La questione energetica africanaelisa.speronello
Lun, 07/06/2020 – 08:18


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Elisa Speronello

All’Africa corrisponde l’uso del 4% del consumo globale di energia elettrica, nonostante sia il continente che ospita un quinto della popolazione mondiale. Sicuramente la povertà è la parte più consistente della questione, ma non è l’unica variabile in gioco. Attualmente la rete elettrica non offre una copertura capillare a livello spaziale, che è, infatti, presente a macchia di leopardo e soprattutto in corrispondenza di città e di centri abitati più sviluppati. La situazione cambia molto da stato a stato, per esempio in Sudafrica, il Paese più ricco del continente, la rete è tra le più efficienti, ma anche lì, allontanandosi dalle grandi città e arrivando nei villaggi, la disponibilità di energia elettrica diventa più precaria. La conformazione stessa del tessuto urbano è influenzata dalla cultura, infatti al di fuori delle aree metropolitane, le persone si riuniscono in tribù e sono dislocati in villaggi, talvolta molto distanti tra loro e mal collegati. Inoltre, nei luoghi allacciati alla rete, la fornitura non arriva in modo regolare, sono frequenti gli stacchi, i guasti, anche delle apparecchiature più moderne, installate in loco grazie a qualche progetto, ma non manutentate nel tempo.

SOCIETÀ


In Guinea Bissau il consumo annuale di energia elettrica pro capite è di 17 kilowattora

Secondo gli economisti il consumo energetico pro capite è uno degli indicatori fondamentali di benessere, e in Africa questi indicatori sono molto bassi. In Italia il consumo annuale di kilowattora pro capite è tra i 4 e i 5 mila, negli Stati Uniti i consumi sono molto più elevati, infatti si raggiungono i 12 mila kilowattora all’anno pro capite, ma sono i paesi nordici a registrare i consumi più alti. In Norvegia, per esempio, annualmente ogni persona consuma circa 24 mila kilowattora. Spostandoci in Africa, i consumi sono molto più contenuti: in Sudafrica si toccano i 4 mila kilowattora annui pro capite, mentre in altri Paesi più poveri, come la Guinea Bissau, il consumo pro capite si ferma a 17 kilowattora. In Paesi come questi solo il 44% della popolazione è raggiunta dalla fornitura elettrica, contro il quasi 100% dei paesi sviluppati.

Povertà economica VS ricchezza di risorse naturali

L’Africa ha delle enormi potenzialità energetiche sul fronte delle energie rinnovabili. In primis, grazie al suo tasso di irraggiamento molto elevato, potrebbe avere un grande beneficio dal fotovoltaico e da altri tipologie di energia solare. Lungo le coste dispone di interessanti risorse eoliche, infatti per ottenere energia dai venti è necessario che questi siano tesi e sostenuti. “L’Africa potrebbe anche sviluppare queste fonti, ma tutte queste possibilità passano attraverso la necessità di fare dei notevoli investimenti, quindi bisogna vedere chi li fa gli investimenti” spiega Massimo Guarnieri, docente di elettrotecnica del dipartimento di Ingegneria industriale dell’università di Padova. Molti Paesi africani sono in uno stato di estrema povertà, i governi sono soggetti a corruzione e spesso molto instabili. Il freno al cambiamento del paradigma energetico africano, quindi, è di tipo economico e culturale. Ci sono però alcuni interventi sporadici dal basso, che si preoccupano in primis di educare la popolazione a comportamenti energetici virtuosi e a proteggere gli impianti installati.

Intervista al professor Massimo Guarnieri sull’elettrificazione dell’Africa

Portare la luce a Ponta Cabral: Leds4Africa

Uno di questi interventi è stato coordinato proprio dal professor Guarnieri e ha portato all’illuminazione, finora, di una scuola nel villaggio di Ponta Cabral in Guinea Bissau. Si tratta del progetto tecnico-umanitario Leds4Africa che punta a illuminare 100 abitazioni dello stesso villaggio nei prossimi mesi. Leds4Africa nasce da un’idea di un gruppo di studenti del dipartimento di ingegneria industriale che, coordinati dai professori Massimo Guarnieri e Piergiorgio Alotto, hanno progettato, acquistato, e monteranno in situ, il necessario per una rete elettrica, destinata prevalentemente all’illuminazione domestica, alimentata da pannelli fotovoltaici e assistita da sistemi di accumulo. Ogni casa sarà dotata di un proprio sistema autonomo in corrente continua, alimentato da un pannello fotovoltaico da 150-200W; verranno installate 4-5 lampade a led e dei punti di ricarica per il cellulare. Il tutto è progettato per avere circa 3 giorni di autonomia in assenza di radiazione solare. Oltre alla parte tecnica, gli studenti hanno prospettato una campagna di formazione agli abitanti del villaggio, per renderli consapevoli e autosufficienti nel modo di gestire la tecnologia che viene fornita loro, informandoli anche su come poter mantenere in buono stato la rete negli anni a venire. 

Nelle vicinanze del villaggio di Ponta Cabral, precisamente a Quinhamel, è presente una missione francescana diretta da frate Michael Daniels, il quale si è reso promotore di un piano di sviluppo locale che include, oltre all’elettrificazione del villaggio, la bonifica dei terreni e il recupero delle tecniche di agricoltura locali. Proprio padre Daniels è stato il punto di contatto tra gli studenti padovani e il villaggio africano. La prima parte del progetto, ovvero quella che riguarda l’elettrificazione, è già a buon punto, infatti due studenti sono già stati in Guinea Bissau per un sopralluogo e in quella occasione hanno installato i pannelli fotovoltaici con cui è stata illuminata la scuola. L’installazione degli impianti domestici, invece, avverrà dopo la fine della prossima stagione delle piogge. Una delle più grandi difficoltà incontrate dagli studenti nel portare avanti il progetto è stata quella economica, infatti solo in parte i costi sono stati coperti dai fondi dell’ateneo di Padova dedicati ai progetti degli studenti.

Intervista ad Alessandro Braggion e Francesco Santoro, due degli studenti di Leds4Africa

All’Africa corrisponde l’uso del 4% del consumo globale di energia elettrica, nonostante sia il continente che ospita un quinto della popolazione mondiale. Sicuramente la povertà è la parte più consistente della questione, ma non è l’unica variabile in gioco, è anche una questione culturale

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