RBG, molto più di una giudicedaniele.montdarpizio
Mer, 09/23/2020 – 11:50


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Daniele Mont D’Arpizio

Persino Trump oggi la definisce straordinaria (“amazing”) ma probabilmente Ruth Bader Ginsburg, morta lo scorso 18 settembre a 87 anni per un cancro al pancreas, non apprezzerebbe. Era nota infatti la sua disistima nei confronti dell’attuale presidente, tanto da chiedere prima di morire che il suo successore fosse nominato solo dopo le prossime elezioni del 3 novembre.

Ma andiamo con ordine, perché Bader Ginsburg, seconda donna nella storia a far parte della Corte Suprema degli Stati Uniti, è stata qualcosa di più di un’apprezzata studiosa e di un’austera servitrice dello Stato. Soprattutto negli ultimi anni era diventata una vera icona pop: il suo volto scavato, declinato in vari stili, appariva su magliette, tazze, tatuaggi e cartoni animati, mentre la sua vita e le sue parole erano oggetto di libri, canzoni pop, documentari, film, pièce teatrali e libretti d’opera. Veniva popolarmente chiamata Notorious RBG, sul modello di un famoso rapper, e gli sono state dedicate persino una marca di birra e una specie di mantide: la Ilomantis ginsburgae, che sembra indossare sul collo uno dei suoi adorati jabot.

La strada verso il successo non è però stata facile né breve. Nata nel 1933 a Brooklyn da una famiglia ebraica di origini russe e polacche, fin dall’inizio alla piccola Joan Ruth Bader deve guadagnarsi tutto da sola. La madre, che ha perso l’altra figlia per una meningite infantile, capisce il suo potenziale e la spinge a impegnarsi nello studio, ma muore il giorno prima del suo diploma. Ruth non demorde e si iscrive alla Cornell University, dove conosce il futuro marito Martin D. Ginsburg, anche lui brillante studente di legge: si sposano un mese dopo il bachelor’s degree triennale e lei rimane subito incinta: non molla però il diritto, in cui ha già iniziato a mostrare le sue doti. Siamo a metà degli anni ’50, e mentre il mito di Marilyn Monroe impazza al cinema Bader Ginsburg è una delle nove donne ammesse (su oltre 550 iscritti) alla Harvard Law School. Una sera il decano le invita tutte a cena a casa sua e chiede loro perché ci tengano così tanto a prendere il posto dei maschi. Hanno forse paura di non trovare un marito che le mantenga?

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Negli ultimi tempi era diventata una vera icona pop: le è stata dedicata persino una specie di mantide

Bader Ginsburg risponde raddoppiando l’impegno, anche se non rinuncerà mai ad essere anche moglie e madre. Accudisce il marito – che si ammala di tumore e guarisce – e intanto cresce la figlia (alla quale 10 anni dopo si aggiungerà un maschio), riuscendo comunque a terminare gli studi alla Columbia come migliore studentessa del suo anno. Davvero strano che nei primi tempi abbia difficoltà a trovare un magistrato che la accetti nel suo studio, primo passo per la carriera forense. Per tutta la vita Ruth sperimenta in prima persona le discriminazioni, come donna e come appartenente a una minoranza, ma riesce sempre a trasformare gli ostacoli in punti di forza. Da docente e da attivista della Women’s Rights Project della ACLU (American Civil Liberties Union) diventa specialista in diritti civili e femminili, ad esempio nel campo della discriminazione salariale, intervenendo come avvocata ed esperta in diverse cause anche di fronte alla Corte Suprema. I suoi interventi sono asciutti e acuti, e da brava giurista piuttosto che sui proclami ideologici preferisce concentrarsi sui dettagli tecnici; dimostra ad esempio che la discriminazione può ritorcersi anche contro gli uomini: nel 1975 difende un vedovo al quale, a differenza delle donne, vengono negati alcuni benefici governativi per la cura dei figli. E anche in questo caso vince.

È ormai già famosa nell’ambiente quando nel 1980 viene scelta come giudice nella corte d’appello federale di Washington, ruolo che farà da trampolino di lancio per l’ingresso nel 1993 nella Corte Suprema su designazione di Bill Clinton. La sua nomina passa a grande maggioranza al Senato, dove la votano sia repubblicani che democratici perché ha fama di essere accorta e moderata. Iniziano così i 27 anni nel massimo organo giudiziario degli Stati Uniti, capace con le sue decisioni di imporsi sul Presidente e sul Congresso. Qui al suo vecchio pallino, l’uguaglianza di genere – la leggenda dice che sia stata proprio lei negli anni ’70 a preferire davanti alle corti il termine gender rispetto a sex, che avrebbe potuto distrarre i giudici – affianca l’impegno per l’ecologia e la sostenibilità, venendo spesso scelta in questi ambiti come relatrice delle sentenze.

Così con il passare degli anni Ruth Bader Ginsburg diventa sempre più il punto di riferimento della liberal wing della Corte anche se ad esempio mantiene stretti rapporti di amicizia con il collega Antonin Scalia, cattolico tradizionalista e padre di nove figli, il più acuto e brillante tra i giudici conservatori. Le loro proverbiali uscite insieme a pranzo o all’opera, di cui sono entrambi appassionati (una volta prendono addirittura parte insieme a una rappresentazione), simboleggiano la possibilità di trovare un confronto sereno e intelligente al di là dei fossati ideologici.

I tempi però cambiano e anche la Corte Suprema diventa sempre più polarizzata politicamente, finché, con le dimissioni nel 2006 della giudice Sandra Day O’Connor, Ruth Bader Ginsburg “diventa” finalmente RBG. Rimasta fino al 2009 l’unica donna in una Corte a maggioranza conservatrice, le sue dissenting opinion – che negli Stati Uniti trovano spazio nelle sentenze – diventano una bandiera per una massa di fans sempre più appassionati. È in questo periodo che, scrive Linda Greenhouse sul The New York Times, Bader Ginsburg “trova la sua voce”. E lei sta al gioco, accettando il nuovo ruolo con orgoglio e un pizzico di ironia. Durante la presidenza Obama le prese di posizione su temi caldi come l’aborto e i matrimoni gay ne fanno un’eroina per i democratici, ma al tempo stesso attirano anche le ire della parte più conservatrice del Paese. Quella che alle elezioni del 2016 punterà su Trump.

Qui si apre il problema della successione, particolarmente delicato per un’ultraottantenne che dal 1999 ha sconfitto quattro volte il cancro, pur continuando stoicamente a lavorare anche durante le sessioni di chemioterapia. Con l’avanzare dell’età e i malanni qualcuno all’interno dello stesso schieramento liberal le chiede di farsi da parte, in modo che sia Barack Obama a nominare il suo successore; lei però non si decide e aspetta, confidando probabilmente di vedere Hillary Clinton nello studio ovale. Fa qualche affermazione avventata su Trump prima delle elezioni, dice che non vuole neanche pensare a una sua vittoria, e che nel caso è pronta a trasferirsi in Nuova Zelanda. Le cose vanno come tutti sanno, e da allora la sua diventa anche una disperata battaglia di resistenza per cercare di sopravvivere al male – che nel frattempo si è ripresentato – almeno fino a quando alla Casa bianca non ci sarà un nuovo inquilino. Stavolta però, per appena sei settimane, non ce la fa.

Donald Trump ha già annunciato che andrà avanti e cercherà di nominare il nuovo associate justice prima delle elezioni del 3 novembre: i numeri al Senato sulla carta glielo permetterebbero, anche se i democratici promettono battaglia. Per la nomina al momento si fanno i nomi di Barbara Lagoa e soprattutto di Amy Coney Barrett: entrambe conservatrici e molto giovani, con la possibilità di condizionare gli equilibri della Corte per i prossimi decenni. C’è chi dice che la nomina dei giudici della Corte Suprema sia ormai il potere più importante in capo a un presidente, e Trump ha sempre dichiarato di volerla usare per scegliere giudici conservatori e pro-life: ai due già nominati, Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh, non vorrebbe farsi sfuggire l’opportunità di aggiungerne un terzo. Il pericolo è che la SCOTUS, sempre più divisa tra opposti schieramenti, venga ancor più risucchiata nelle logiche della politica e smetta di essere l’ambito in cui risolvere in base ad argomentazioni ragionate i complessi problemi della società moderna. Un luogo dove discutere e decidere un importante caso e poi andare insieme all’opera, magari con il collega con cui eri più in disaccordo.

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Murale a Washington, DC; foto di Rose Jaffe

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