Il rischio alluvione e gli allarmi non ascoltatimattia
Gio, 11/14/2019 – 14:00


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Daniele Mont D’Arpizio

Non c’è solo l’acqua alta eccezionale che ha colpito Venezia: nei prossimi giorni tutto il Veneto rischia di trovarsi sommerso. Lo ha detto il presidente della Regione Luca Zaia, per il quale a causa del maltempo “si sta prospettando uno scenario stile 2010”, ricordando poi le cifre di nove anni fa: 235 comuni alluvionati su 574, 10.040 famiglie e imprese allagate, almeno un miliardo di danni riconosciuti.

Siamo insomma di fronte all’ennesima emergenza maltempo, ma la colpa non è solo delle precipitazioni abbondanti e dello scirocco. Si sa da tempo che il territorio è fragile e a rischio: solo tre anni fa gli ingegneri idraulici del Veneto lo avevano detto chiaramente: se almeno per la Laguna c’è la speranza che il Mose prima o poi entri finalmente in funzione, poco o nulla è stato fatto per quanto riguarda le montagne e i corsi d’acqua interni.

SOCIETÀ

L’incontro, tenutosi  il 4 novembre 2016 nell’Aula magna di Ingegneria, si intitolava 1966-2016: la previsione delle piene, il rischio idraulico e le opere di difesa a 50 anni dall’Alluvione. Allora si parlava ancora di un’entrata in funzione del MOSE nel 2018 (al momento è slittata almeno al 2021, ma il condizionale è d’obbligo), ma si puntava l’attenzione soprattutto sulla carenza di opere infrastrutturali e sul pessimo stato di manutenzione dei corsi d’acqua. Una situazione che, unita all’urbanizzazione (e sovente alla cementificazione) degli ultimi anni tracciava un quadro esplosivo delle future emergenze. Tra i relatori Luigi Da Deppo, docente emerito di costruzioni idrauliche al dipartimento di Ingegneria civile, edile e ambientale, spiegava a Il Bo Live che “In 50 anni per i corsi d’acqua non è stato fatto praticamente niente”.

A seguito dell’alluvione del 1966 una commissione interministeriale, presieduta da Giulio De Marchi, aveva proposto una serie di opere di protezione come l’ampliamento degli alvei dei fiumi nei tratti in pianura e la realizzazione di una serie di invasi per assorbire le ondate di piena. Dopo anni però l’unica opera significativa è il bacino da 23,6 milioni di metri cubi del Cellina-Meduna-Livenza, realizzato in oltre 30 anni tra il 1982 e il 2014 tramite la diga di Ravedis: per il resto poco o nulla. Casi emblematici sono i progetti per la realizzazione di dighe a Meda sull’Astico, oppure a Pinzano sul Tagliamento, in Friuli: tutti progetti bloccati nel tempo dalla lentezza della politica, dai problemi burocratici e dall’opposizione dei vari comitati locali. Con il risultato che oggi la grande maggioranza dei 45 serbatoi artificiali nei corsi d’acqua veneti è stata realizzata soprattutto tra la fine della seconda guerra mondiale e la metà degli anni ’60, e sono adatti solo in parte alla protezione idrogeologica.


Oggi i danni potenziali di un’alluvione simile a quello del ’66 sarebbero ancora maggiori

Luigi Da Deppo, docente emerito di costruzioni idrauliche

In Veneto inoltre i problemi di difesa idraulica sono aggravati – diceva nel 2014 in un’altra intervista a Il Bo Live Luigi D’Alpaos, del dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale – da errori di pianificazione territoriale, attuata nella più assoluta ignoranza della rete idrica. In pianura, in particolare, esistono problemi sia a carico della rete idraulica minore (canali, fossi) che della rete idrografica principale, sottodimensionate rispetto alle portate da contenere. Gli urbanisti sono intervenuti su un territorio concepito per uso agricolo, senza chiedersi se fosse necessario rivedere la gestione delle acque esistente. In soli 50 anni si è assistito a una urbanizzazione diffusa con sempre maggiore cementificazione, all’eliminazione degli invasi disponibili nei fossi (spesso invece utilizzati per costruire piste ciclabili), alla realizzazione di fognature di tipo misto (raccolgono sia le acque di rifiuto urbano che meteoriche) e alla commistione tra reti fognarie e canali della bonifica. Una situazione ha aggravato la vulnerabilità di molte parti della nostra Regione, in conseguenza anche dell’aumentato valore economico dei beni da difendere.  

Nel 1966 fu proprio una grossa opera infrastrutturale appena inaugurata, la galleria di 10 chilometri tra l’Adige e il Lago di Garda, a salvare Verona dell’allagamento, oggi molte delle opere previste dalla commissione De Marchi, in particolare le dighe, non sono praticamente più fattibili perché nel frattempo parte delle aree interessate dagli interventi sono state urbanizzate o destinate ad altre infrastrutture. Inoltre sono peggiori anche le condizioni degli alvei dei fiumi e degli argini, spesso occupati da piante e insidiati da abitazioni e da ponti e passerelle non a norma. “Oggi i danni potenziali di un’alluvione simile a quello del ’66 sarebbero ancora maggiori rispetto a 50 anni fa – concludeva tre anni fa l’ingegner Da Deppo –. Per questo intervenire è più che mai necessario. L’evento del 2010 in Veneto è stato una prova di ciò che può accadere”.

L’associazione degli ingegneri idraulici lo aveva detto tre anni fa: il territorio è fragile e va tutelato. Ma dalle alluvioni degli anni ’60 la situazione è addirittura peggiorata

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