“I quattro libri dell’architettura”, il trattato compie 450 annifrancesca.boccaletto
Mer, 11/11/2020 – 15:23


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Francesca Boccaletto

Ne’ quali, dopo un breue trattato de’ cinque ordini, & di quelli auertimenti, che sono piu necessarij nel fabricare; si tratta delle case priuate, delle vie, de i ponti, delle piazze, de i xisti, e de’tempij. In Venetia, appresso Dominico de’ Franceschi, 1570“.

Nel 2020 I quattro libri dell’architettura, il trattato di Andrea Palladio (Padova, 1508 – Vicenza, 1580), che segnò una svolta nella storia dell’architettura mondiale ponendosi come modello e guida per generazioni di architetti e studiosi della materia, compie 450 anni.

Nel 1555 il letterato ed editore Anton Francesco Doni aveva suggerito a Palladio un titolo per l’opera a cui l’architetto padovano stava già lavorando da tempo. Norme di vera architettura, era la proposta, ma il trattato venne pubblicato solo quindici anni più tardi, per i tipi dello stampatore Domenico de Franceschi, “in Venetia”, con il titolo più semplice che tutti noi oggi conosciamo.

L’opera è costituita da quattro tomi caratterizzati da un impianto grafico di grande efficacia, con testi generalmente brevi e scritti con chiarezza e disegni che si offrono come una vera e propria lezione e come strumento di promozione della straordinaria e pluriennale esperienza di Palladio stesso. Nel Libro I Palladio propone “un breve trattato de’ cinque ordini, et di quelli avertimenti, che sono più necessarij nel fabricare”. Nel Libro II, invece, presenta “i disegni di molte case ordinate da lui dentro, e fuori della Città, et i disegni delle case antiche de’ Greci, et de’ Latini” e nel Libro III si occupa “delle vie, de’ ponti, delle piazze, delle basiliche, e de’ xisti”. Infine, nel Libro IV “si descrivono, e si figurano i tempij antichi, che sono in Roma, et alcuni altri, che sono in Italia, e fuori d’Italia”.

CULTURA

“Si tratta di un testo di architettura che ha esercitato una enorme influenza nel corso dei secoli, ma non solo, possiamo applicare una definizione data da Borges a proposito dell’opera di Franz Kafka e cioè di un’opera capace di modificare non solo il futuro ma addirittura la percezione del passato”, spiega il professor Stefano Zaggia, storico dell’architettura e docente all’università di Padova.

“Molteplici sono le ragioni di questa fortuna e riguardano sia il messaggio contenuto all’interno e trasmesso da Palladio sia la struttura grafica efficace che combina testi e illustrazioni e utilizza un linguaggio piano, facile da seguire anche per i non addetti ai lavori. La stesura del trattato occupò una parte consistente della vita di Palladio, che lo concepì come un progetto vero e proprio che correva parallelo con la sua attività professionale, sin dagli inizi delle sue esperienze più approfondite, ed è collegato alla sua affermazione come importante architetto che aveva a cuore la costruzione della nuova architettura del suo tempo”. E Zaggia aggiunge: “Esistevano ovviamente dei precedenti, altri trattati di architettura, a partire da quello che ci è giunto dal mondo antico scritto da Vitruvio. E poi nel corso del Rinascimento, dalla metà del Quattrocento, con l’opera di Leon Battista Alberti, cominciano a susseguirsi testi teorici dedicati alla diffusione della conoscenza tecnica e linguistica dell’architettura”.

Nel primo volume vengono presentati i materiali, le tecniche del costruire e i cinque ordini che caratterizzano le forme dell’architettura, nel secondo libro, strettamente collegato al primo, viene spiegato come progettare edifici moderni sulla base dei principi e delle forme del primo libro, qui Palladio parla delle ville e mostra esempi concreti elaborati da lui stesso. Nel terzo libro parla degli edifici pubblici, delle strade, delle piazze, dei ponti. Il quarto libro è diverso dai precedenti e propone una serie di ricostruzioni di edifici antichi da lui studiati e ridisegnati. “La fortuna del trattato sta nella comunicazione di tutti questi elementi. Da un lato l’impostazione editoriale, l’utilizzo delle immagini, con le medesime caratteristiche e la stessa scala per poter essere rimisurate da chiunque e in qualsiasi parte d’Europa, dall’altro la comunicazione di un sistema architettonico componibile attraverso la combinazione la variazione degli elementi di base. Da questo punto di vista, Palladio non è interessato a definire dei modelli fissi ma, piuttosto, a indicare il sistema compositivo, la grammatica che permette di aggiornare e migliorare l’architettura e il mondo in cui vivono gli uomini. Aspetti, questi, che colpirono gli architetti dei secoli successivi, che cominciarono a interessarsi all’opera di Palladio già pochi anni dopo la sua morte: pensiamo a Inigo Jones, il primo grande architetto inglese, che soggiornò a lungo a Vicenza, acquistò una copia dei Quattro libri e utilizzò il testo per studiare le architetture di Palladio, a rimisurarle e a intervenire sul libro stesso, appuntandosi notizie, forme, caratteristiche delle architetture concrete realizzate da Palladio, in modo da creare un proprio repertorio formale”. 

Tantissime le traduzioni del trattato diffuse in tutta Europa, ma non solo: la lezione di Palladio raggiunse persino gli Stati Uniti. “Thomas Jefferson definiva I quattro libri la Bibbia dell’architettura”. Nel 2010 il Congresso degli Stati Uniti d’America ha riconosciuto in Palladio il padre dell’architettura americana.

Nel 1570 Andrea Palladio pubblica i quattro tomi in cui la materia viene affrontata secondo una logica chiara, ben delineata e innovativa. Un’opera rivoluzionaria raccontata da Stefano Zaggia

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I quattro libri dell’architettura di Andrea Palladio, frontespizio (dettaglio)
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