Razzismo: conoscere le diversità per favorire l’integrazionemonica.panetto
Mer, 02/06/2019 – 08:10


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Monica Panetto

“La diversità è un problema? Sì, no, forse, dipende”. Ad affrontare la questione nel suo ultimo libro dal titolo 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) è Stefano Allievi, sociologo dell’università di Padova a cui ci siamo rivolti per una riflessione sull’argomento. Negli ultimi tempi, episodi di razzismo occupano frequentemente la cronaca quotidiana. Basti pensare, solo per fare un esempio recente,  ai cori razzisti contro il difensore del Napoli  Kalidou Koulibaly – che peraltro hanno spinto la Federazione italiana giuoco del calcio a prendere provvedimenti –, ma anche a notizie che pur facendo meno clamore indicano un atteggiamento di intolleranza sociale nei confronti degli immigrati.

 Prof. Allievi, ritiene ci sia stato un inasprimento dei comportamenti razzisti negli ultimi anni?

Io credo di sì, ma penso che il rapporto di causa effetto sia il contrario di quello che pensa la maggior parte delle persone. Molti ritengono che da quando si è insediato il governo giallo-verde sia cambiato il clima nel Paese. Io, invece, ho la sensazione che sia accaduto esattamente l’opposto: il clima è mutato nel nostro Paese e questa è la ragione per cui abbiamo questo governo. Un governo che lancia messaggi che non trattengono un linguaggio verbale aggressivo e molto duro nei confronti delle minoranze, degli stranieri, dei musulmani, dei neri, dei richiedenti asilo.

SOCIETÀ

Cosa intende quando dice che il clima è mutato?  

Per molti anni l’egemonia culturale sulla questione immigrazione è stata di istituzioni come la Caritas o l’Acli. Veniva praticata l’accoglienza in ambito cattolico e sostenuto un atteggiamento antirazzista nel mondo laico. E questo per molto tempo.

La situazione comincia a cambiare nel settembre del 2000 – quello che io definisco il “settembre nero” – a partire da tre fatti avvenuti in quel periodo. Da un lato, nel mondo cattolico il cardinal Biffi in una lettera ai fedeli di Bologna attacca pesantemente l’Islam in quanto tale e l’immigrazione in generale, arrivando a chiedere al governo di selezionare le immigrazioni sulla base della religione. Una richiesta indicibile fino a poco tempo prima nel mondo cattolico.

Allo stesso tempo, nel mondo laico, esce il libro di Giovanni Sartori dal titolo Pluralismo, multiculturalismo e estranei. Si tratta di un volume senza alcun fondamento empirico e con statistiche errate, ma essendo scritto da un famoso politologo, che gode di una certa autorevolezza, viene molto apprezzato. 

Infine, sempre in quel periodo, viene organizzata la prima campagna politica che sceglie come target gli immigrati, nello specifico i musulmani. È la vicenda della moschea di Lodi, la prima volta che la Lega organizza una mobilitazione che ha un obiettivo concreto e non semplicemente uno slogan. Ancora, i tre libri di Oriana Fallaci, contro l’Islam e contro gli immigrati in generale (La rabbia e l’orgoglio, La forza della ragione, Oriana Fallaci intevista sé stessa – L’Apocalisse, Ndr), hanno avuto un successo inaudito, con più di un milione di copie vendute ciascuno.

Questo sentire ha acquisito progressivamente l’egemonia culturale e non data dunque gli ultimi mesi. Ha radici molto più profonde e per questo è molto più problematico da combattere. Non è una questione legata al cambiamento del governo, ma scava nella cultura del nostro Paese in maniera molto forte. Il problema è emerso adesso, perché dal 2014-2016 al picco di arrivi di immigrati con gli sbarchi e quindi a un cambiamento culturale  che c’era già nel Paese si è offerta una occasione contingente.

Perché la diversità fa paura?

Ci fa paura innanzitutto perché non ci siamo abituati, nonostante ora la stiamo sperimentando, non l’abbiamo tematizzata per molto tempo. L’Italia è un paese convinto di essere omogeneo religiosamente, di essere un Paese cattolico. In realtà lo è molto meno di quello che crede. Allo stesso tempo esiste una pluralità interna scoperta solo molto tardi, al contrario di altri Paesi in cui le minoranze hanno una storia di visibilità e istituzionalizzazione molto lunga. Fino agli anni Settanta eravamo un Paese di emigranti e abbiamo ripreso ad esserlo peraltro ultimamente in maniera molto forte. E allora scoprivamo la pluralità fuori, all’estero, ma non all’interno del Paese dove gli immigrati sono arrivati molti anni dopo rispetto ad altri Stati europei. Quindi, c’è poca conoscenza delle diversità.

Questa situazione è poi aggravata in particolari contingenze. I sentimenti di ostilità contro un capro espiatorio si acquiscono in periodo di crisi economica, com’è del resto quello che stiamo vivendo negli ultimi anni.

Quali azioni servono per far funzionare il processo di integrazione sociale?

Io non credo tanto nell’elenco di buone pratiche. Insisterei piuttosto su alcuni processi sociali che accadono comunque, pur rallentati dall’ostilità, perché la diversità attrae anche e i segnali sono evidenti. Un esempio su tutti: l’anno scorso in Italia l’11% dei matrimoni erano tra persone di nazionalità diverse. Ciò significa che se da un lato una grossa fetta di popolazione odia la diversità, dall’altro ce n’è un’altra invece che la apprezza.

È molto importante inoltre – anche se talvolta sottovalutato – condurre azioni di tipo esperienziale, dunque incontrare gli altri, ascoltarli, parlargli, farsi raccontare le loro storie. La dimensione narrativa è una dimensione emozionale, non razionale. Così come lo è il razzismo, che non si fonda su ragionamenti e statistiche.

È possibile educare alla convivenza civile e alla diversità e la scuola che ruolo potrebbe o dovrebbe avere?

E’ possibile educare alla diversità, ma più che “raccontarla” – come dicevo – bisogna sperimentarla, non è una pedagogia teorica. Dunque si può insegnare, ma non con un pedante elenco di buone pratiche, ma raccontando delle storie, sperimentandole, vivendole. E la scuola, sebbene si continui a flagellarla, è in realtà la principale agenzia di integrazione funzionante nel nostro Paese. Poi, certo, la scuola riproduce il Paese, per cui sia tra gli insegnanti che tra gli studenti esistono esattamente le stesse divisioni che ci sono nella società. Però, è un’agenzia di integrazione molto importante, perché le diversità stanno insieme “fisicamente” per molte ore al giorno.

La percezione della diversità è aumentata enormemente in poco tempo e non mi riferisco tanto, o solo, agli immigrati o alla pluralità religiosa. Lo si vede, ad esempio, nella questione tutta autoctona della pluralità dei modelli familiari (dalle coppie non regolari, alle non sposate o omosessuali) che divide la società italiana. Faccio questo esempio di proposito, per non focalizzare la questione solamente sull’immigrazione. Il problema è che in pochissimi anni la pluralità culturale e religiosa interna al nostro Paese e a tutto l’Occidente è cresciuta in maniera esponenziale. Quello dell’immigrazione è solo uno degli aspetti.

Noi invece focalizziamo l’attenzione sempre sugli immigrati e sull’Islam, ma la pluralità sta diventando fisiologia. La nostra percezione, invece, è che sia ancora patologia. Abbiamo una sorta di “nostalgia dell’unità” che in realtà non c’è mai stata, perché noi non stiamo mai stati veramente omogenei come ci raccontiamo. Basti pensare alle divisioni culturali, tra classi, tra culture locali che ci son state nel nostro Paese e ci sono ancora.

Che ruolo hanno i media?

Da un lato sono un mero megafono, riproducono i conflitti della società ma aumentandone il tono di voce, per cui la chiacchierata diventa urlo, slogan. Dall’altro hanno fatto un errore molto grave. Di fatto i media hanno innescato la “politica urlata”, per cui gode di maggior considerazione chi “grida” di più. C’è un meccanismo non controllato che dà voce alle posizioni estreme in maniera evidente.

Negli ultimi tempi, episodi di razzismo occupano frequentemente la cronaca quotidiana. Ma quali sono le ragioni che ne stanno alla base e le azioni da svolgere per facilitare il processo di integrazione sociale? Ne parla il sociologo Stefano Allievi
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