Il riscaldamento globale mette a rischio il ciclo riproduttivo di molluschi e altri invertebratifrancesca.bastianon
Lun, 10/12/2020 – 10:14


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Francesca Buoninconti

Le acque dell’Atlantico nord-occidentale, tra il Georges Bank e il Middle Atlantic Bight, non sono più le stesse. Negli ultimi 60 anni, l’areale di molte specie di molluschi e di altri invertebrati che vivono sui fondali marini si è ridotto del 10%, spostandosi verso la costa. La colpa, neanche a dirlo, è del cambiamento climatico che avrebbe modificato i tempi di riproduzione di queste specie, innescando una “migrazione nel verso sbagliato”. È quanto scrive un gruppo di ricercatori della Rutgers University su Nature Climate Change.

SCIENZA E RICERCA

Come è noto, il riscaldamento globale spinge molte specie di animali e piante a spostarsi, a migrare verso areali più freschi: c’è chi si dirige verso nord, chi più in profondità (nei limiti delle possibilità e dei livelli di luce). E c’è chi sta già scalando le montagne. Tutti cercano di ristabilire il proprio optimum climatico e non soccombere al troppo caldo. Spesso molti cambiano la loro fenologia: la tempistica delle migrazioni o della riproduzione.

Ma la vita al tempo del climate change per i molluschi bentonici che vivono ancorati al fondo, come capesante, cozze e vongole, può essere molto complicata. Da adulti questi animali tendono a rimanere sul posto, alcuni anche a formare delle colonie, sono sedentari e restano ancorati al substrato. Ma nella loro fase larvale i bivalvi sono nuotatori deboli e fanno affidamento sulle correnti oceaniche per essere trasportati lontano.

Heidi Fuchs della Rutgers University, esperta di molluschi marini che da anni studia le specie della piattaforma continentale dell’Atlantico nord-occidentale, si è accorta subito che qualcosa stava cambiando: l’areale di molte specie comuni in quest’area marina si è ridotto in modo significativo negli ultimi decenni. E si è spostato verso l’interno: molte specie stavano scomparendo dall’area più esterna della piattaforma continentale. Cosa stava succedendo?

Per la Fuchs non c’erano dubbi: l’affare riguardava i modelli di dispersione delle larve. Così la Fuchs, insieme al suo team e all’oceanografo della Rutgers Robert Chant, ha raccolto ed esaminato i dati relativi a 50 specie di molluschi, mappandone gli areali e le tempistiche di riproduzione. Poi ha incrociato questi dati con i trend di temperatura delle acque e i modelli delle correnti marine. E quello che ne è uscito non sono certo buone notizie.

Dagli anni Sessanta ad oggi l’Atlantico nord-occidentale, tra il Georges Bank e il Middle Atlantic Bight, si è riscaldato tre volte più velocemente rispetto alla media globale: la temperatura dell’acqua è aumentata di 2°C in sei decenni. Di conseguenza, le specie sessili e poco mobili di molluschi hanno modificato la loro fenologia e hanno cominciato a rilasciare le loro larve con circa un mese di anticipo. Ma quello che poteva sembrare un adattamento vantaggioso per affrontare il cambiamento climatico, si è rivelato un vero e proprio disastro. 

Fino ad oggi le 50 specie prese in esame si riproducevano alla fine della primavera e soprattutto in estate, quando i venti soffiano verso la piattaforma continentale e innescano un processo di risalita delle acque profonde (upwelling) che consente alle larve di rimanere lungo la piattaforma. Con l’aumento delle temperature però i molluschi hanno cominciato a riprodursi prima, in primavera, quando invece i venti scorrono lungo la costa e generano correnti di downwelling, verso il basso, che spingono le larve verso sud-ovest e in acque più basse, molto più calde di quelle ottimali.

Per questo le larve nate prematuramente vengono trasportate da correnti marine diverse, persino opposte: si trovano a seguire percorsi sbagliati. E vengono spinte in acque ancora più calde dove hanno meno probabilità di sopravvivere. Chi riesce a diventare adulto, resta “intrappolato” in un’area sfavorevole, innescando un ciclo di feedback negativo: in acque ancora più bollenti, i bivalvi si riproducono ancora prima e le larve vengono trascinate da correnti ancora più forti a sud-ovest e lungo la costa. È un cane che si morde la coda ed ecco perché tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, gli areali di queste specie si sono ridotti in media di circa il 10%. «È piuttosto preoccupante che così tante specie bentoniche che erano davvero abbondanti siano scomparse dalla piattaforma esterna» sottolinea Fuchs. E tra le specie il cui areale si è contratto maggiormente, dal 30% al 50%, schiacciandosi sotto costa, ci sono bivalvi che sono fondamentali per l’industria della pesca, come la vongola artica (Arctica islandica), le cozze blu (Mytilus edulis), e la vongola dell’Atlantico (Spisula solidissima).

A cadere in questa trappola mortale però non sono solo i bivalvi, ma anche stelle marine, gasteropodi come la Crepidula fornicata e la Tritia trivittata, e il verme americano (Glycera dibranchiata), un polichete utilizzato di solito come esca viva.

I cicli riproduttivi degli animali e delle piante si sono co-evoluti per millenni, e sono stati spesso modellati da variabili ambientali come piogge, temperature idonei, venti e correnti marine. Ora però lungo la piattaforma americana questa perfetta sincronia sembra essersi spezzata. Che sia così anche altrove? Non è dato saperlo. Secondo la Fuchs questi risultati non possono essere generalizzati: ogni area e ogni scenario è a sé, ma quello americano non promette nulla di buono. «Per quanto riguarda le specie bentoniche dell’Atlantico nord-occidentale, possiamo sperare che alcune spostino ancora la loro deposizione delle uova in un momento in cui le correnti sono più favorevoli o che riescano a tollerare l’acqua più calda». Ma la cosa sembra alquanto improbabile in tempi brevi e utili ad impedire addirittura un’estinzione. Ed è probabile che i biologi dovranno pensare a trasferire queste specie in pericolo in ambienti più favorevoli: una migrazione assistita.

Un gruppo di ricercatori della Rutgers University ha pubblicato uno studio su Nature Climate Change in cui si mette in luce il problema el riscaldamento globale sui cicli di riproduzione dei molluschi e altri invertebrati nell’Atlantico nord occidentale
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