Potere alle piante? Anche nodaniele.montdarpizio
Ven, 07/10/2020 – 09:39


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Daniele Mont D’Arpizio

Anche per le piante è tempo di reclamare diritti, o meglio di vederseli riconosciuti da noi umani: è la tesi illustrata da Alessandra Viola nel recente libro Flower Power (Einaudi 2020), che non teme di stilare una vera e propria lista dichiarazione a favore dei nostri compagni vegetali.

Tra questi, sull’esempio della Dichiarazione dei diritti dell’animale firmata nel 1978 presso la sede dell’Unesco, ci sarebbe innanzitutto il diritto alla vita, che porterebbe a considerare biocidio “qualsiasi atto che comporti l’arbitraria uccisione di una pianta”, seguito da quelli alla “riproduzione naturale” (che sembrerebbe escludere qualsiasi forma di selezione o di innesto), a “evolversi naturalmente” e “a non subire trasformazioni genetiche”, in particolare quelle che prevedano “l’inserimento di geni di specie diverse”. Resterebbe per gli umani la possibilità di continuare a cibarsi e in parte utilizzare i vegetali – meno male, visto che come tutti gli animali non siamo organismi autotrofi. Tali diritti, approvati in seguito nelle sedi competenti (da quelle internazionali a quelle statali e locali) potrebbero poi essere fatti valere in tribunale tramite rappresentanti umani, sull’esempio di quello che accade oggi con i bambini, le persone con disabilità gravi e gli enti giuridici.

Un rovesciamento di paradigma che oggi forse può far sorridere, ma che non va assolutamente sottovalutato: “Storicamente ogni estensione dei diritti all’inizio viene considerata assurda o addirittura ridicola – spiega a Il Bo Live Alessandra Viola –. Anche i diritti delle donne a lungo non sono stati riconosciuti, e in alcuni Paesi faticano ancora ad esserlo, così come quelli dei bambini e delle minoranze, come vediamo proprio in questi giorni. Lo stesso vale per le piante, che hanno una loro forma di intelligenza, compiono delle scelte, hanno relazioni e possono soffrire, anche se ovviamente in modo molto diverso da noi”.

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Alessandra Viola mette in discussione il modello che vede solo l’essere umano come titolare di diritti. Prospettiva interessante che però suscita anche qualche perplessità

A questo proposito Viola cita più volte nel libro le tesi di Stefano Mancuso, con cui in passato ha anche collaborato. Lo scienziato, docente all’università di Firenze e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale (LINV) si è fatto da tempo promotore di una drastica rivalutazione delle capacità delle piante: posizioni espresse in varie pubblicazioni scientifiche e divulgative, tra cui Plant revolution, vincitore dell’edizione 2018 del Premio Galileo.

Le piante insomma sono fondamentali, c’erano molto prima di noi e con tutta probabilità continueranno ad esserci anche quando la nostra specie non sarà più nemmeno un ricordo: che male ci sarebbe a riconoscerle e a tutelarle? Un discorso stimolante, che però allo stesso tempo suscita qualche perplessità. In primo luogo perché anche l’esistenza degli stessi diritti degli animali, data per scontata dal libro, è in realtà molto dibattuta dai giuristi, che anzi ancora oggi in gran parte propendono per una soluzione negativa. Al centro del diritto sta infatti la volontà e la sua manifestazione, unita alla capacità di distinguere il giusto dallo sbagliato: un fenomeno strettamente umano anche quando si riferisce ad animali, piante e oggetti.

Anche proteggere ogni esistenza in quanto tale presenta dei problemi, soprattutto se – in nome del principio di precauzione più volte richiamato – si volesse comprendere nella tutela le forme di vita finora considerate non senzienti (in quanto prive si sistema nervoso centrale). Persino i microbi infatti – come rilevato dal libro – svolgono funzioni importantissime, e inoltre che prospettive aprirebbe una tale impostazione su tematiche delicate come l’interruzione della gravidanza e il fine vita?

Non è tutto: mettere in discussione il ‘modello antropocentrico’, come si dichiara più volte di fare, più che aumentare le tutele per gli altri viventi rischia di mettere in discussione quelle delle persone. Specie le più fragili, come già oggi accade a causa delle crescenti limitazioni alla sperimentazione animale. Rinunciare all’ingegneria genetica non rischia ad esempio di privarci di uno strumento che già oggi può essere prezioso per combattere la denutrizione, magari usando anche meno concimi chimici e pesticidi? Questioni molto serie su cui serve una riflessione a più voci, che magari potrebbe essere ravvivata proprio dal volume.

Se capisco bene il libro di Viola si inserisce nel filone denominato deep ecology, che tende a riconoscere una certa parità di diritti ad animali, piante e persino oggetti – spiega Ugo Leone, già docente di politica dell’ambiente presso l’università ‘Federico II’ di Napoli –. Personalmente penso di essere rispettoso di animali e piante, e anche delle pietre quando sono belle, ma credo che la strada per una tutela migliore stia nella previsione di doveri in capo all’uomo piuttosto che nella concessione di presunti diritti”.

Questo ovviamente non significa che non dobbiamo prestare attenzione all’ambiente nel quale viviamo – continua Leone –. È nostro interesse rispettare le piante perché ci danno ossigeno, nutrimento, contrastano il dissesto idrogeologico, ci offrono bellezza. Allo stesso tempo va ricordato che il legno è, assieme al vetro, il materiale più ecosostenibile. Sostituirlo con altri, a cominciare dalle plastiche, sarebbe più dannoso per l’ambiente e in definitiva per le stesse piante”.

Rimane il fatto che guardare alle cose da un’altra prospettiva, come fa il libro di Viola, è utile e a volte persino necessario. “Ricordo un passo che una volta ho letto sul sacrificio di Isacco nella Bibbia: potremmo vederlo anche dal punto di vista del padre dell’ariete, sacrificato per risparmiare il figlio di Abramo. Un paradosso sul quale è opportuno riflettere perché ci sono sacrifici che non hanno alternative, altri che magari ne hanno. Forse il patriarca avrebbe potuto semplicemente ringraziare l’angelo e andarsene con il figlio”. Il vituperato antropocentrismo non significa necessariamente privare di tutela le altre forme di vita: basta che sia accompagnato da un grande, profondo senso di responsabilità, individuale e collettiva.

Anche per le piante è tempo di reclamare diritti, o meglio di vederseli riconosciuti da noi umani: è la tesi illustrata da Alessandra Viola nel recente libro Flower Power

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