“Psycho” e quei 45 secondi indimenticabilifrancesca.boccaletto
Mer, 11/04/2020 – 09:59


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Francesca Boccaletto

“In Psycho del soggetto mi importa poco, dei personaggi anche; quello che mi importa è che il montaggio dei pezzi del film, la fotografia, la colonna sonora e tutto ciò che è puramente tecnico possano far urlare il pubblico – spiegava Alfred Hitchcock a François Truffaut in occasione delle conversazioni, registrate nell’agosto del 1962 dal regista francese, raccolte qualche anno più tardi nel libro culto Il cinema secondo Hitchcock (Il saggiatore) – […] Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è una grande interpretazione che l’ha sconvolto. Non è un romanzo molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro […] Il mio orgoglio per Psycho sta nel fatto che appartiene a noi registi, a lei e a me, più di tutti i film che ho girato”.

Quasi 7 giorni di lavorazione, oltre settanta posizioni di camera e 52 tagli di montaggio per 45 secondi di scena di cui 22 di accoltellamento. Il pubblico assiste all’omicidio di Marion Crane, interpretata da Janet Leigh, sorpresa nella doccia della stanza numero 1 del Bates Motel. Si tratta di una delle scene più famose della storia del cinema (raccontata con dovizia di particolari nel documentario di Alexandre O. Philippe 78/52: Hitchcock’s Shower Scene), accompagnata dalla musica del compositore Bernard Herrmann, violini stridenti come lame affilate, come grida di terrore (che inizialmente Hitchcock neppure voleva) e dalla luce di una lampadina che batte sull’obiettivo portando il pubblico “a capire in modo inconscio perché non è in grado di vedere il volto dell’aggressore”.

“Nessuno ha più fatto la doccia con la medesima serenità d’animo dopo aver visto Psycho – commenta Denis Brotto, docente di Cinema e nuove tecnologie all’università di Padova – Tutto nasce da quella scena”. E aggiunge: “Vi è anche il mito di Hitchcock che alla prima, il 16 giugno 1960, girava per la sala durante la proiezione mimando i fendenti e seguendo scrupolosamente il ritmo degli archi di Herrmann”.

CULTURA


Personalmente mi sono divertito molto a girare Psycho

Alfred Hitchcock, Movie, 6 gennaio 1963

Nel 2020 Psycho compie sessant’anni: li ha compiuti il 16 giugno scorso, se consideriamo la premiere a New York seguita dalla proiezione nelle sale americane l’8 settembre 1960, ma il film arrivò in Italia qualche mese più tardi, con un titolo alleggerito di una h, Psyco.

“Tra i film che ho girato, Psycho probabilmente è uno di quelli che sfruttano al meglio le possibilità del mezzo cinematografico, e costituisce un chiaro esempio di come utilizzare il cinema per provocare una risposta emotiva nel pubblico“, ribadiva Hitchcock durante un’intervista condotta nel 1963 da Ian Cameron e V.F. Perkins, un anno dopo l’incontro con Truffaut, e contenuta nel libro Io confesso. Conversazioni sul cinema allo stato puro, a cura di Sidney Gottlieb (minimum fax). “Il progetto è tutto qui. In fondo, il fatto di mostrare un omicidio violento all’inizio serviva unicamente per infondere nella mente degli spettatori una certa paura nei confronti di quello che deve ancora arrivare. In realtà nel resto del film c’è sempre meno violenza, perché è già stata trasferita nella mente del pubblico”. Questa è la struttura del film. Dopo quella scena, la violenza si riduce man mano che la storia prosegue e allo spettatore resta addosso un senso di paura, smarrimento, insicurezza, continua minaccia. In fuga con 40mila dollari, la segretaria di Phoenix Marion Crane si rifugia al Bates Motel e lì muore quasi subito e in modo agghiacciante, una scelta forte mostrata in bianco e nero senza rivelare il colore del sangue, capace di sconvolgere le certezze del pubblico: “Chiunque avrebbe detto: Janet Leigh è l’attrice principale, si vede che avrà la parte principale – racconta Hitchcock nell’intervista – Ma non era assolutamente questa la mia intenzione”.

Psycho è un film che vive di costanti percorsi ingannevoli – fa notare Brotto -, come quello dei 40mila dollari, ovvero l’ammontare del furto compiuto da Marion, cifra più volte rimarcata per rendere credibile la sua fuga, ma soprattutto per rendere ancora più inatteso l’evolversi del racconto. Accanto alla scena della doccia, l’altro memorabile espediente utilizzato da Hitchcock è proprio l’uscita di scena della protagonista che avviene circa dopo 40 minuti dall’inizio del film. Nello stesso anno, nel 1960, esce al cinema anche L’avventura di Antonioni, film in cui il regista impiega il medesimo espediente narrativo, ovvero la scomparsa della protagonista, e lo fa ancora prima rispetto a Psycho, ossia dopo solo una manciata di minuti dell’opera. La scelta per Hitchcock è motivata dal desiderio di sorprendere lo spettatore, portarlo in una direzione per poi all’improvviso virare su una rotta completamente diversa”.

Tratto dal romanzo di Robert Bloch che racconta la storia del serial killer Ed Gein, finanziato in buona parte dallo stesso Hitchcock (la Paramount non credeva nel progetto, lo definì addirittura “ripugnante”) all’epoca già noto e celebrato per titoli come Notorius, La finestra sul cortile, Il delitto perfetto, Caccia al ladro, La donna che visse due volte e Intrigo internazionale, il film venne girato negli Universal Studios di Hollywood a partire dalla fine di novembre del 1959 e fino al primo febbraio 1960. Del libro di Bloch, Hitchcock parlò con Truffaut: “Credo che la sola cosa che mi sia piaciuta (del libro, ndr), che poi mi ha convinto a fare il film, sia stato il modo improvviso in cui si commette l’omicidio sotto la doccia; è del tutto imprevisto ed è questo che mi ha interessato” (Il cinema secondo Hitchcock di François Truffaut, Il saggiatore)

Costato 800mila dollari (venne girato in bianco e nero per contenere i costi), ne incassò 50 milioni e fu preceduto da un totale riserbo: non vennero organizzate anteprime stampa, troupe e attori non rivelarono nulla del film prima della sua uscita. Ma Hitchcock, sempre geniale nelle sue scelte di comunicazione, realizzò un trailer alla sua maniera per accompagnare il pubblico alla scoperta dei luoghi di Psycho, facendo così crescere l’attesa e la curiosità: dal motel alla vecchia e sinistra casa ispirata al dipinto di Edward Hopper The House by the Railroad del 1925 (“una architettura piacevole a vedersi – osservava Truffaut dialogando con Hitchcock – la casa è verticale mentre il motel è completamente orizzontale”). I due protagonisti Janet Leigh (Marion Crane) e Anthony Perkins (Norman Bates) ricevettero un compenso più basso rispetto ai loro standard. 

Infine, vale la pena riportare le parole dello stesso Hitchcock sul finale (tanto discusso) con l’intervento dello psichiatra sul caso Norman Bates, in cui si sente il bisogno di spiegare quanto accaduto, di psicanalizzare (“Del resto, spiegava il regista stesso, non si può negare che se la storia di Psycho fosse vera sarebbe un caso clinico”). Una scelta che il regista giustifica rispondendo alle domande di Charles Thomas Samuels (Encountering Directors – New York, 1972) 

“Come mai ha scelto di concludere il film con la spiegazione dello psichiatra?”, chiede Charles Thomas Samuels. “Perché il pubblico ne aveva bisogno, altrimenti sarebbe rimasto con troppe questioni irrisolte. Ci saremmo messi nei guai al momento del frigorifero”, spiega Hitchcock. Che alla domanda sorpresa del giornalista (“Il momento del frigorifero?”) risponde: “Quando la gente torna a casa dopo essere stata al cinema, va ad aprire il frigorifero e tira fuori il pollo freddo. E mentre mangiucchia, parla del film. Il mattino dopo, la moglie incontra la vicina di casa che le chiede: Com’era il film?. E la moglie risponde: Bello, però ci siamo accorti che c’erano degli errori. E a quel punto, addio passaparola favorevole!”

Fino al 10 gennaio l’Arengario di Monza ospita una mostra dedicata ad Alfred Hitchcock (Londra 13 agosto 1899 – Los Angeles 29 aprile 1980), a quarant’anni dalla scomparsa e a sessanta dall’uscita di Psycho. Alfred Hitchcock nei film della Universal Pictures, curata da Gianni Canova e prodotta e organizzata da ViDi in collaborazione con il Comune di Monza, presenta 70 fotografie e contenuti speciali provenienti dagli archivi della Major americana.

Al focus su Psycho (1960), che propone un viaggio nel backstage del film cult, si aggiungono sezioni dedicate a Gli Uccelli (1963), La finestra di fronte (1954), La donna che visse due volte (1958), ma anche i Sabotatori (1942), L’ombra del dubbio (1943), Nodo alla gola (1948), La congiura degli innocenti (1955), L’uomo che sapeva troppo (1956), Marnie (1964), Il sipario strappato (1966), Topaz (1969), Frenzy (1972), Complotto di famiglia (1976).

Nel 2020 si ricordano i quarant’anni dalla morte di Alfred Hitchcock e i sessanta dall’uscita del suo capolavoro in bianco e nero, “chiaro esempio di come utilizzare il cinema per provocare una risposta emotiva nel pubblico”. Il film e, in particolare, la scena della doccia vengono analizzati da Denis Brotto

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Marion Crane nella scena della doccia, Psycho, 1960 (dettaglio dalla mostra “Alfred Hitchcock nei film della Universal Pictures”)
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