Gli scemi di guerraalessandra.saiu
Gio, 11/01/2018 – 08:10


Italian

Alessandra Saiu

A un secolo dalla Grande guerra si impongono delle riflessioni sui diversi aspetti che la caratterizzarono, non solo come cesura storica e per le sue conseguenze geopolitiche, ma anche come fenomeno di enorme impatto sociale. Al tempo del primo conflitto mondiale gli ostacoli nella vita quotidiana del popolo non mancavano: tanti soffrivano la fame e vivevano in condizioni di miseria e spesso l’unico appiglio sicuro era costituito dalla vita contadina e dalla famiglia. Gli eventi storici imposero a tanti giovani l’allontanamento dalla propria realtà territoriale: scaraventati al confine conobbero la paura.

SOCIETÀ


Le classi sono chiamate alla leva nell’anno in cui i giovani che vi appartengono compiono il ventesimo dell’età loro. Quando poi lo esigano contingenze straordinarie le classi possono essere chiamate alla leva ed alle armi anche prima dei termini suddetti

Regio decreto 24 dicembre 1911, n. 1497 – Testo unico delle leggi sul reclutamento del regio esercito

Gli “scemi di guerra“, così venivano chiamati a livello popolare, sottolineando come avessero perso la ragione a seguito di eventi bellici, presentavano disfunzioni motorie, mutismo, allucinazioni e “stati stuporosi“, così descritti dai medici del tempo. Le definizioni scientifiche della malattia non erano, comunque, più gentili. Mentecatti, pazzi, maniaci e alienati: questo diventavano i figli che combattevano per la patria, qualcosa di alieno, la cui sofferenza interiore non poteva essere compresa dalle famiglie a cui le atrocità vissute in trincea erano state risparmiate.

Nell’archivio di Stato di Rovigo sono presenti le pratiche amministrative che riguardarono il ricovero di 73 soldati, distribuiti in due serie di faldoni che coprono il periodo della Grande guerra. La prima, intitolata “Maniaci guariti. 1900-1926”, riguarda quei soldati – e quei civili – che erano stati ricoverati in manicomio e, una volta guariti, erano tornati a casa; la seconda serie “Maniaci morti. 1904-1928” raccoglie i documenti inerenti al ricovero di quei pazienti che morirono in manicomio. Le carte presenti in archivio ci raccontano parte di quello che accadde a questi soldati. 

Disposizioni per la cura e l’assistenza degli alienati 

Prima del 1904 l’assistenza ai cosiddetti alienati era difforme sulla penisola italiana, nel Regno di Sardegna era inizialmente responsabilità del Comune prendersene cura, in seguito l’onere passò all’ente Provincia. Nel 1899 un’inchiesta ministeriale rese evidente il bisogno di rendere omogeneo il servizio di custodia e cura di questi malati, perciò venne promulgata dal governo Giolitti la legge 14 febbraio 1904, n.36, a cui seguì il regio decreto 16 agosto 1909, n. 615 “regolamento sui manicomi e sugli alienati” che rimase in vigore filo alla legge 180 del 1978, la legge Basaglia. 

Erano dunque le province a farsi carico delle spese di ricovero per gli alienati poveri, era quindi fondamentale per la provincia stabilire innanzitutto se il paziente avesse il proprio domicilio di soccorso nell’area geografica di propria competenza, poi si indagava sullo stato di famiglia e sulle condizioni economiche dei parenti che, secondo la legge, erano tenuti a pagare la spedalità del parente, a meno che non si trovassero in stato di indigenza. 
 


È divenuto necessario, anzi doveroso, per le amministrazioni provinciali, accertarsi se le cause determinanti la malattia mentale che provoca la riforma di militari siano o meno da attribuirsi al servizio militare

Deputazione provinciale di Rovigo all’ospedale militare di Caserta, 1918

Tuttavia, durante la guerra, venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale 21 giugno 1917, n. 1157 che all’art. 1 stabiliva: “Alle amministrazioni provinciali spetta il rimborso, da parte dello Stato, delle spese di spedalità sostenute per il ricovero nei manicomi di militari colpiti da infermità mentali provocate da cause di servizio dipendenti dalla guerra“. 

I soldati alienati di Rovigo 

Il quadro che esce dalla lettura delle cartelle dei 73 soldati è drammatico, spesso poche righe riescono a rendere la dimensione del dolore e del disagio vissuti da quei ragazzi. Ad esempio la scheda medica di accompagnamento di P.A. classe 1892, ricoverato nel 1917, riporta fra le cause della malattia dal “decorso improvviso” qualche possibile “trauma in rapporto alla vita militare quale ad esempio il rumore della vita in trincea”. Le manifestazioni della malattia erano caratterizzate da “agitazione motoria, logorrea, imprecazioni alla guerra, turpiloquio. Nessuna illusione né allucinazione”.

Il medico che visitò B.L. di anni 26, ricoverato nel 1919, annotò alla voce momenti etiologici (che) hanno potuto provocare o favorire lo sviluppo della pazzia: “La guerra: era caporale” inoltre, alla richiesta di indicare da quanto tempo si fossero notati cambiamenti nell’infermo, risulta “quando venne in licenza di convalescenza, nel novembre 1918, si notò il cambiamento di carattere.” La sua malattia, secondo le testimonianze della famiglia, si manifestava tragicamente: “Ha un grande spavento di infettare con la sua presenza le persone di famiglia e perciò abita una cameruccia fuori di casa sua, dove dorme e mangia. Qualche volta esce e va lontano di casa […] in campagna o nei boschi del Po, senza prendere cibo. Poi ritorna a casa e allora mangia pressato dai suoi; ma egli vorrebbe non mangiare per morire“.

E, ancora, il modulo informativo per l’ammissione degli alienati di S.G. di anni 34, ricoverato nel 1919, riporta che il carattere morale prima dello sviluppo della sua pazzia fosse “buono-docile-morigerato”, alla voce “sintomi che accompagnano la pazzia” risulta che “delle volte è preso da convulsioni” ma non commetteva atti contro sé o gli altri, non gridava, non rompeva le cose e non rifiutava di cibarsi. Tra le “cause fisiche organiche, patemiche, intellettuali e miste” della malattia mentale è scritto: “Spavento preso in trincea”.

A.C. di 27 anni, venne ricoverato nel 1917. La madre fece istanza perché venisse “recluso in manicomio” con queste parole: “Essendo divenuto pericoloso a sé e talvolta anche agli altri specialmente ai suoi di famiglia commettendo in casa violenze e minacce danneggiamenti ecc. Prega che l’invocato provvedimento sia preso d’urgenza anche nei riguardi di salvare la vita dell’infelice sempre in pericolo, tentando ogni di giorno di gettarsi nei fiumi e di notte buttarsi fuori dalle finestre del secondo piano della casa“.

O.S. classe 1894, venne mandato in osservazione nel 1916: “Si è mantenuto costantemente tranquillo ma incoerente e assurdo nel raziocinio, in preda a idee deliranti e a fenomeni psicosensoriali. Torpido, apatico, afferma che si trova nella casa di Dio che il medico è Dio o il Papa che i compagni di sala sono il Re, i santi, parla lentamente piagnucolando ma senza calore affettivo, dice che gli rubano le parole nella testa che ode continuamente voci ora distinte, ora confuse note ed ignote, con ordini perentori e assurdità anche allucinazioni cenestesiche”.
 

Malattia non dipendente da cause di servizio 

Dei 73 soldati presenti nelle due serie di “maniaci” solo a P.C. risulta essere stata riconosciuta la dipendenza della malattia mentale da cause di servizio, perciò gli venne assegnata la pensione militare per un anno, così come a V.L. per cui, però, dalle carte presenti in archivio non risulta esplicitamente una dichiarazione di correlazione tra il conflitto e la malattia.

Nelle cartelle di tutti gli altri soldati risulta la dicitura “non dipendente da cause di servizio” in riferimento alla patologia che gli aveva colpiti, nonostante spesso nella descrizione della stessa ci siano riferimenti alla vita in trincea. Chi stabiliva lo status di dipendenza o meno dall’evento bellico? Nella cartella di B.G. da una lettera del 1922 da parte della direzione dell’ospedale militare principale di Verona, in risposta alla Commissione reale per la straordinaria amministrazione della provincia di Rovigo risulta: “La dichiarazione di dipendenza o meno da causa di servizio dei maniaci riformati, viene emessa dalla direzione di sanità di questo Corpo di armata, alla quale necessita rivolgersi”.

Nella documentazione inerente a Z.O. in una relazione della Deputazione provinciale di Rovigo, risalente al 1927 è scritto: “L’On. deputazione provinciale […], mentre assumeva la spesa di ricovero del demente di cui l’oggetto, deliberava altresì di insistere presso il ministero per il rimborso ritenendo che la sua infermità fu dipendente da causa di servizio militare. Per disposizioni ministeriali la domanda di rimborso deve essere correlata da una copia del verbale del Consiglio d’amministrazione del Corpo militare […] o del Distretto militare che lo ha in carico dal quale risulti che la malattia mentale dipende da cause di servizio. Ottenuta dal Distretto militare di Rovigo la copia del foglio di Rassegna di detto alienato, si trova in essa la dichiarazione che la malattia “demenza precoce” non dipende da cause di servizio.”


Per altro, stante il numero inevitabilmente sempre crescente di militari alienati, è vivamente sentito il bisogno di istituire qualche manicomio militare, essendo ormai esaurita la capienza dei manicomi civili e delle cliniche

Augusto Tamburini, psichiatra italiano, direttore del manicomio di Reggio Emilia e propulsore della Rivista Sperimentale di Freniatria, 1916

Perciò possiamo dedurre che l’ultima parola sulla definizione della malattia, come dipendente o meno, spettasse agli apparati militari: quindi era lo stesso Stato a decidere se dovesse farsi carico delle spese oppure se l’onere spettasse alla provincia competente. Tuttavia il gran numero di soldati che in quel periodo perveniva nei manicomi sembrava suscitare qualche dubbio tra i burocrati, come dimostra la lettera della deputazione provinciale di Rovigo risalente al 1919 – presente nei documenti relativi a B.L. – la cui lettura risulta ostica in alcuni punti, ma da cui traspare l’essenza del messaggio, soprattutto nella chiusura lapidaria: 

“È ancora pendente per la provincia e il governo la controversia relativa alla competenza della spesa per i militari riformati durante la guerra per alienazione mentale, perché il costante rifiuto delli centri […] militari a riconoscere dovute alla guerra le numerose forme di alienazione mentale […] del decreto luogotenenziale 21 giugno 1917 n.1157. Prego per tanto a volersi compiacere chi differì […] relativa al maniaco B. […] spero abbia a verificarsi per bene“.

Gli psichiatri italiani che dovettero assistere i soldati al fronte durante il primo anno del conflitto erano ottimisti circa la possibilità di osservare e studiare nuovi fenomeni clinici. Tuttavia, gradualmente queste speranze vennero spazzate via dalla situazione di emergenza che si era venuta a creare e dal fatto che fosse impossibile stare al passo con gli sviluppi e le conseguenze delle malattie che affliggevano i pazienti. In soli tre mesi, dal maggio al luglio 1916, più di 20.000 soldati vennero ricoverati per disordini mentali. Le difficoltà dei medici erano esacerbate dal continuo scontro con le autorità militari che si preoccupavano di riportare il maggior numero di uomini di nuovo in servizio, visto anche l’alto tasso di diserzione; alcuni psichiatri dichiararono che se si fossero potuti basare semplicemente sulle loro convinzioni mediche, avrebbero tenuto molti più soldati lontani dal fronte
 


Non osavamo usare la frase “malattia dovuta al servizio”, o persino le parole più caute “malattia presunta aggravata dalle condizioni di guerra” nella cartella del paziente. Infatti vedevamo condizioni che ci erano completamente nuove, o quasi

Angelo Alberti, consulente della III Armata, 1920

Durante il primo conflitto mondiale, dal maggio al luglio 1916, vennero ricoverati più di 20.000 soldati per disordini mentali: erano gli “scemi di guerra”. Fra i vari sintomi, presentavano disfunzioni motorie, mutismo e allucinazioni; eppure lo Stato faticava a riconoscere la loro malattia come dipendente da cause di servizio e, quindi, a farsi carico delle loro spese di ricovero
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