La partita della sostenibilità si gioca (anche) nelle cittàsofia.belardinelli
Dom, 08/16/2020 – 08:00


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Sofia Belardinelli

Viviamo sempre più nelle città: a risiedere in contesti urbani è oggi il 55% dell’intera popolazione mondiale; questa percentuale, entro il 2050, salirà probabilmente al 68%. A dare ulteriore conferma di questa tendenza è uno studio pubblicato da Nature, in cui si evidenzia come, nel periodo compreso tra il 1985 e il 2015, l’estensione delle aree urbane, che ha visto un aumento dell’80% su scala globale, sia stata molto più rapida della crescita della popolazione.

Molto peso in questo incremento ha avuto la crescita di poche, grandi città, che si sono trasformate in vere e proprie megalopoli: simili realtà presentano varie criticità, tra cui un esponenziale aumento della richiesta di acqua, energia e cibo, fenomeno che, soprattutto nei paesi dove le risorse sono già scarse, ha un notevole impatto sulla qualità della vita nelle città stesse e nei contesti rurali circostanti. Inoltre, molte di queste enormi città si sono espanse ad un alto costo per i territori, che hanno perso consistenti risorse agricole e forestali: in particolare, sottolineano gli autori dello studio, dal 1992 il 70% delle aree urbane è sorto su terreni in precedenza destinati all’agricoltura, il 12% su terreni destinati al pascolo e il 9% su terreni destinate a foreste. La somma di questi fattori – maggiore domanda di cibo e riduzione dei terreni agricoli disponibili – è potenzialmente letale, poiché potrebbe portare paesi come l’India e la Cina, tuttora in una fase di rapido sviluppo, ad affrontare pericolose carenze alimentari.

Inoltre, un incontrollato sviluppo degli ambienti urbani porta con sé numerosi rischi per la salute: un altro articolo apparso su Nature mostra, infatti, come la grande concentrazione di sostanze chimiche all’interno di agglomerati urbani molto estesi e l’eterogeneità della distribuzione di tali sostanze, dovuta alle emissioni dei veicoli e ai flussi determinati dal traffico, possono stimolare la formazione di nuove particelle inquinanti, che incidono pesantemente sulla qualità dell’aria e sul benessere umano.

SOCIETÀ

Tutte queste evidenze sollevano molti dubbi su questi modelli d’insediamento, che portano con sé numerose minacce tanto per la salute umana quanto per il benessere sociale e dell’ambiente. Ciò di cui abbiamo bisogno, come è puntualizzato anche dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, è invece un nuovo modello di città che garantisca non solo un ridotto impatto sul territorio, ma anche una migliore qualità della vita. Su tutto questo si concentra il Goal 11, intitolato “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri e sostenibili”: l’obiettivo è elaborare nuove modalità della vita in comune, che contribuiscano a rendere vivibili e, soprattutto, sostenibili anche le più grandi megalopoli del pianeta, ripensandole sulla base di un modello di sviluppo non predatorio e adeguandole agli obiettivi di sviluppo sostenibile.

Michelangelo Savino, docente di Tecnica e pianificazione urbanistica all’università di Padova, avverte: “Si tratta di una sfida complessa, in cui entra in gioco una molteplicità di fattori. L’Agenda 2030 è importante in quanto fornisce un indirizzo unitario da seguire, ma al livello globale vi sono tendenze a volte opposte fra loro, alle quali è difficile applicare una strategia unitaria. Tuttavia, una cosa è certa: l’attuale modello di sviluppo della città deve essere ripensato, ponendo l’accento soprattutto sulla qualità della vita – e penso soprattutto alla crescita disordinata di ambienti urbani verificatasi negli ultimi decenni nei paesi meno sviluppati, dove, prima ancora di pensare ad interventi urbanistici, bisogna ricostituire il tessuto sociale, intervenendo in primo luogo sui meccanismi di sperequazione sociale.

“Fondamentale – continua Savino – è anche avere ben presente il contesto in cui s’intende intervenire, per poterne intercettare i punti deboli e i bisogni, e chiarire i margini di manovra e le reali risorse a disposizione per effettuare degli interventi adeguati. Ad esempio, per poter immaginare come cambieranno le nostre città alla luce della recente esperienza pandemica bisognerà tener presente che intervenire sulle città richiede tempi lunghi e ingenti risorse, e che ogni modificazione del tessuto urbano determina dei cambiamenti sociali di cui, in fase di pianificazione, è necessario tenere conto.

“Rispetto al rinnovamento degli ambienti urbani, il sopraggiungere della pandemia immette un ulteriore elemento di complessità, in quanto spesso le misure necessarie per garantire la salute collidono con alcune delle soluzioni individuate per concretizzare la transizione sostenibile delle città. Si pensi alla mobilità: finora ci si era orientati al potenziamento del trasporto pubblico come principale soluzione al trasporto privato; se, però, l’attuale distanziamento fisico diverrà la norma dovremo pensare a nuovi metodi che siano in grado di garantire sia la sicurezza degli utenti, sia un basso impatto ambientale, limitando il trasporto veicolare privato, altamente inquinante”.

Le sfide, dunque, sono molte: nell’ottica dello sviluppo sostenibile, infatti, è necessario intervenire non solo sulla componente ambientale, ma anche sul piano sociale ed economico. In Italia, ad esempio, la strada verso la sostenibilità è ancora lunga: lo Smart City Index di Ernest & Young, giunto alla quinta edizione, rileva come molte città italiane si stiano orientando alla sostenibilità, mostrando miglioramenti nei settori di mobilità, energia e gestione delle risorse ambientali. Tuttavia, questa tendenza non è condivisa da tutto il Paese: ancora una volta si amplia il divario tra il Nord, vicino agli standard europei, e il Sud, le cui città si situano, purtroppo, agli ultimi posti della classifica (significativamente, nessuna delle città del Sud compare tra le venti più virtuose).

I target dell’Obiettivo 11 sono ambiziosi, e non sarà semplice raggiungerli nel breve arco temporale di dieci anni (2020-2030); tuttavia, essi sollecitano l’attuazione di una serie di cambiamenti che non possono più essere procrastinati, perché la transizione sostenibile sia concreta. Le città sono uno snodo centrale in questo percorso: ecco perché bisogna immaginare, e realizzare, la loro trasformazione.

L’umanità si sta spostando sempre più nelle città e i problemi di gestione e reperimento delle risorse crescono insieme alle sempre più grandi megalopoli. Ripensare il modello della città è uno snodo cruciale per rendere effettiva la transizione verso la sostenibilità

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