Oltre la crescita economica. Resilienza alimentare e protezione della biodiversitàsofia.belardinelli
Mar, 05/25/2021 – 08:20


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Giulio Vulcano

Una nuova idea di progresso

In Europa la crescita economica, strettamente dipendente dall’aumento di produzione e dal consumo delle risorse, ha generato e continua a generare effetti dannosi sull’ambiente naturale, erodendo la biodiversità, alterando la stabilità climatica, la salute e il benessere umano. Gli attuali modelli prevalenti di produzione e consumo non sono più sostenibili.

Sono questi alcuni dei messaggi chiave che emergono dal rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) “Crescita senza crescita economica” pubblicato nel 2021. Messaggi molto rilevanti poiché per la prima volta un’istituzione europea conferma che non possiamo avere una crescita senza fine in un pianeta finito, ovvero con risorse limitate. L’unica soluzione a disposizione dei decisori politici è ripensare e immaginare un’idea nuova di progresso. Partendo da questa convinzione, l’EEA ha avviato un insieme di studi prospettici sui fattori di transizione e le narrative per il cambiamento.

Nel dibattito online svoltosi il 22 febbraio scorso si sono riuniti responsabili politici, ricercatori e organizzazioni della società civile per discutere i risultati del rapporto dell’EEA. Al dibattito, tra gli altri, hanno partecipato Hans Bruyninckx, Direttore dell’EEA, e il consigliere di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea, nonché vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo e il contrasto ai cambiamenti climatici. Nel corso del dibattito sono stati presentati i principali risultati scientifici di questo studio di briefing e si è discusso di come questi possono o dovrebbero contribuire a plasmare le decisioni prese a livello dell’UE e degli Stati membri. I messaggi chiave del Rapporto dell’EEA sono i seguenti.

  • È in corso la ‘Grande Accelerazione’ della perdita di biodiversità, del cambiamento climatico e delle varie forme di consumo di risorse e inquinamento. Essa è strettamente collegata alle attività economiche e alla crescita economica ed è quindi di natura totalmente antropica.
  • Numerose evidenze scientifiche dimostrano che il cosiddetto “disaccoppiamento” completo e durevole tra crescita economica e consumo di risorse/inquinamento non sarebbe possibile, nonostante esso costituisca il quadro di riferimento principale delle politiche ambientali europee e internazionali.
  • La circolarità dell’economia al 100% è fisicamente impossibile, si può parlare al più di “quasi-circolarità”. L’economia “circolare” potrebbe non portare verso la sostenibilità se le misure di circolarità continueranno ad alimentare la crescita economica portando all’aumento del consumo complessivo di materiali.
  • L’economia della ciambella, la post-crescita, l’economia del benessere e la decrescita sono alternative alle concezioni economiche più comuni e preponderanti fondate sulla crescita e offrono preziose interpretazioni e intuizioni per ripensare e riorganizzare il progresso.
  • Il Green Deal europeo e altre iniziative politiche per un futuro sostenibile richiedono non tanto soluzioni tecnologiche che aumentano il consumo di risorse, ma soprattutto cambiamenti nelle pratiche sociali e nei modelli di produzione e consumo.
  • La crescita è radicata culturalmente, politicamente e istituzionalmente. Il cambiamento richiede di affrontare queste barriere in modo democratico. In questo senso le tante comunità che vivono in modo semplice offrono ispirazione per l’innovazione sociale.

I nuovi studi prospettici dell’EEA evidenziano come sia prioritario affrontare il cambiamento con un approccio olistico che adotti la scienza della complessità, la prevenzione, la transizione e trasformazione strutturale, l’ecosystem based management. Tra gli studi prospettici in cantiere, uno di prossima pubblicazione, denominato “Agriculture as care”, riguarda i sistemi alimentari, basi di ogni attività economica. Questi risultati europei trovano ottima assonanza con gli studi che anche in Italia si stanno conducendo dal 2017 sulla resilienza dei sistemi alimentari secondo il paradigma socioecologico e transdisciplinare tratteggiato ora anche dalle analisi prospettiche dell’EEA, andando oltre i singoli schemi: quello dell’uso efficiente di risorse e quello della sicurezza alimentare. In particolare, lo studio sistemico dello spreco alimentare individua i modelli di sovrapproduzione economica e le disuguaglianze tra le cause primarie degli sprechi e dei loro enormi impatti ambientali e sociali. In questo cambio di paradigma economico emerge l’esigenza principale di rendere il valore del cibo più un bene comune e meno una merce standardizzata e spettacolarizzata.

SCIENZA E RICERCA

Sistemi alimentari oppressivi

I sistemi alimentari odierni determinano infatti enormi pressioni su tutte le sfere ambientali, e in particolare sulla biosfera, da cui dipende il loro funzionamento. I sistemi alimentari guidati dai modelli economici prevalenti sono i maggiori fattori di superamento dei limiti ecologici planetari e delle relative soglie di sicurezza, con le attività legate alla zootecnia come principale determinante delle diverse tipologie d’impatto. Per la perdita di integrità biologica (stimata sulla base della velocità di estinzione delle specie) potrebbe già largamente essere avvenuto il superamento sia della soglia di sicurezza che dell’ancor più allarmante soglia di incertezza e, forse, di non ritorno. I sistemi alimentari sono i maggiori responsabili anche dell’alterazione oltre i limiti planetari dei cicli naturali dei nutrienti azoto, fosforo e potassio, nonché del consumo di suolo e acqua (per cui le previsioni sono inquietanti), mentre il loro contributo al cambiamento climatico arriva fino a circa un terzo del totale considerando anche gli effetti indiretti. I sistemi alimentari incidono per circa un terzo sull’impronta ecologica mondiale, che è di circa 2,8 ettari globali pro capite, ovvero 1,6 volte la biocapacità disponibile sul pianeta, con grandi squilibri (per esempio gli USA hanno un’impronta pro capite 10 contro 1 dell’India). I sistemi alimentari impegnano da soli circa metà della biocapacità globale.

In parallelo, i sistemi alimentari sono tra i maggiori imputati dello sviluppo di epidemie zoonotiche tramite i loro impatti sugli ecosistemi e sono i principali responsabili dei gravissimi squilibri sanitari che coinvolgono la maggior parte delle persone nel mondo, molto spesso associati a guerre e migrazioni. Incrociando i dati delle organizzazioni delle Nazioni Unite (FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO) emerge come circa due terzi della popolazione mondiale soffra di gravi, e spesso opposti, squilibri nutrizionali: 12% denutrito, 27% malnutrito, 27% sovralimentato e malnutrito. Inoltre, meno del 33% della popolazione mondiale è attualmente autosufficiente grazie a cibo locale. Al contempo, nel sistema alimentare globale si spreca almeno il 50% delle calorie prodotte, considerando oltre a perdite e rifiuti anche la sovralimentazione (dovuta spesso a prodotti industriali iper trasformati) e soprattutto la perdita netta nella conversione di risorse edibili operata dagli allevamenti. Questo spreco impegna da solo circa un terzo della biocapacità globale, senza considerare anche altre forme di spreco quali gli usi non alimentari di prodotti edibili, le perdite prima dei raccolti, le perdite di acqua potabile. La sovrapproduzione di surplus alimentari è talmente alta da eccedere anche il tasso di aumento della popolazione e dei fabbisogni mondiali, tanto che il cibo prodotto basterebbe ampiamente per tutti, ma i meccanismi economici prevalenti determinano una distribuzione fortemente ineguale delle risorse.

Nonostante l’aumento globale di produzione, negli ultimi 50 anni la biocapacità disponibile mediamente pro capite si è comunque dimezzata. Pur essendo le previsioni di aumento demografico tendenzialmente in alleggerimento, le dinamiche economiche hanno portato negli ultimi decenni all’urbanizzazione e a una pressione demografica globale insostenibile. Ciò sia nel Sud del mondo sia tanto più nel Nord, dove i dati (quali limiti ecologici planetari, biocapacità disponibile e impronta ecologica) mostrano che la saturazione delle potenzialità naturali locali è per lo più avvenuta da tempo e i consumi ordinari si basano in buona parte sulle risorse del Sud globale, oltre che sulla degradazione del proprio ambiente ecologico e sociale. Ciò è riconosciuto dall’Agenda di sviluppo sostenibile ONU 2030 con gli obiettivi globali di salute e pianificazione riproduttiva. Agenda che però richiama ancora obiettivi di crescita economica, causa delle enormi distanze attuali nel raggiungimento di tutti gli altri obiettivi. Insieme a quello del produttivismo-consumismo e dell’esasperazione tecnologica, quello demografico è un punto interdipendente, fondamentale e ineludibile di questa necessaria e urgente trasformazione culturale con cui la specie umana è chiamata a comprendere il proprio impatto e ad accettare il rispetto (più che la guida) di tutte le altre comunità ecosistemiche e dei limiti comuni di equilibrio.

Protezione conviviale della biodiversità

Come conseguenza delle pressioni economiche esercitate sugli ecosistemi, la Terra sta infatti subendo una perdita di biodiversità eccezionalmente rapida e sempre più specie vegetali e animali sono minacciate di estinzione e ancor più sono in cattivo stato di conservazione, ora più che in qualsiasi altro periodo della storia umana. Si stima che quelle a rischio di estinzione potrebbero essere circa 1 milione, un quarto di tutte quelle accertate. L’indice del pianeta vivente (abbondanza delle popolazioni) segna un preoccupante calo del 70% in media negli ultimi 50 anni. Almeno il 70% della perdita mondiale di habitat è riconducibile alle attività antropiche alimentari nel loro complesso, tra cui spicca la deforestazione per allevamenti. Il sistema alimentare globale è quindi il fattore principale di erosione della biodiversità, con l’agricoltura industriale che da sola rappresenta la minaccia per 24.000 (86%) delle 28.000 specie fin qui accertate come a rischio di estinzione. I principali tipi di processi attraverso cui avviene questa degradazione sono il cambio di uso del suolo, l’estrazione diretta di biodiversità, l’inquinamento, il cambiamento climatico e l’immissione di specie aliene invasive. Inoltre la FAO stima che negli ultimi cento anni si sia verificata una perdita enorme di agro-biodiversità: quasi il 75% della diversità genetica di specie coltivate e allevate è andato perso e l’alimentazione umana oggi si basa per il 75% solo su 12 specie vegetali e 5 animali. Si consideri poi che la protezione della biodiversità globale è di importanza fondamentale per contrastare i cambiamenti climatici in atto, i quali a loro volta stanno mettendo in forte pericolo la sicurezza alimentare e idrica. Cambiamenti climatici che potrebbero anche essi venire affrontati molto più efficacemente con approcci di decrescita economica.

Le politiche e le misure di protezione, rigenerazione e valorizzazione della biodiversità (come le nature based solutions di cui molto si discute ultimamente) dovrebbero andare oltre il paradigma della crescita economica, migliorando al contempo la prosperità e il benessere generali. In questo processo dovrebbero essere considerate anche le responsabilità passate e presenti nella delocalizzazione globale degli impatti e nell’accrescimento delle disuguaglianze e dei debiti che costringono i paesi del Sud globale a sfruttare la biodiversità per la sopravvivenza. È necessario fornire risorse per permettere la protezione e la rigenerazione della biodiversità, eliminando i sussidi dannosi e riconoscendo al contempo la fallacia della creazione di nuova crescita economica basata su servizi e mercati finanziari della biodiversità. Sono quindi da evitare le cosiddette compensazioni del “capitale naturale” (la cui perdita è irreversibile) o il finanziamento di progetti dannosi come le forestazioni di piantagioni monoculturali. Le soluzioni basate sulla natura dovrebbero supportare la biodiversità dal livello del gene a quello dell’ecosistema; dovrebbero sempre coinvolgere un’ampia gamma di ecosistemi diversi; dovrebbero essere progettate in collaborazione con le comunità locali nel rispetto dei diritti indigeni. Ciò comporta preferire l’uso di lessico e metriche biofisiche, ecosistemiche e di benessere, riconoscendo l’esistenza e la priorità di valori e benefici incommensurabili. Comporta inoltre esplorare traiettorie partecipative, conviviali e condivise nell’attuale formazione di scenari e quadri di riferimento per le azioni a protezione della biodiversità e dei sistemi socioecologici congiunti.

Bioeconomia fuori dalla crescita

Ultimamente l’utilizzo economico delle biomasse (“bioeconomia”) è in aumento per via dello sfruttamento o della coltivazione, oltre che per gli scopi tradizionali, anche come materie prime alternative a quelle fossili e minerali. Come già avvenuto nel recente passato, ciò può portare a concorrenza nell’uso di suolo e acqua già scarsi, nonché ad aumenti della perdita di biodiversità, dei prezzi e dell’insicurezza alimentare. Le evidenze scientifiche mostrano che per garantire sicurezza alimentare e ambientale è necessario accordare priorità alle misure trasformative di prevenzione strutturale degli sprechi sistemici (elencate di seguito) rispetto a quelle di bioeconomia circolare quali riciclo e recupero degli scarti. Queste ultime sono necessarie se adeguatamente calibrate, ma non sono sufficienti e un’eccessiva attenzione su di esse rischia di coprire e ritardare l’attuazione di interventi di prevenzione strutturale. In generale i processi bioeconomici dovrebbero essere realmente sostitutivi e non aggiungersi all’esistente incrementando la domanda di risorse e le dimensioni economiche complessive. Se resta inalterato il paradigma di crescita i processi di recupero e riciclo alimentare hanno bisogno della sovrapproduzione e sovraofferta di eccedenze per svilupparsi, sostenendo il medesimo sistema di mercato basato su produttività unitaria, competizione, concentrazione e stimoli al consumo. Anche le attività bioeconomiche dovrebbero quindi rispettare le condizioni di rinnovabilità delle risorse.

Nel settore alimentare ciò comporta ridurre la produzione di eccedenze a limiti minimi “fisiologici” determinati in base alle capacità naturali locali e ai metodi agroecologici di rigenerazione quasi-circolare che usano più parsimoniosamente le risorse, proteggono e valorizzano la diversità biologica e culturale. Questi mostrano, già dal breve periodo,  numerosi vantaggi e rese comparabili ai modi industriali che a fronte di elevate rese immediate tendono a depauperare velocemente le risorse, mentre nel medio-lungo periodo o già in situazioni critiche le rese agroecologiche possono essere maggiori. Inoltre, i bassi tassi attuali di circolarità dovuti all’impiego di complesse infrastrutture industriali confermano che minore è la scala e maggiore è l’efficacia dei processi di riciclo/rigenerazione e delle connesse reti di innovazione sociale. Facilitando questi approcci si permetterebbe a una bioeconomia realmente quasi-circolare di non produrre vari tipi di effetti complessi di retroazione sistemica che rendono improbabile il “disaccoppiamento” completo, ostacolano l’efficacia delle politiche in atto e bloccano il cambiamento. Queste retroazioni sono interconnesse e si autorafforzano in spirali perverse, apparentemente in modo controintuitivo.

Storicamente lo sviluppo di nuove tecnologie sempre più elaborate, specie quelle proprietarie, è diventato il principale fulcro della crescita economica e finanziaria, sorpassando il fattore dell’espansione demografica e della forza lavoro, produttiva e riproduttiva. Al raggiungimento di eccessive complessità di scala, necessità esponenziali di risorse e saturazione della domanda portano alla diminuzione dei margini di produttività, a cui i modelli prevalenti rispondono usualmente con l’aumento di efficienza tecnologica di alcuni settori nell’uso unitario delle risorse. Ciò genera il cosiddetto effetto “rimbalzo”. L’efficienza favorisce la diminuzione dei costi unitari e di conseguenza aumenta la promozione e la domanda fino a generare aumenti netti dei consumi di risorse e degli impatti negativi, molto spesso delocalizzati globalmente o in altri settori economici. In parallelo avviene la valorizzazione dello status posizionale delle merci che allarga le disuguaglianze nella società. Ciò prosegue finché vi sono risorse disponibili a un costo che ne renda conveniente l’utilizzo, poi l’innovazione tecnologica produce un nuovo salto in avanti esasperando consumi e impatti complessivi. Tali cicli di amplificazione rendono il sistema globale sempre più fragile, instabile e predisposto a subire traumi e crisi repentine.

La necessaria resilienza

La complicata sfida di proteggere gli ecosistemi e al tempo stesso garantire la sicurezza alimentare della popolazione globale in modo “sostenibile” ha attirato una crescente attenzione da parte delle principali istituzioni ambientali e dei governi. Negli ultimi anni il discorso si è spostato dalla “produzione rispettosa dell’ambiente” alla “sostenibilità del sistema alimentare”. Ciò dovrebbe considerare e migliorare la “resilienza” dell’intero sistema per riportarlo entro i limiti.

Questa resilienza è una caratteristica indispensabile per il futuro sistema alimentare, specialmente in un contesto di crescenti incertezze dovute ai cambiamenti ambientali e alla variabilità che supera le abilità previsionali e gestionali. Essa è quindi la capacità ecologica e sociale di affrontare e adattarsi ai cambiamenti e ai disturbi, anche quelli imprevisti o potenzialmente destabilizzanti. Fonda il suo potenziale rigenerativo sull’omogenea distribuzione dei benefici derivanti dall’interconnessione tra un’elevata diversità di “agenti” (biologici, sociali, …). Ciò può garantire lo scambio reciproco di caratteristiche multifunzionali essenziali per far sì che l’intero sistema possa adattarsi ai cambiamenti o creare le necessarie trasformazioni, specie in situazioni critiche. Si riferisce perciò anche alla capacità di mutazione profonda di un sistema non più sostenibile e instabile verso nuovi livelli di equilibrio.

Per raggiungere questi obiettivi ecologici e sociali occorre non solo ridurre le pressioni derivanti dalla produzione, ma attuare una serie di sostanziali cambiamenti economici e culturali, a partire da un immaginario positivo, consapevole delle inerzie presenti come delle potenzialità trattenute. I cambiamenti riguardano, tra le altre cose: la struttura dell’intera filiera e il ruolo non più centrale del consumo individuale e del valore monetario nella società; una partecipazione paritaria e solidale dei cittadini basata sullo sviluppo di capacità relazionali autonome e abilitanti più che su istruzione, controllo e assistenza; sistemi collettivi di tutela, credito e scambio che riconoscano equamente il valore della vita e del lavoro consapevole di cura dell’ambiente e delle persone. In questa direzione serve inter e post disciplinarietà nell’educazione, nella formazione e nella ricerca-azione.

Urgente trasformazione strutturale

Le evidenze scientifiche disponibili descrivono come per raggiungere la resilienza e la salute socioecologica sia quindi primaria una trasformazione strutturale dei sistemi alimentari, invocata ormai anche da molte istituzioni internazionali con vari accenti (FAO, UNEP, IPBES, IPPC, CBD, IAASTD, Strategie UE Farm to Fork e Biodiversità, IPES-FOOD), tanto più efficace quanto saprà andare oltre il consueto riformismo incrementale e le tendenze consolidate. Per tornare entro le capacità ecologiche la diffusione di queste pratiche dovrebbe diventare molto ampia e lo spreco sistemico dovrebbe essere probabilmente ridotto al 15-20% ovvero ad almeno 1/3 dell’attuale a livello globale, a 1/4 in Italia. Le macro linee d’azione indispensabili su cui dovrebbe basarsi questo scenario trasformativo sono sinteticamente:

  • democratizzazione ed equità delle relazioni tra i soggetti fuori e dentro il sistema;
  • riduzione dei consumi di prodotti/servizi e quindi di risorse, soprattutto nel Nord globale;
  • riduzione della pressione demografica e dei fabbisogni complessivi (obiettivi di sviluppo sostenibile ONU 2030 3.7 e 5.6);
  • riduzione degli usi non alimentari di prodotti edibili e delle necessarie risorse;
  • diete sane per la salute e per il pianeta preferendo prodotti vegetali e non iperprocessati;
  • sviluppo di reti (autosufficienti e cooperative) di sistemi alimentari locali, ecologici, solidali e di piccola scala in grado di prevenire e ridurre drasticamente gli sprechi sistemici e gli impatti.

In particolare, rispetto ai sistemi convenzionali si osserva una riduzione media degli sprechi del 67% nel caso di sistemi alimentari regionali, biologici e di medio-piccola scala e addirittura fino al 90% in media nel caso di reti locali, agroecologiche, solidali (mutualistiche) e di micro-piccola scala. Questi processi dovrebbero tendere a svincolarsi sempre più dalla captazione e dal condizionamento che solitamente avviene da parte dei modelli economici prevalenti. Potendo fare affidamento anche su reti egualitarie di progettazione globale, si può riportare la produzione e la co-produzione a livello di collettività locali, dove possono essere impiegate tecnologie quasi-circolari, paritarie e conviviali, promuovendo filiere più corte e solidali, con opportunità di sviluppo territoriale e allo stesso tempo riducendo l’impronta ecologica verso livelli di equilibrio.

Perciò è urgente facilitare, replicare (senza accrescere le singole dimensioni), connettere e trarre ispirazione dalle esperienze virtuose già avviate e dalle diverse comunità che vivono in modo semplice e armonioso con l’ambiente naturale.

In Europa la crescita economica, strettamente dipendente dall’aumento di produzione e dal consumo delle risorse, ha generato e continua a generare effetti dannosi sull’ambiente naturale, erodendo la biodiversità, alterando la stabilità climatica, la salute e il benessere umano. Gli attuali modelli prevalenti di produzione e consumo non sono più sostenibili

Tra Que village, Vietnam. Foto: Rod Long/Unsplash
hp
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