In Salute. Melanoma: oggi fa meno paura, prevenzione e diagnosi precoce sono fondamentalibarbara.paknazar
Mar, 05/25/2021 – 07:17


Italian

Barbara Paknazar

E’ il tumore che negli ultimi anni ha fatto registrare il maggiore aumento nel tasso di incidenza e sebbene sul fronte delle terapie, anche nel caso di lesioni già metastatiche, siano stati fatti dei passi avanti molto rilevanti, la prevenzione e la diagnosi precoce restano alleati fondamentali.

Stiamo parlando del melanoma, il più aggressivo dei tumori della pelle. Insidioso anche perché può nascondersi in aree del corpo non facilmente visibili e perché nella fase iniziale può manifestarsi in modo silente, rivelandosi solo ad un controllo attento dei nei preesistenti e della cute in generale. Controlli su cui ha però impattato la pandemia di Covid-19 che ha spinto molte persone a rimandare visite specialistiche ed accertamenti o che ha allungato i tempi di prenotazione delle prestazioni sanitarie, innestando una catena di ritardi che sulle patologie oncologiche può rivelarsi molto pericolosa.

I casi di melanoma in Italia sono in crescita, sia tra gli uomini che tra le donne. Nel nostro paese questo tipo di tumore in termini di frequenza è il secondo tra gli uomini al sotto dei 50 anni e il terzo tra le donne. E se si esclude un lieve decremento fatto registrare nel 2019, la malattia è aumentata in modo rilevante negli ultimi dieci anni, con un +15% rispetto al dati del 2011. Un andamento che è comune all’intera società occidentale dove si stima che l’incidenza del melanoma raddoppi col trascorrere di ogni decennio

L’introduzione dell’ultima edizione del volume “I numeri del cancro in Italia” si sofferma proprio su questa tendenza di crescita e, pur spiegando che il numero di casi “è sicuramente da attribuire ad un maggior numero di diagnosi legato alla maggior attenzione alla patologia ed alla disponibilità di migliori strumenti diagnostici”, viene evidenziato anche il legame con abitudini scorrette, come il largo impiego di lampade abbronzanti a raggi UV. 

 

SCIENZA E RICERCA

Nello stesso documento – realizzato dal gruppo di lavoro di Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Associazione italiana registri tumori (Airtum) e Società italiana di anatomia patologica (Siapec) – non mancano per fortuna anche segnali positivi. Si rileva infatti che “il riscontro di lesioni in fase più iniziale e il miglioramento delle terapie disponibili ha modificato la sopravvivenza a 5 anni per tale patologia, con un aumento di circa il 15% negli ultimi decenni”. Inoltre, spiegano gli esperti, “un ulteriore miglioramento è atteso non appena saranno disponibili dati a 5 anni su larga scala dei pazienti trattati con le più moderne terapie target e con immunoterapia, i cui risultati negli studi clinici evidenziano possibili benefici a lungo e lunghissimo termine anche per gli stadi più avanzati”.

Da questo punto di vista è importante ricordare che sono 169.900 le persone viventi in Italia dopo una diagnosi di melanoma della cute, mentre nel 2010 superavano di poco le 100.000 unità: un dato che ci aiuta a capire i progressi compiuti sul fronte delle cure, anche in considerazione del fatto che proprio il melanoma è tra le forme neoplastiche in cui l’immunoterapia ha mostrato risultati particolarmente incoraggianti. 

Maggio è il mese dedicato alla prevenzione del melanoma. Un mese che ci avvicina all’estate, periodo in cui l’esposizione al sole è più frequente e intensa. E le iniziative di sensibilizzazione sono estremamente importanti anche tra i giovanissimi, in considerazione del lungo periodo che può intercorrere prima dell’insorgenza della patologia. Bisogna avere l’accortezza di evitare l’eccessiva esposizione ai raggi solari e il rischio di scottature, soprattutto se si appartiene al fototipo 1 o 2, utilizzare protezioni adeguate ed essere molto cauti con l’abbronzatura artificiale. E’ poi fondamentale monitorare i cambiamenti di un neo o di una macchia scura di recente insorgenza e, in caso di caratteristiche sospette, è indispensabile rivolgersi a uno specialista. 

Abbiamo chiesto al professor Ignazio Stanganelli, presidente dell’Intergruppo melanoma italiano e direttore Centro di dermatologia oncologica dell’Istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori, di aiutarci a capire nel dettaglio cosa è un melanoma, quali fattori possono favorirne lo sviluppo, come è possibile riconoscerlo e cosa lo differenza da un neo innocuo, quali sono le linee guida per il trattamento terapeutico e quali sono i più importanti progressi raggiunti dalla ricerca scientifica in questo ambito negli ultimi anni. 

L’intervista completa al professor Ignazio Stanganelli su prevenzione, diagnosi e cura del melanoma. Servizio e montaggio di Barbara Paknazar

Che cosa è un melanoma

“Il melanoma – introduce il professor Ignazio Stanganelli, presidente dell’Intergruppo melanoma italiano, direttore della Skin Cancer Unit dell’Istituto romagnolo per lo studio dei tumori e docente all’università di Parma – è un tumore che deriva dalla degenerazione dei melanociti dell’epidermide, che sono le cellule deputate alla formazione della pigmentazione delle nostra pelle. Può insorgere o su cute apparentemente sana oppure dalla trasformazione di un neo preesistente. Dal punto di vista epidemiologico si stima che il 30% dei melanomi siano nevo-associati. Tuttavia va considerato anche il fattore collegato alla distruzione della componente nevica legata al melanoma e infatti le casistiche variano da studio a studio. A prescindere da questo il controllo e il monitoraggio dei nei è assolutamente essenziale per una buona prevenzione e soprattutto per una buona diagnosi precoce”.

Quali caratteristiche lo distinguono da un neo innocuo?

Per l’identificazione precoce di un potenziale melanoma l’autoesame della pelle, magari con l’aiuto di un familiare che possa visionari le parti del corpo difficili da analizzare da soli, è molto importante. L’osseervazione va effettuata considerando la regola dell’ABCDE che riassume gli indicatori clinici più rilevanti ed è il fulcro delle campagne di educazione sanitaria rivolte alla popolazione e ai medici di base. “Una lesione sospetta è asimmetrica, con bordi irregolari, colore disomogeneo o tendente al nero, dimensioni superiori ai 6 mm ed evoluzione rapida. Sicuramente quest’ultimo aspetto è il più importante. Ultimamente c’è un altro paradigma diagnostico che è quello del brutto anatroccolo: è un termine che introduce un modello stereotipale di confronto e sta ad indicare che quando c’è un nevo che si differenzia, che spicca rispetto agli altri, bisogna visionarlo sempre con grande attenzione”, approfondisce il professor Stanganelli.

L’incidenza del melanoma e il ruolo delle iniziative di educazione 

Nel 2020 in Italia, secondo i dati dell’Associazione italiana registri tumori si stimano quasi 15 mila casi di melanoma e i ritardi diagnostici, come vedremo meglio in seguito, hanno portato anche ad un aumento di quelli scoperti già in stadio avanzato e quindi con una prognosi meno favorevole. L’incidenza di questa patologia neoplastica è in netta crescita in tutto il mondo, anche se è probabile che questo trend sia legato anche all’evoluzione di strumenti diagnostici sempre più sofisticati e ad una maggiore consapevolezza da parte delle persone. 

“Dal 1940, momento a partire dal quale abbiamo avuto la possibilità di studiare l’epidemiologia di questo tumore, ai giorni nostri si è registrato un aumento medio annuo del melanoma che va da 3% al 5% in tutte le latitudini e in tutte le popolazioni caucasiche. Questo è particolarmente evidente quando si sono mescolati dei fenotipi per i quali è più rischioso vivere nei luoghi a maggior irradiazione, in particolare Australia e Stati Uniti”, conferma il professor Stanganelli. 

“Dal punto di vista epidemiologico nel nostro Paese gli ultimi dati di Airtum rivelano che il melanoma rappresenta una componente importante tra i tumori che insorgono in giovane età: appare infatti entro i primi tre posti come numero di diagnosi tra i tumori maligni, sia tra gli uomini che la le donne al di sotto dei 50 anni”, continua il presidente dell’Intergruppo melanoma italiano.

Lo sviluppo di un melanoma dipende da un intreccio di fattori genetici, fenotipici e ambientali. Quanto alla distribuzione geografica, i dati italiani indicano che nelle regioni meridionali l’incidenza è quasi dimezzata rispetto a quelle centro-settentrionali. Ad incidere, osserva una nota dell’Imi, sono il fototipo mediamente più scuro al Sud e il tipo di esposizione ai raggi solari. Pochi giorni di vacanza in cui si eccede in modo irrazionale con il sole può provocare più danni rispetto ad un’esposizione prolungata di chi vive o lavora molte ore all’aperto. 

Al tempo stesso, però, si cominciano a notare gli effetti positivi delle campagne di sensibilizzazione. Tra coloro che sono nati dopo la metà degli anni ’70 i tassi di incidenza della malattia hanno iniziato a stabilizzarsi e nelle generazioni più giovani hanno cominciato a diminuire. Del tema si è parlato nel novembre scorso in occasione del 26° congresso nazionale dell’Intergruppo melanoma italiano quando erano stati presentati i dati raccolti grazie ai database Airtum. 

“Negli ultimi anni – conferma il presidente di Imi – si è registrato un calo di incidenza del melanoma tra la popolazione giovane in Italia, in analogia con altri Paesi come Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Questo testimonia che le campagne di prevenzione primaria hanno avuto un impatto molto positivo. E lo si osserva anche in Italia, sebbene nel nostro Paese queste iniziative non abbiano beneficiato dello stesso supporto economico e politico di cui hanno potuto usufruire in America e in Australia. Le campagne realizzate in Italia, a livello territoriale e di iniziative delle associazioni di dermatologia, hanno comunque funzionato”.

Negli ultimi 15 anni le scottature solari sono diminuite e si sono maggiormente diffuse abitudini molto importanti, come il corretto impiego delle creme protettive, l’uso di magliette e cappellini, e l’evitare di esporsi al sole nelle ore centrali delle giornata. A febbraio, in occasione del World cancer day, l’Intergruppo melanoma italiano aveva presentato i risultati di uno studio, pubblicato su Medicine, che aveva analizzato l’esito di due iniziative di sensibilizzazione: la campagna “Il Sole per Amico e il progetto “SoleSi-SoleNo, realizzati rispettivamente nel 2015 e 2001 coinvolgendo le scuole primarie.

“Abbiamo visto un miglioramento dell’educazione alla salute della popolazione a maggior rischio, quella scolastica, insieme alle loro famiglie. Per quanto riguarda le abitudini sull’esposizione solare, quindi uso di crema, cappellino e occhiali, abbiamo registrato un miglioramento statisticamente significativo. Riteniamo che le iniziative di educazione debbano essere ripetute in modo continuativo nel tempo”, commenta al riguardo Stanganelli. 

L’impatto della pandemia da Covid-19 sulla diagnosi precoce

Tra i tanti modi in cui la pandemia da Covid-19 ha impattato sulla nostra salute c’è stata anche la forte difficoltà ad accedere a visite specialistiche, accertamenti diagnostici e percorsi terapeutici. Sulle patologie oncologiche il fattore tempo è decisivo e arrivare in ritardo può voler dire trovarsi davanti a una malattia in stadio più avanzato. 

L’Intergruppo melanoma italiano ha analizzato l’impatto di questi ritardi confrontando i dati relativi al trimestre del lockdown della prima ondata pandemica (tra febbraio e aprile 2020), con quelli dello stesso trimestre del 2019. Ne è nato uno studio, realizzato in collaborazione con l’Associazione italiana di dermatologia e pubblicato su Dermatology Reports. “I dati mostrano che è avvenuto quello che è accaduto anche per altre patologie e in ambiti di clinica generale: una riduzione del numero di visite, quindi pazienti con lesioni sospette, pigmentate che non sono stati visti in tempo, una diminuzione del numero di asportazioni chirurgiche, quantificabile dal 25% al 30% e una conseguente riduzione di esami istologici”, sintetizza il professor Stanganelli.

La riduzione di quasi un terzo delle prime visite e le ripercussioni sull’iter diagnostico rischiano di portare ad un aumento dei melanomi scoperti in fase più avanzata. “Dal punto di vista pratico gli unici dati italiani che hanno valutato l’impatto della pandemia Covid in un campione molto ampio sono quelli dell’Istituto dermatologico dell’Immacolata di Roma. I risultati sono stati pubblicati sul giornale europeo di dermatologia ed è stato visto che c’è stato un raddoppio dei melanomi a rapida crescita nella fase successiva al lockdown. Sappiamo molto bene che la diagnosi precoce del melanoma si basa sull’identificazione di un melanoma o in fase intraepidermica o in fase microinvasiva. Al contrario nella fase di crescita verticale, quindi quella rapida, si stima che un ritardo di un mese possa determinare l’accrescimento del melanoma di 0,50 mm al mese. Un ritardo di 4 mesi può quindi portare il melanoma a 2 mm”, spiega il presidente dell’Intergruppo melanoma italiano evidenziando il ruolo dello spessore di Breslow medio. “Questi naturalmente sono i dati di un singolo istituto ma sono in linea con quelli presentati al congresso mondiale di dermatologia”, precisa il direttore della Skin Cancer Unit dell’Istituto romagnolo per lo studio dei tumori. 

“E’ quindi estremamente importante che anche durante la crisi sanitaria non si perda di vista l’aspetto oncologico. Nello specifico riguardo la diagnosi precoce dei tumori della pelle ha il vantaggio, rispetto ad altri tumori, di poter avvalersi di tecniche di telediagnosi, usando i supporti informatici per inviare al centro di riferimento le immagini di eventuali lesioni senza che il paziente debba venire di persona per una visita. In Australia nei soggetti ad alto rischio il gruppo di Peter Soyer ha dato la possibilità ai pazienti con un pregresso melanoma di avere dei device che attaccavano ai telefonini per inviare al centro diagnostico le immagini. E’ un’esperienza che può avere delle limitazioni dal punto di vista metodologico ma che in termini pratici ha sicuramente salvato qualche vita”.

La prevenzione primaria: attenzione al sole e (ancor di più) all’abbronzatura artificiale

Come detto in precedenza nel contrasto al melanoma la prevenzione primaria riveste un ruolo molto importante. E da questo punto di vista le radiazioni ultraviolette vanno gestite con parecchia attenzione, ancor di più quelle delle lampade abbronzanti. Un documento pubblicato dall’Oms nel 2017 sottolinea che le persone che hanno usato queste apparecchiature almeno una volta nella vita hanno il 20% in più di possibilità di sviluppare un melanoma. 

“Le linee guida internazionali hanno indicato già dal 2009 che la radiazione ultravioletta è un carcinogeno di gruppo 1, quindi al pari del fumo di sigaretta. Questo vale sia per le radiazioni solari, sia per quelle artificiali”, spiega il professor Stanganelli precisando che “quest’ultima è un concentrato di energia di ultravioletti: 20 minuti di esposizione a una lampada ad ultravioletti corrispondono a una giornata intera di sole in pieno agosto in Sardegna. C’è poi un ulteriore problema che è dato dal fatto che generalmente chi sta più tempo al sole tende anche a fare più lampade”.

“Abbiamo fatto uno studio nell’ambito del progetto Good sun, good skin dell’Istituto oncologico romagnolo, in collaborazione con l’Istituto tumori della Romagna, e abbiamo visto che la popolazione che fa molte lampade è composta da persone giovani, nel 30% dei casi hanno un fototipo chiaro, e si sottopongono a tempi di esposizione molto elevati. Bisogna stare attenti sia sull’esposizione alle lampade, sia sul quella solare”.

Il presidente dell’Intergruppo melanoma italiano approfondisce poi come gli effetti delle radiazioni solari sullo sviluppo dei tumori della pelle possano essere differenti a seconda dell’eventualità che l’esposizione alle radiazioni sia stata intensa e concentrata in periodi brevi di tempo oppure prolungata. “Nella nuova classificazione i melanomi cosiddetti solari vengono suddivisi tra bassa intensità e alta intensità. Esposizioni intense e intermittenti, soprattutto in pazienti con numerosi nevi, possono determinare delle forme di melanomi che sono associate a questo tipo di esposizione. Per i pazienti a fototipo chiaro e con numerosi nevi l’esposizione agli ultravioletti è un vero e proprio trauma che se ripetuto nel tempo può determinare la trasformazione del melanocita. E ovviamente questo non accede l’anno dell’ustione ma molto tempo dopo. Questo significa che il danno in età infantile e pediatrica si esprime, sia a livello di melanoma ma anche di altre tipologie di tumori della pelle come il carcinoma, a distanza di  20 o 30 anni”.

“Allo stesso modo esposizioni intense e continue, come quelle che possono riguardare particolari fasce di popolazione come i velisti, i bagnini e gli agricoltori, hanno una dose cumulativa solare elevata durante l’intero arco dell’anno e in questo casi si parla di melanomi solari da esposizione cronica che sono associati a fotodanno attinico come le cheratosi attiniche che sono delle ipercancerosi cutanee, diverse dal melanoma. E proprio in questi soggetti c’è un’aumentata incidenza dei melanomi solari che si esprimono in una variante che prende il nome di lentigo maligna melanoma”.

“Tuttavia – precisa il professor Ignazio Stanganelli – non dobbiamo criminalizzare il sole. Non è questo il messaggio. Sole sì ma con giudizio e con regole prudenti, soprattutto durante l’età pediatrica”.

Il melanoma nascosto nel tatuaggio

In questi giorni l’Intergruppo melanoma italiano ha organizzato un webinar che ha posto l’accento sull’importanza del controllo cutaneo da parte
delle persone con tatuaggi. Si stima che siano circa 60 milioni a livello europeo (pari al 20% della popolazione) e 7 milioni in Italia (circa il 13% del totale). Questo tipo di body art, soprattutto quando realizzata in modo molto esteso e colorato, può però rendere difficile il riconoscimento di un melanoma.

“Il problema non è tanto il tatuaggio piccolo e poco disegnato ma è quello di grandi dimensioni che è attualmente in voga ma che per chi ha molti nei può risultare un problema”, spiega il professor Stanganelli. “Quindi tatuaggio sì ma con attenzione, sia per chi si fa tatuare, sia per i tatuatori che dovrebbero far esprimere un consenso ai pazienti che hanno molti nei.

I problemi collegati alla diffusa presenza di tatuaggi sono due. “Da un lato il falso negativo, cioè quando il melanoma, o il neo sospetto, è tatuato completamente e non lo si riesce a vedere. Esiste anche il falso positivo: il nevo è un agglomerato di melanina e in presenza di numerose lesioni pigmentate, il pigmento della melanina si mescola con i pigmenti esogeni usati per il tatuaggio. In questi casi, se per il tatuaggio vengono usati colori come il rosso, il nero, il marrone e il giallo, si mescolano al colore della melanina e possono risultarne dei sospetti melanomi. Discernere esattamente la tipologia di pigmento è impossibile e si rischiano quindi asportazioni inutili”, approfondisce l’esperto.

La prevenzione secondaria: il percorso diagnostico

In precedenza abbiamo illustrato quali caratteristiche di un neo debbano insospettirci. Torniamo adesso sul tema della prevenzione secondaria, collegandola poi all’intero percorso diagnostico clinico-sperimentale.

“Una lesione nera o rossa, in rapido accrescimento, richiede una visita. Il medico di base deve avere l’accortezza di valutare per intero le caratteristiche del paziente, sia della cute e quindi il fototipo, sia dei singoli nevi per vedere se uno di questi si discosta dagli altri e se occorre la visita dal dermatologo. Qui passiamo al secondo livello diagnostico dove è importante che il dermatologo utilizzi uno strumento semplice e non invasivo che è il dermatoscopio. Non è altro che una lente di ingrandimento che ci permette di enfatizzare degli aspetti non visibili a occhio nudo e valutare meglio l’aspetto cromatico e strutturale di queste lesioni pigmentate o parzialmente pigmentate. Nei pazienti ad alto rischio, con numerose lesioni atipiche che siano piane e non palpabili, si può associare il monitoraggio digitale, la cosiddetta mappatura dei nei, da effettuarsi a tre mesi e sei mesi. Questo vale solo per un paziente che ha lesioni atipiche multiple o per condizioni particolari come bambini in età pediatrica o localizzazioni in viso. La singola lesione atipica va invece asportata”, approfondisce il direttore della Skin Unit Cancer dell’Irst.

“Esiste poi la possibilità, ma solo per centri esperti di riferimento, di effettuare la microscopia laser confocale che è una sorta di biopsia ottica virtuale e che si utilizza per lesioni piccole, in cui la diagnostica differenziale risulta difficile. E’ una macchina che permette un ingrandimento di 800x e consente di avere informazioni citologiche e di valutare il profilo anatomico dell’epidermide, della giunzione dermo-epidermica e del derma superficiale. Con l’utilizzo di queste metodiche integrate il dermatologo ha degli strumenti aggiuntivi che aumentano sensibilità e specificità e migliorano l’accuratezza diagnostica”, continua il professor Stanganelli.

Quando è necessario indagare anche il linfonodo sentinella?

Dopo l’asportazione di una lesione sospetta se la conseguente biopsia ha confermato la diagnosi di melanoma il passo successivo è capire se le cellule tumorali si siano diffuse ad altri tessuti. Per comprendere la stadiazione della malattia e decidere quali saranno i passi terapeutici più indicati si ricorre, quando previsto dalle linee guida, alla biopsia del linfonodo sentinella.

“L’indagine dei linfonodi sentinella rientra nel range diagnostico di una lesione sospetta. Il clinico, che nella stragrande maggioranza dei casi è il dermatologo, identifica la lesione sospetta. Viene asportata e si effettua la biopsia escissionale, asportando quindi la lesione per intero e un margine di cute sana in modo tale da asportarla completamente. Il patologo emette un giudizio secondo la classificazione del WHO e in base alle linee guida nazionali in cui abbiamo tutti i parametri da considerare. In particolare devono essere enfatizzati due aspetti: le caratteristiche di profondità del melanoma e quindi il cosiddetto di spessore di Breslow, che rappresenta il livello massimo di infiltrazione che il melanoma ha, e la presenza o assenza di ulcerazioni. Questi parametri sono validati per la stadiazione. Poi ce ne sono altri che a mio avviso sono altrettanto importanti e che tutti i patologi dovrebbero indicare nell’esame istologico affinché vengano presi in conderazione dal dermatologo e dal team multidisciplinare per decidere il passo successivo”, spiega il presidente dell’Intergruppo melanoma italiano

“In presenza di un melanoma micro invasivo entro lo stadio PT1A, cioè un melanoma che ha una profondità di invasione inferiore a 0,8 mm e, in assenza di ulcerazione, si fa un allargamento senza esecuzione del linfonodo sentinella. Al contrario a partire da tutti i melanomi di stadio PT1B devono essere sottoposti ad allargamento, variabile a seconda della profondità, e alla valutazione del linfonodo sentinella. Ovviamente nei pazienti ad alto rischio prima dell’esecuzione di questo esame vengono fatte delle valutazioni strumentali come l’ecografia o la Tac in presenza di melanomi con caratteristiche biologiche particolari”.

Le nuove frontiere terapeutiche: immunoterapia e target therapy

Negli ultimi anni l’identificazione di lesioni in fase più iniziale e il miglioramento delle terapie disponibili hanno migliorato di molto le opportunità di sopravvivenza dei pazienti con diagnosi di melanoma e oggi in Italia la sopravvivenza a 5 anni in Italia è pari all’86,78%.

“La terapia del melanoma è profondamente cambiata in questi ultimi anni. I dati ad interim, a cui Imi sta lavorando insieme con Airtum, stanno dimostrando questo. Abbiamo uno studio in corso i cui dati speriamo vengano pubblicati a breve e fanno parte della tesi di un dottorato di ricerca che è incentrata proprio sull’analisi dell’incidenza e della mortalità del melanoma in Italia. La terapia adiuvante ha sicuramente cambiato la storia naturale di un melanoma ad alto rischio tanto è vero che è utilizzata in uno stadio particolare del melanoma, in assenza di metastasi”.

E la situazione è radicalmente cambiata anche per i pazienti con melanoma in fase metastatico, per i quali in passato le speranze di sopravvivenza erano quasi nulle. 

“Adesso, indipendentemente dalla terapia precedente basata sull’interferone, abbiamo la possibilità di avvalerci dell’immunoterapia o della target therapy, con farmaci specifici. La scelta tra queste due opzioni dipende dalla presenza o meno della mutazione del gene Braf. In entrambi i casi i risultati sono molto incoraggianti”, conferma il professor Ignazio Stanganelli.

Come spiega la Fondazione Veronesi “prima del 2011, anno in cui è stato approvato il primo immunoterapico, l’aspettativa di vita media per un melanoma metastatico era di soli 9 mesi dalla diagnosi. Oggi lo scenario si è completamente ribaltato e il melanoma può essere trasformato in malattia cronica”. 

E in tema di ricerca è di pochi giorni fa la pubblicazione su Nature Immunology di uno studio che ha dimostrato per la prima volta il ruolo dell’enzima eme-ossigenasi nel promuovere la formazione di metastasi. Il lavoro di ricerca è stato condotto dall’Istituto nazionale dei tumori di Milano, Istituto clinico Humanitas e l’università degli studi del Piemonte orientale con il sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro e ha individuato un nuovo biomarcatore per la prognosi del melanoma metastatico, aprendo così la strada a potenziali nuove prospettive terapeutiche.

Maggio è il mese della prevenzione del melamoma. L’incidenza del più aggressivo dei tumori della pelle è in crescita ma le campagne di educazione iniziano a dare effetti positivi tra i più giovani. L’intervista al professor Ignazio Stanganelli, presidente dell’Intergruppo melanoma italiano, in cui si analizza anche l’impatto di Covid-19 sulle diagnosi
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