Quando si combatteva in paradisodaniele.montdarpizio
Gio, 08/13/2020 – 08:00


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Daniele Mont D’Arpizio

Cosa c’è di più rilassante di una bella passeggiata in alta quota, soprattutto quando in pianura si soffoca dal caldo? Le montagne però non sono sempre state luoghi di vacanze e di evasione: appena un secolo fa la parte orientale dell’arco alpino fu teatro di bombardamenti, battaglie, scontri all’arma bianca. Un vissuto che ancora oggi segna quei territori.

Così è tra i passi dello Stelvio del Tonale, in quello che oggi è il confine tra Lombardia, Trentino e Svizzera e che una volta segnava il passaggio dal Regno d’Italia all’Impero Austro-Ungarico. Qui abbiamo alcune delle principali cime dell’intero arco alpino italiano: il Cevedale, il Vioz e l’Ortles, oltre al ghiacciaio dell’Adamello.

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Luoghi che oggi fanno parte dei grandi itinerari dell’alpinismo europeo ma che durante la prima guerra mondiale ospitarono un conflitto dalle caratteristiche completamente nuove. “Qui il fronte era stabilmente tra i 2 e i 3.000 metri – spiega Marco Mondini, storico militare dell’università di Padova – e anche se questo teatro non fu propriamente decisivo per l’esito del conflitto, gli scontri furono tuttavia molto violenti e combattuti”.

Battersi a quote così elevate poneva una serie di problemi logistici che poterono essere risolti solo con dosi massicce di organizzazione e di tecnologia, oltre che con un dispendio enorme di risorse economiche ed umane. “La guerra in montagna fu conflitto dentro al conflitto – continua Mondini – in una situazione che, come la grande guerra, che aveva già preso alla sprovvista i comandi militari di tutta Europa”.

Proprio alle operazioni belliche in montagna, su cui Mondini ha pubblicato il libro Andare per i luoghi della grande guerra (Il Mulino 2015), è dedicato un nuovo progetto scientifico sulla ‘storia ambientale della grande guerra’, frutto della collaborazione tra il dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’università di Padova e il parco nazionale dello Stelvio. Obiettivo del programma, condotto dallo studioso assieme a Giovanni Cadioli (assegnista di ricerca dell’università di Padova) e a Stefano Morosini, (responsabile progetti scientifici per il parco nazionale dello Stelvio) è quello di trovare, censire e in un secondo tempo valorizzare le tracce storiche presenti nell’area.


La “guerra bianca” è un mito: qui si è combattuto veramente

C’è ancora molto da scoprire – dice Mondini a Il Bo Live –, ad esempio sulle operazioni ad alta quota e sulla vita dei soldati. Inoltre, sulla base dei materiali che troveremo, pensiamo di costruire una rete didattico-museale che indichi e spieghi all’escursionista, magari attraverso un’app che non necessiti di campo, i luoghi e i manufatti che incontrerà”. Finora non si era ancora pensato a censire i reperti presenti nell’arco alpino orientale e a inserirli in un network che potesse valorizzarli dal punto di vista culturale e turistico: “Molto è stato fatto finora soprattutto dal volontariato e dall’associazionismo, ma adesso è ora di cambiare passo, puntando su un approccio scientifico e un maggiore coinvolgimento degli esperti, a partire dalle università”.

Le tracce della guerra sono ancora numerose sulle nostre montagne: infrastrutture, sentieri, teleferiche e soprattutto baraccamenti, “non in legno, come si potrebbe pensare, ma soprattutto in pietra. A queste altitudini i soldati non potevano dormire all’aperto o in tenda, quindi furono create strutture capaci di ospitare centinaia, a volte migliaia di uomini. Pensiamo solo che sull’Adamello nella primavera del 1916, quando l’esercito italiano lancia la sua campagna più massiccia, vengono impiegati contemporaneamente fino a 7.000 uomini. Pochi se comparati alle battaglie sull’Isonzo, non proprio una bazzecola se si pensa che siamo su un ghiacciaio”.

Per anni in questi luoghi i due eserciti non si limitarono a guardarsi ma si tirarono addosso di tutto, compresi pezzi di artiglieria pesante: “Nel 1916 l’esercito italiano riuscì letteralmente a trascinare un cannone da 149 millimetri pesante tonnellate sulla cresta Croce, nel punto in cui sovrasta il ghiacciaio della Lobbia sull’Adamello. Non a caso il sentiero, tutt’ora difficile da percorrere, fu ribattezzato Calvario”. Ancora oggi è possibile trovare bossoli, schegge di granata, filo spinato. “I reperti andrebbero lasciate nelle aree in cui si trovano, specie se tutelate – avverte lo storico –. Inoltre bisogna fare attenzione ai numerosi residuati bellici ancora pericolosi: ogni anno continuano ad esserci feriti, anche gravi, per questo è importante non avvicinarsi a proiettili e granate ma chiamare subito le autorità”.

L’importante è continuare a studiare questi luoghi e la storia che racchiudono: “Uno degli aspetti più interessanti di queste ricerche è il loro valore demitizzante, alieno a ogni propaganda – conclude Mondini –. Sul conflitto in alta montagna è stata costruita e poi tramandata l’immagine edulcorata della ‘guerra bianca’, mentre quella in alta quota fu guerra vera, fatta di sacrifici e di eroismi ma anche di sofferenza quotidiana e di morte”.

Le ricerche dell’università di Padova nel parco nazionale dello Stelvio per censire e valorizzare le tracce della grande guerra

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Chiesetta della Madonna dell’Adamello, poco sotto il Rifugio Garibaldi. Foto: Giovanni Cadioli
hp Ateneo Didattica
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