Una rivoluzione al femminile. Il futurismo e le donne d’avanguardiafederica.dauria
Mer, 06/02/2021 – 08:52


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Federica DʹAuria

Cosa significava essere una donna d’avanguardia nell’Italia del Novecento? Il secolo breve fu quello del cambiamento, del progresso tecnologico, ma anche delle sperimentazioni artistiche e delle grandi rivendicazioni dei diritti delle donne.
In un periodo in cui stavano accadendo due importanti rivoluzioni, quella che puntava all’affermazione di un nuovo modello femminile e quella in campo artistico, guidata da Filippo Tommaso Marinetti con il futurismo, furono molte le intellettuali e le artiste che presero parte attivamente ai grandi cambiamenti culturali in atto.
Sono le protagoniste del libro Donne d’avanguardia di Claudia Salaris, pubblicato da Il Mulino. In questa sua ultima opera, la storica dell’arte riprende e amplia i suoi studi precedenti dedicati alle principali esponenti del futurismo nel nostro paese, proponendo circa 30 ritratti di donne italiane e straniere che facevano parte di quella “altra metà del cielo” del panorama intellettuale italiano dell’epoca, alcune delle quali diventarono delle vere e proprie icone del Novecento, mentre altre invece furono ingiustamente dimenticate e riscoperte solo tempo dopo.

CULTURA

Le donne d’avanguardia di cui ci racconta Salaris, che si conquistarono il loro posto nel panorama intellettuale dell’epoca, avevano una consapevolezza ben precisa su quale dovesse essere il loro impegno non solo in quanto futuriste, ma anche in qualità di donne, tanto che molte di loro vollero mettere in forma programmatica le loro idee scrivendo testi teorici, come Valentine Saint-Point, o “la prima futurista”, come recita il capitolo che apre il libro. Questa “versatile amazzone intellettuale” che fu poetessa, pittrice, danzatrice e saggista, nel 1912 scrisse il Manifesto della donna futurista. Risposta a F.T. Marinetti. Quella di Valentine Saint-Point era una difesa delle ragioni del corpo e della liberazione degli istinti erotici e sessuali che andava oltre una provocatoria apologia della lussuria, ma una vera battaglia per l’autoaffermazione della donna e la rivendicazione della sua indipendenza, idee che sarebbero state centrali nei movimenti femministi degli anni Sessanta e Settanta.
Autrice di altri scritti sul futurismo, Aphorisms on futurism e Feminist manifesto, fu l’artista Mina Loy. Per quanto le sue idee non fossero del tutto in linea con quelle di Saint-Point, Loy si è espressa con veemenza a favore degli uguali diritti alla sessualità e alla maternità sia per le donne coniugate sia per quelle nubili, oltre che per il loro diritto all’autonomia.


“Donne se volete realizzarvi – siete alla vigilia di uno sconvolgimento psicologico devastante – tutte le vostre piccole illusioni devono essere smascherate – le bugie secolari devono sparire – siete pronte allo Strappo?

Mina Loy, Feminist Manifesto, 1914

Le donne d’avanguardia, quindi, non rimanevano certo indifferenti alle grandi questioni sociali e politiche del tempo. Fervevano dibattiti sul ruolo della donna nella società moderna e furono in tante a far sentire la propria voce grazie alla rivista fiorentina L’Italia futurista, all’ombra della quale, racconta Salaris, si è costituito il primo consistente nucleo di donne futuriste.

Fu proprio L’Italia futurista a ospitare la polemica che si accese nel corso del 1917, suscitata dagli scritti marinettiani Contro l’amore e il parlamentarismo e Come si seducono le donne. Tra coloro che risposero con animate proteste a difesa dell’emancipazione femminile, l’attrice teatrale e scrittrice Enif Robert mise in luce le contraddizioni in cui cadeva il futurismo nel professarsi come un movimento che abbracciava il progresso restando però attaccato a una visione retrograda dell’uomo conquistatore e della donna preda. Anche la scrittrice e disegnatrice Rosa Rosà, colei che, come racconta Salaris “non si considerava una femminista, ma una -ista per cui la prima parte della parola non era ancora stata trovata” si espresse in nome del raggiungimento dell’autonomia femminile concentrandosi su tematiche incredibilmente attuali, come l’inutilità di dividere l’umanità tra uomini e donne e l’importanza di favorire l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro per distruggere, finalmente, la divisione tradizionale dei ruoli.

Naturalmente, tra le donne d’avanguardia non poteva mancare Benedetta Cappa Marinetti, che decise di firmarsi usando solo il suo nome: Benedetta. Raccontando la vita e l’impegno artistico di questa futurista, Salaris dedica in particolare una sezione al suo fondamentale contributo all’invenzione del tattilismo, movimento che Marinetti aveva rivendicato come una sua invenzione quando scrisse Il manifesto del tattilismo del 1921. Fu egli stesso a cambiare versione quando nelle sue memorie scrisse: “Benedetta creò con le sue mani più sensibili delle mie troppo vastamente palpartici d’orizzonti una tavola tattile”, ma da allora gli storici dell’arte si sono chiesti se questa fosse un’autentica ammissione o semplicemente un omaggio alla donna che amava.

Salaris condivide con i suoi lettori la sua intuizione – un’improvvisa associazione di idee tra la tavola Sudan-Parigi realizzata dai coniugi Marinetti nel 1920 e il metodo montessoriano – che l’ha colta mentre ammirava di persona l’opera insieme a Luce Marinetti.
Avendo lei stessa insegnato in un istituto dove si praticava il metodo Montessori, Salaris aveva riconosciuto immediatamente il riferimento all’educazione tattile, centrale in questa teoria dell’insegnamento. Ad avvalorare l’ipotesi di Salaris sul ruolo centrale di Benedetta nell’invenzione di questa forma d’arte d’avanguardia fu una testimonianza chiave di Luce, la quale raccontò che sua madre aveva effettivamente coltivato i suoi interessi pedagogici lavorando in una di quelle scuole.

Al desiderio di volare, sia reale che metaforico, Salaris dedica un intero capitolo del suo libro. L’aeronautica era in quegli anni “la vera trasposizione nell’era meccanica del mito di Icaro”, e l’aeroplano era diventato, insieme all’automobile, uno dei simboli del futurismo.
Salaris ricorda i nomi di Maria Antonietta Avanzo, la prima donna a correre la Mille Miglia, e di Rosina Ferrario, la prima italiana a conseguire un brevetto di volo, accanto a quello di Amelia Earhart, la più famosa tra le aviatrici, nonché grande ammiratrice del futurismo italiano.
Da questo desiderio di volare, bisogno estremo di libertà e autonomia, nacquero forme d’arte d’avanguardia come l’aerodanza, invenzione di Giannina Censi, la ballerina che effettuò un volo acrobatico legata al sedile di un velivolo come preparazione per una performance che consisteva nel danzare interpretando dei testi paroliberi declamati da Marinetti. E non dimentichiamo l’aeropittura, che vide tra le sue esponenti Barbara, pittrice e aviatrice, che “muoveva con altrettanta disinvoltura la cloche e il pennello, conquistandosi un primato assoluto tra le futuriste”.

Determinate, controcorrente, creative. Sono queste e molte altre le donne che incontriamo quando partiamo alla scoperta del Novecento e delle sue avanguardie. Tra loro ci sono anche la marchesa Casati, una dandy al femminile che rese la sua vita un’opera d’arte, Elena Ferrari, la misteriosa poetessa-spia che faceva l’agente segreto sovietico sotto copertura, e Tina Modotti, colei che “dai suoi uomini ricevette delle opportunità di crescita che l’aiutarono a trovare una propria strada. Ma da sola, non da altri, imparò a vedere il mondo degli emarginati con una comprensione che l’avrebbero portata verso la militanza politica”.

Diventa unico e sorprendente il mondo attraverso l’obiettivo di Tina Modotti, che dedica particolare attenzione “agli ultimi, ai dannati della terra” e all’incontro ravvicinato con gli oggetti che immortala. La fotografia è il mezzo artistico che l’ha resa famosa, ed è forse il più importante dei tasselli che permettono di ricostruire quello che Salaris chiama il “puzzle Modotti”.
“Operaia bambina, emigrante adolescente, sartina, midinette, attrice, fotografa, militante comunista al tempo di Stalin e combattente nella guerra civile spagnola”. La sua incredibile storia è la degna tappa finale del viaggio alla scoperta di queste meravigliose donne d’avanguardia.

Determinate, creative, controcorrente. Sono le “Donne d’avanguardia” protagoniste dell’ultimo libro di Claudia Salaris, pubblicato da Il Mulino

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La marchesa Luisa Casati fotografata da Adolphe de Meyer nel 1912
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