La risposta cinese alla pandemia: tecnologia e senso del bene collettivofrancesco.suman
Mer, 11/11/2020 – 12:53


Italian

Francesco Suman

Il primo Paese colpito dal virus è anche quello che ne è uscito per primo. Ma come ha fatto? La sanità cinese di fronte a CoVid-19 è il titolo dell’incontro con Simone Pieranni, caporedattore della sezione esteri de Il Manifesto, che si è tenuto martedì 10 novembre al Festival della Salute Globale, ideato dall’editore LaTerza in collaborazione con il comune e l’università di Padova, quest’anno si svolge interamente online. Pieranni ha vissuto per oltre un decennio in Cina, è co-fondatore di China Files ed è autore per LaTerza di Red Mirror, un libro che racconta l’evoluzione tecnologica della Cina e che dedica gli ultimi due capitoli proprio alla pandemia.

Tecnologia contro la pandemia

E proprio l’uso dei dati e della tecnologia per leggerli è stata una delle armi che la Cina ha saputo sfoderare contro l’epidemia. Oltre all’app di tracciamento, introdotta però solo nella fase successiva alla prima ondata, la Cina ha fatto ricorso ai dati sui movimenti dei pagamenti digitali, alle telecamere di riconoscimento facciale, a sistemi di riconoscimento di impronte vocali e di altri parametri biometrici che sono stati raccolti per individuare e spegnere i focolai. Big data e intelligenza artificiale sono stati una chiave della risposta cinese.

Inoltre, racconta Pieranni, una persona positiva non andava immediatamente in ospedale ma veniva seguita da medici territoriali. Fondamentali per seguire i positivi da remoto sono stati i sistemi automatici di assistenza vocale, capaci di fare centinaia di chiamate in pochi minuti. Solo chi aveva bisogno di cure veniva ricoverato e gli ospedali hanno continuato a curare tutti i pazienti, anche quelli non Covid.

È stato inoltre adottato il sistema dei codici salute, che assegna ad ogni cittadino, a seconda del suo stato di salute, un colore (verde, giallo, rosso) che gli permette o meno di muoversi liberamente all’interno della città. In alcuni casi i codici sanitari si sono sommati al controverso sistema sperimentale dei crediti sociali, che classifica e premia (così come penalizza) ciascun cittadino in base ai suoi comportamenti.

SOCIETÀ

Amministrazione e prime fasi dell’epidemia

Naturalmente però anche in Cina non sono mancati i problemi. Allo scoppio del primo focolaio nel wet market di Wuhan le autorità cinesi si sono fatte cogliere impreparate, secondo Pieranni. L’epidemia ha fatto capolino a ridosso del capodanno cinese, un periodo dell’anno in cui si muovono tra i 500 e i 600 milioni di persone, rendendo altissimo il rischio di trasmissibilità della malattia. Sono stati giorni complicati per la popolazione e la dirigenza cinese. La risposta è stato il lockdown totale, ma il virus probabilmente circolava in Cina da diversi mesi e prima che venissero imposte le misure draconiane si stima che 5 milioni di persone abbiano fatto in tempo a spostarsi da Wuhan portando con sé il virus, riporta Pieranni.

Già nel 2003 la Sars era stata una figuraccia a livello mondiale, riporta il giornalista de Il Manifesto, e oggi la Cina che compete per la posizione di leadership mondiale non aveva nessuna intenzione di ripeterne una. I ritardi ci sono stati, ma non per reticenza del governo, dice Pieranni, bensì per come è strutturato il sistema amministrativo cinese.

Da occidente infatti si è avuta l’impressione che nelle fase iniziali la Cina abbia esitato nel riconoscere l’insorgenza dell’epidemia. Ma questo sarebbe spiegabile con il rapporto complicato che sussiste tra autorità amministrative locali e centrali, tra periferia e centro del comando politico. Spesso capita che i funzionari locali tentino di nascondere alle autorità di Pechino problemi insorti nella loro regione di competenza, per paura di vedere stroncata la propria carriera. Occorre ricordare che le singole regioni della Cina hanno Pil paragonabili a quelli dei singoli Stati europei, quindi la complessità amministrativa è notevole. Non di rado Pechino è all’oscuro di ciò che succede in alcune regioni periferiche della Cina, tanto che Xi JinPing ha spedito nella provincia di Hubei suoi uomini di fiducia a verificare cosa fosse successo.


LEGGI ANCHE


Wet market e medicina tradizionale cinese

Le contraddizioni in Cina non si vedono solo tra centro e periferia, anche all’interno della stessa città ci sono aree iper-tecnologizzate e aree in cui gli standard igienici sono molto bassi. È il caso dei wet market dove molti animali vengono macellati per essere utilizzati nei trattamenti della medicina tradizionale cinese (l’anno scorso riconosciuta anche dall’Oms, creando un certo sconcerto nel mondo scientifico). Oltre ad essere una cultura radicata dal forte valore identitario, è un business gigantesco, sostiene Pieranni. Recentemente la Cina ha vietato il consumo di carni di certi animali, come il cane, ma in molti luoghi i wet market sono rimasti aperti, o in alcuni casi chiusi e riaperti. Negli ospedali vengono usate le terapie della medicina occidentale, ma tra la popolazione si fa largo ricorso alla medicina tradizionale cinese, a favore della quale lo stesso Xi si è spesso pronunciato. Esistono infatti molte aziende che producono e esportano questi prodotti e in alcuni casi questo business è gestito da aziende statali.

Informazione e sistema mediatico

Un altro strumento che il governo centrale ha utilizzato per far luce sulle prime fasi dell’epidemia sono stati gli organi di informazione. In Cina c’è la censura, ricorda Pieranni, ma le autorità possono anche scegliere di accendere o spegnere, a seconda delle necessità, il sistema mediatico. In questa occasione il governo avrebbe acceso il sistema informativo proprio per capire cosa stesse succedendo nella provincia di Hubei. Soprendentemente infatti nel corso dell’epidemia in Cina si è assistito anche a rari esempi di giornalismo investigativo, o “giornalismo critico” come viene chiamato in Cina. É proprio così che è stata data voce a Li Wenliang, il medico che per primo ha lanciato l’allarme delle polmoniti atipiche a fine dicembre 2019. Screditato inizialmente dalle autorità, arrestato e poi riabilitato, Li è morto proprio di CoVid-19 a febbraio.

Contagi e decessi

A lungo da noi si è discusso se i numeri dei contagi e dei decessi registrati in Cina fossero veritieri. Sappiamo che in aprile la Cina ha riveduto al rialzo il numero dei morti da CoVid-19 a Wuhan: da 2579 è passato a 3869, 1290 decessi in più, un aumento del 50%. Oggi quel numero supera di poco i 4600 e i contagi sono meno di 90.000. Forse c’è stato un problema nelle modalità di registrazione dei decessi, riporta Pieranni; il virus infatti colpisce più duro chi ha patologie pre-esistenti. Ma anche con la correzione della mortalità in eccesso l’ordine di grandezza dei decessi non è cambiato.

Collettività e Confucianesimo

La sintesi è che oggi la Cina è guarita mentre l’Europa è ancora malata. La gente va in discoteca e l’economia cinese si è ripresa. Dopo la prima ondata l’esportazione di materiale medico ad altri Paesi ha dato respiro alla ripresa, ma la svolta è arrivata dal mercato interno: i consumi sono ripresi, la popolazione ha spento patriotticamente, riporta Pieranni, e secondo il Fondo Monetario Internazionale la Cina sarà l’unico grande Paese a crescere nel 2020.

Da noi,  d’estate, tutti sono andati in vacanza mentre in Cina per lo più sono rimasti a casa, non tanto per il pugno fermo delle autorità, sostiene Pieranni, ma piuttosto perché i cittadini hanno capito che era la cosa giusta da fare. La Cina ha avvertito la pandemia proprio come una guerra e il senso di collettività ha accompagnato la popolazione anche nella transizione tra la prima e la seconda ondata. Lo stesso è accaduto in Corea del Sud o in Giappone che oggi possono dire di essere riusciti a tenere sotto controllo l’epidemia da CoVid-19.

Al netto dell’avanzamento tecnologico e dell’azione delle autorità centrali, il successo di questi Paesi asiatici secondo Pieranni si deve principalmente a un fattore culturale, e quello cinese in particolare. Secondo il Confucianesimo l’individuo è l’ingranaggio di un sistema e deve far di tutto per non incepparlo. Il senso del bene collettivo è superiore al bene individuale. Fenomeni come la pandemia mettono a nudo non solo la capacità di risposta di ciascun Paese ma anche le abitudini radicate.

In Cina c’è stata una forte centralizzazione della gestione della pandemia, non c’era l’autonomia regionale che abbiamo visto in Europa e ancor più in Italia, né c’erano virologi che in tv dicevano cose diverse, ricorda Pieranni. E oltre al collettivismo confuciano, le autorità cinesi hanno anche fatto affidamento sulla mobilitazione di massa, tipica dell’era Maoista: il Partito Comunista Cinese tramite i suoi gangli territoriali ha saputo attivare la popolazione, che a sua volta si è messa a disposizione della collettività per risolvere il problema.

Infine, nella corsa globale al vaccino anche la Cina pare ne abbia in mano uno in fase di sperimentazione, che però sta già venendo somministrato a militari e dipendenti pubblici. Questo potrebbe essere uno dei pochi errori che sta compiendo la Cina, ritiene Pieranni, perché una somministrazione precoce di un vaccino di efficacia non dimostrata potrebbe far sì che molti credano di essere immuni quando invece continuano a diffondere il contagio.

Il primo Paese colpito dal virus è quello che ne è anche uscito per primo. Ma come ha fatto? Simone Pieranni ospite del Festival della Salute Globale ha parlato di come la Cina sembra aver risolto l’epidemia da CoVid-19, grazie a dati, tecnologia e a un radicato senso del bene collettivo

has_gallery

Foto: Reuters
hp Ateneo
1

Comments

comments