Qual è il colore della mia pelle?mattia
Sab, 07/25/2020 – 08:19


Italian

Valerio Calzolaio

Siete sicuri di conoscere il colore della vostra pelle, quel che è e quel che appare? Io non sono affatto sicuro di conoscere il colore della mia pelle. Bianco forse? Come quello di un foglio non scritto? Come quello di un indumento bianco ben lavato con apposito detersivo in efficiente lavatrice? Come quello di uno svedese biondo o di una svedese? Come quello di un tedesco dagli occhi azzurri o di una tedesca? Come un caucasico qualsiasi? O forse abbiamo iniziato ad abbronzarci, anche durante l’estate in corso, pur caratterizzata dalla pandemia Covid-19, e siamo arrossati? Addirittura neri? Come il carbone? Come la pece? Come alcuni dei concittadini con l’incarnato scuro? Come un qualsiasi immigrato? Come un nordafricano, o un sudafricano, o un africano equatoriale? Come un brasiliano, o un pellerossa, o un pakistano, o un cinese? E se evitassimo il bianco e nero, se ci facessimo una foto a colori, di che colore sarebbe quel bianco, quel chiaro, quell’arrossamento, quell’abbronzatura, quello scuro, quel nero? Non sono affatto sicuro di saper rispondere, forse dovrei far ricorso a scienza e coscienza. Fin dal principio di ogni ecosistema umano, la nostra pelle ha avuto un suo colore “vivo”, mai identico fra genitore e figlio, fra gruppo e gruppo, fra luogo e luogo, fra momento e momento dell’anno o del secolo o del millennio o della durata in vita della specie. Certo, con alcune caratteristiche e tendenze di fondo, nessuna tale da isolare specificamente un unico “colore”, prima, ora e per sempre. Il colore della nostra pelle è universalmente meticcio con varie gradazioni di chiarezza e oscurità.

Da almeno tre decenni la brava antropologa americana Nina Jablonski (Hamburg, New York, 1953) studia e insegna l’evoluzione del colore della pelle, ha svolto ricerche accurate, ha incrociato riflessioni e opinioni con altri specialisti pure di altre discipline, ha scritto innumerevoli saggi e volumi monografici. Nel 2006 uscì Skin. A Natural History, nel 2014 questo Living Color. The Biological and Social Meaning of Skin Color, opportunamente e finalmente tradotto ora in italiano: Colore vivo. Il significato biologico e sociale del colore della pelle, Bollati Boringhieri Torino, 2020 (qui se ne accennò implicitamente già nel 2015). La studiosa ritiene giustamente, infatti, che la pelle sia il punto di incontro tra biologia ed esperienza quotidiana, un prodotto dell’evoluzione percepito nel contesto della cultura. Le sue proprietà, compreso il colore, influenzano anche la salute. E vanno bel distinte dalle stagionali occasionali abbronzature dei più chiari, fra l’altro pure i raggi Uva del sole possono essere molto pericolosi.

La nostra pelle rivela l’azione combinata delle principali forze dell’evoluzione: le mutazioni che forniscono le basi per la variazione, la selezione naturale e gli altri meccanismi genetici che ne hanno causato i cambiamenti quando gli esseri umani hanno iniziato a migrare per il mondo. Chiara o scura, la pelle ha avuto e ha molte funzioni comunicative e sfumature di significato. Occorre studiarne bene l’origine anatomica, comparare e dibattere, poi valutare come la sua percezione condiziona le nostre vite di ogni giorno e adattarci consapevolmente. Purtroppo, siamo ancora oggi carichi dei pregiudizi instillati nelle nostre menti molti secoli fa: il colore della pelle è stata la principale caratteristica usata per incasellare le persone in “razze” diverse e produrre ideologie razziste. L’associazione del colore con il carattere, così come la classificazione delle persone secondo il colore, sono la più grande fallacia logica compiuta dall’umanità e un potente inganno sociale (come per altri versi qui spesso ricordato).

Benché largamente riconosciute come pericolose, le gerarchie razziali sono ancora considerate da qualcuno come “fatti di natura” e puntualmente sostenute e promosse. Meglio andare alla radice, or dunque: comprendere tutti i diversi significati del colore della pelle potrebbe aiutarci, come specie, ad andare oltre alla carnagione come valore umano e vedere questa caratteristica come un normale prodotto dell’evoluzione, che in passato ha causato grande sofferenza. Se siete interessati a scoprire perché il colore è così importante per l’umanità, allora forse il libro di Jablonski è per voi. Qualunque sia il vostro atteggiamento verso le pulsioni razziste che coinvolgono la mente di tutti e le dinamiche dell’intera società. L’ideologia è becera, anche chi si sente razzista o “non razzista ma” potrà manifestarsi con maggior competenza e rispetto, dopo averlo letto. Del resto, né Sars-Cov-2, né Covid-19 distingue il colore di chi trova o contagia. BlacklivesmatterAllcolouredlivesmatter!!

La prima parte del libro di Jablonski è dedicata alla biologia del colore della pelle: come la pelle assume il suo colore, come si evolve la pigmentazione, e che cosa significa per la nostra salute. Molti pensiamo di saperne qualcosa, meglio verificare gli aggiornati studi genetici, soprattutto sulla fisiologia della pelle. Ognuno di noi rappresenta un campionario vivente di soluzioni di compromesso trovate dall’evoluzione nella storia delle specie Homo estinte che ci hanno preceduto e della nostra specie sapiens. La pelle è la più estesa interfaccia con il mondo, la sua struttura illustra meravigliosamente il modo di risolvere i problemi tipico dell’evoluzione biologica. Molti stessi problemi di salute oggi comuni (come il cancro alla pelle e la carenza di vitamina D) sono causati da un disallineamento tra le nostre abitudini e la nostra eredità biologica: molti di noi hanno ereditato una carnagione poco adatta alle circostanze attuali e presentano fattori di rischio da conoscere e, possibilmente, prevenire.

La seconda parte del libro di Jablonski è dedicata a come percepiamo e affrontiamo le ramificazioni sociali del colore della pelle. Siamo animali visivamente orientati e, pur non essendo geneticamente programmati per avere dei pregiudizi, nel tempo abbiamo sviluppato credenze sbagliate sul colore della pelle trasmessesi attraverso continenti e oceani. Non si tratta di distinzioni fisiche (c’è un continuum nella nostra specie) ma di gerarchie connesse e presunte relative a intelligenza, bellezza, temperamento, moralità, potenziale culturale, valore sociale. Fallacie, come l’autrice pazientemente ricostruisce e spiega. Dopo aver letto il libro restano aperte, ovviamente, questioni sul nostro migrare meticcio.

Nell’esposizione si fa continuamente ricorso ai nessi del colore della pelle col fenomeno migratorio umano (pur considerandolo poco problematico) e con il meticciato connesso (con un’interessante ricostruzione dottrinaria). Vari paragrafi sono intitolati al rapporto fra le migrazioni verso tutti le latitudini e i climi e la storia del colore della pelle, fra le migrazioni soprattutto al seguito degli animali e le barriere culturali, fra le migrazioni a breve distanza in una singola generazione e quelle successive a più lunga distanza con vari ausili e accompagni. Il meticciato è riferito perlopiù agli ultimi undici mila anni, ai continui incontri con la diversità umana (anche di carnagione), con particolare attenzione al cruciale mondo mediterraneo e alla “teoria climatica” che qui cominciò a definirsi e compararsi. Vengono inoltre esaminate le profonde novità connesse all’Età delle esplorazioni, circa a metà del millennio scorso; in quel paragrafo si trova anche un grazioso inserto di foto a colori (in un volume arricchito da frequenti box, figure, mappe), preludio dell’avvio delle “politiche del colore”, la deumanizzazione degli africani e la schiavitù istituzionale, sottolineando il conseguente particolare significato del meticciato in alcuni paesi come il Brasile o il Sudafrica. Per concludere: “questo mescolamento fece sì che tutti i popoli di tutti i continenti fossero ibridi e meticci, chi più e chi meno”. Per altre vie sono giunto alla stessa ipotesi, retrodatandola forse.

Si può così aggiungere qualcosa alla utilissima monografia sul colore della pelle. Da centinaia di migliaia di anni le migrazioni inter e infracontinentali di varie specie umane consen­tirono di non escludere mai incroci fra gruppi diversi e fra specie, pur di­versificandosi poi molto per noi sapiens le famiglie linguistiche (alcune scomparse, senza lasciti o con tracce ancora da decifrare), in particolar modo dopo che fra 75 mila e 65 mila anni fa iniziò la migrazione “decisiva” per l’attuale complessiva identità genetica della nostra specie. Successivamente, durante gli ultimi undici mila anni, colore della pelle e fisionomia del corpo continuarono a cambiare ed ebbero una svolta “stanziale”. I flussi del Neolitico ampliarono residenze e consistenze, la morfologia della popolazione mutò in quantità e qualità; gruppi e comunità umane concentrarono e stabilizzarono attività (anche a livello stagionale), risiedettero infine in villaggi e città con mura e fortificazioni; crebbe l’im­pronta umana sugli ecosistemi (sempre più cerealicoli) e poi sull’articolazione sociale (fiscale, militare, medica, religiosa); vennero assorbiti abitanti precedenti o immigrati; si sperimen­tarono apparati di funzionari e sudditi, prigionieri e schiavi. Il tutto con continui intrecci e mescolanze, rapide accelerazioni, progressi lenti, regressioni do­lorose, asservimenti. Il colore della pelle non è di nostra individuale proprietà, è un dato eminentemente culturale. Per questo occorre sottolineare e approfondire il carattere meticcio della nostra specie, pensarci né bianchi-chiari né neri-oscuri, meticci.

I cosiddetti bianchi e i cosiddetti neri sono davvero in grado di cogliere le diversità e le differenze dei neri e dei bianchi fra loro? Provateci con i mille grigi di una foto in bianco e nero (magari riflettendo scientifi­camente sull’incredibile diversità delle popolazioni africane fra loro, a confronto il resto del mondo è geneticamente uniforme)! Ciò non significa negare che si possa raggrupparci per alcuni tratti somatici che hanno un valore diverso per quanto riguar­da caratteri come “colore dell’iride” o “lunghezza del pene”. Senza però pensare di tradurre le differenze in presunte scienze del passato come fisiognomica, frenologia, antropologia crimi­nale, abbandonate da tempo. O in atteggiamenti discriminatori. Riconoscerci diversi, come individui singoli e associati, è non solo realistico, ma positivo. Non risulta fertile un’astrazione generale o abbinare un carattere a un gene specifico, quanto piuttosto ac­cettare che la propria identità complessa esiste solo in quanto esi­ste una comunità cooperante che la riconosce, che la elabora e la mescola pacificamente con le altre. Molto dipende da quanto sia­mo disponibili ad andare indietro nel tempo, anche rispetto al colore della pelle. Altrettanto dipende da quanto siamo in grado di introiettare la specifica evoluzione della capacità di migrare di animali bipedi, comunicanti, loquaci, immaginifici, flessibili e permeabili come i sapiens, divenuti tutti in vario modo meticci già da decine di migliaia di anni.

Gli aspetti esteriori come colore della pelle, struttura dei capelli, forma della palpebra superiore, morfologia del corpo, abilità e disabilità, lingua di comunicazio­ne coi genitori non hanno origine esclusiva nel luogo dove siamo nati noi: sono espressione di più geni, di tempi e luoghi lontani. Nella nostra storia evolutiva, gruppi di sapiens hanno sem­pre migrato fra ecosistemi lontani, uscendo dall’Africa a più riprese, con più ondate, con più ritorni. La grande variabilità fra individuo e in­dividuo, la disomogeneità anatomica, somatica, comportamen­tale, culturale che si riscontrano entro ogni comunità di sapiens non rendono nessuna comunità “del tutto” diversa dalle altre, al di là dell’altezza e del peso medi, del colore dell’iride e della forma degli occhi, della chiarezza, dell’oscurità e delle sfumature del colore della pelle alle varie latitudini, delle abilità spaziali, della lingua usata, dell’aggressività più o meno diffusa. I percorsi evolutivi dei gruppi possono essere stati indipendenti in aree e periodi, mai tali da creare separazioni biologiche e genetiche interne alla specie. È bene ricordare che fino ad alcune migliaia di anni fa gli europei erano di incarnato scuro, avevano la pelle assai scu­ra; fu una migrazione da est a portare un carattere vantaggioso alle nostre latitudini, la pelle più chiara (probabilmente arrivò quando si estendeva anche la stanzialità agricola). E, molto lentamente, abbiamo acquisito il valore assoluto di ogni vita umana: allcolouredlivesmatter!

SOCIETÀ

Siamo davvero sicuri di conoscere il colore della nostra pelle? Bianco come un foglio, nero come la pece, né bianco né nero? Leggere – tra gli altri – gli studi dell’antropologa americana Nina Jablonski permette di ampliare gli orizzonti: la pelle è il punto di incontro tra biologia ed esperienza quotidiana, prodotto dell’evoluzione percepito nel contesto della cultura
Mani

hp
1

Comments

comments