è slittata al prossimo anno. Questo è un male, date l’urgenza delle misure da prendere. Ma, per altro verso, è anche un bene, dato che su COP26 aleggiava lo spirito di Trump e dei suoi epigoni. 

Insomma, i paesi negazionisti, USA in testa, potevano svuotare la conferenza di Glasgow di molti significati. È già un’impresa in sé anche nel caso tutto il mondo sia concorde. Ma è un’impresa pressoché impossibile avendo contro gli Stati Uniti (e il Brasile e altri):

Bene, un anno di tempo permetterà a Biden di dare corpo alla sua promessa e ribaltare l’atteggiamento di Trump. Ricordiamo che Biden era il vice di Barack Obama nel 2015. E quell’anno nella capitale francese Obama era alla testa del treno in corsa per contrastare in cambiamenti climatici. 

Sembra proprio che Biden voglia prendere nelle sue mani il testimone lasciato da Obama e ribaltare la politica climatica di Donald Trump. Certo, questo non è garanzia che gli USA seguiranno come un sol uomo le indicazioni del nuovo presidente. Ricordiamo, a puro titolo di esempio, che il 20 gennaio 1993, all’indomani della Conferenza di Rio de Janeiro, Bill Clinton assunse la presidenza con la promessa di rivedere la politica ambientale del suo predecessore, George Bush. Il suo vice era uno degli ambientalisti più noti al mondo, Al Gore. Ma neppure quel ticket – uno dei più vicini alle tematiche ecologiche che gli USA hanno mai dispiegato – riuscì a far entrare gli USA nell’ambito del Protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra. Dunque massima fiducia in Joe Biden ma non diamo per scontato che a Glasgow il prossimo anno gli Stati Uniti ritorneranno alla testa del vagone ecologico.

Tuttavia non mancano gli appigli al nostro ottimismo. Non solo Joe Biden e il suo impegno personale. Ma anche gli annunci dell’Europa e della Cina, oltre che di altri paesi. L’Unione Europea ha stabilito che raggiungerà la neutralità climatica entro il 2050 e la Cina entro il 2020. Potranno gli USA restare indietro mentre i cuoi principali competitori economici vanno avanti così tanto in una corsa che è insieme ecologica e tecnologica, quindi economica e strategica?

Solo i prossimi mesi faranno chiarezza. Per ora fermiamoci a un dato: a Washington tutto è cambiato. O meglio, tutto sta per cambiare. 

         

La futura amministrazione Joe Biden promette, a parole, di riavvicinare la scienza americana al mondo della politica di Washington. Mai come in questi ultimi 4 anni, la Casa Bianca si era allontanata dal sentiero scientifico: dall’abbandono dei protocolli di Parigi per il clima fino alla disastrosa gestione della pandemia

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