Nietzsche e la scienza filologica come ricerca inesauribile del verobianca.pezzini
Mar, 08/25/2020 – 16:00


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Bianca Maria Pezzini

“Nietzsche era convinto che la scienza, tutta la scienza, dovesse servire al prossimo”. Così il professor Luciano Bossina, docente di filologia classica dell’università di Padova, introduce la figura di Friedrich Nietzsche, di cui il 25 agosto ricorrono i 120 anni della morte. Celebre per gli scritti La nascita della tragedia, Umano troppo umano, La gaia scienza e Così parlò Zarathustra, Nietzsche si impone all’attenzione del pubblico come filosofo, ma in realtà alla base del suo pensiero vi è una profonda riflessione filologica che pervade l’intera sua opera.

CULTURA

Attratto dal mondo antico fin dall’adolescenza, nel 1865 Nietzsche si trasferisce a Lipsia per proseguire all’università gli studi filologici sotto la guida di Friedrich Ritschl. Grazie alla sua precocità e produttività giovanile, nel 1869, a soli 25 anni, ottiene la cattedra di filologia classica a Basilea. La nomina è prestigiosa, ma l’età dello studioso desta diffidenza da parte del mondo accademico ed egli si sente in dovere di chiarire il suo posizionamento rispetto alla disciplina. “Così, per la prolusione d’insediamento, sceglie di parlare di Omero e la filologia classica” spiega Bossina “perché vuole precisare come egli la intenda: fin dalla prima pagina del testo, però, il suo scetticismo rispetto alla visione tradizionale emerge con una certa evidenza. La filologia ha una natura ibrida, composita, non bene amalgamata; è una sorta di coacervo non del tutto risolto tra storia, estetica e scienza. Questo provoca una serie di scompensi che procurano alla disciplina diversi nemici”. Vi sono coloro che giudicano il filologo una «talpa», ovvero colui che smuove per l’ennesima volta un’inutile polvere antica; quelli che odiano la filologia perché «idolatrano» la modernità e non concepiscono, in una sorta di idea del progresso perenne, motivi di interesse anche nell’antico; e infine gli stessi filologi che polemizzano tra loro intorno a questioni sterili. “Nietzsche invece vuole modernizzare la filologia in un nuovo dialogo tra l’aspetto storico, scientifico e artistico. Ricorre per questo all’immagine del centauro, che unisce in sé due nature diverse; così dovrebbe fare la filologia, unendo la parte storico-scientifica, non produttiva ma conoscitiva, e la parte artistica, che mira a una creazione nuova. Certo l’evocazione di un animale inesistente svela anche il carattere consapevolmente utopistico del progetto”.

La riflessione contiene in nuce alcuni aspetti che Nietzsche sviluppa pochi anni dopo ne La nascita della tragedia (1872) e prelude alla rottura che quest’ultima segna con il mondo accademico. Con La nascita della tragedia infatti, l’antichità prende vita, incombe nel presente. La tragedia greca diventa non solo la massima espressione artistica della cultura ellenica, ma anche la chiave per comprendere l’essenza della realtà stessa. Qui lo spirito greco si manifesta in tutta la sua potenza grazie alla contrapposizione delle due grandi forze che lo animano: apollinea e dionisiaca. “La prima simboleggia l’idea di purezza, luminescenza, serenità, mentre la seconda il mondo oscuro dell’irrazionale e della possessione. L’idea fondamentale è che il dramma greco nasca come proiezione della forza dionisiaca, ma che a un certo punto venga ucciso dall’aggressione dell’apollineo in forma di dialettica socratica. Euripide rappresenterebbe lo snodo capitale; avrebbe recepito una tradizione ancora dionisiaca, ma per colpa dell’adesione alla sofistica socratica l’avrebbe razionalizzata, raffreddata, trasformata in forma apollinea. Onde la morte della vera tragedia”.

È un’opera travolgente, sorretta da uno stile visionario, volutamente anti-accademico, che suscita reazioni immediate; i filologi respingono il pensiero di Nietzsche come estraneo alla concezione tradizionale della disciplina. “Videro nel testo l’espressione di idee troppo compromesse col mondo di Wagner e della cultura moderna, anacronismi intollerabili e una forzatura indebita delle fonti. Wilamowitz ne scrisse una recensione ferocissima, fluviale, demolendo pezzo per pezzo il testo, alternando sdegno e aggressione, fino al vituperio. Nel finale invita espressamente l’autore a scendere dalla cattedra per rispetto della gioventù tedesca”.

E in effetti sette anni più tardi, nel 1879, Nietzsche rassegnò davvero le dimissioni: in parte per ragioni di salute, ma soprattutto per un senso di profonda estraneità all’ambiente della filologia accademica. Quello che lamentava – e che aveva cercato di comunicare – è l’approccio sterile alla disciplina che provoca la scomparsa dei filologi-poeti (come Goethe e Leopardi), lasciando il posto ai filologi-eruditi, che sono in grado di dar vita solo a una vacua educazione formale. I filologi non si interrogano più sull’essenza della loro scienza, ma si limitano a scavare senza arrivare mai alla radice del problema. “Per Nietzsche la filologia è intesa dai suoi contemporanei in senso troppo strumentalmente storicistico e antiquario. Una scienza che si riconosce soltanto nell’accertamento dei fatti e non nella loro valorizzazione; che non si incarica più di decidere se una cosa sia bella o brutta, ma soltanto di ricostruire come siano andati gli eventi. Rimane dunque validissima la lezione che impone al filologo di considerare sempre l’obiettivo del proprio studio, che non è soltanto ‘conoscere il conosciuto’, ma porsi il problema della produzione di qualcosa di nuovo“.

Dunque, quando Nietzsche abbandona la cattedra, il suo gesto non simboleggia un rifiuto della filologia in favore della filosofia, come spesso gli specialisti sono portati a pensare, ma il rifiuto di una determinata e ai suoi occhi degenere filologia. “Quello che tenta di produrre, come aveva annunciato fin dalla prolusione su Omero, è una filologia di forte impianto filosofico” afferma Bossina “e sono abbastanza convinto che il piano su cui meglio si possa misurare l’interazione tra il Nietzsche filologo e il Nietzsche filosofo sia quello ermeneutico, a partire da due principi che forse giova ricordare. Nietzsche di fatto approda a un’idea per cui si possono dare diverse interpretazioni del mondo, tante quante se ne possono dare di un testo. Le possibilità di analisi e spiegazione dell’uno e dell’altro sono le medesime: dunque l’esercizio della filologia implica, nell’interpretare i testi, abituarsi e condizionarsi a interpretare il mondo. L’altro aspetto, che inerisce alla critica all’ontologia di Nietzsche, è l’idea di una filologia anti-metafisica; egli sembra depotenziare ontologicamente l’oggetto, giungendo alla conclusione che questo non sussista in quanto tale, ma soltanto nell’interpretazione che se ne può dare. In tutta evidenza questo è il debito di un lunghissimo tirocinio filologico sui testi, che lo ha indotto a prendere atto dell’esistenza di possibili infinite interpretazioni di un dato testo, come di possibili infinite interpretazioni di un dato oggetto. Dunque l’interpretazione finisce per scalzare l’ontologia”.

La sua analisi costringe i colleghi – di qualsiasi epoca – a ripensare di continuo al proprio mestiere, promuovendo così una sorta di autocritica della disciplina in cui filologo e filosofo sono anime complementari. Nell’esercizio di un mestiere filosoficamente fondato, il filologo non deve perdere di vista il valore dell’oggetto che indaga: in caso contrario la filologia diventa antiquaria, erudizione superflua, se non addirittura dannosa. Il cuore fondamentale della riflessione nietzscheana si focalizza proprio su questo punto, ovvero sull’utilità della scienza – quale è la filologia – e in che modo possa servire al prossimo. “Nietzsche ragiona attorno al concetto di egoismo, l’amore di sé in termini viziati ed eccessivi; qual è, si domanda, il contrario dell’egoismo? E risponde che non è l’amore per gli altri, bensì l’oggettività. Allora il compito fondamentale del filosofo, del filologo, del pensatore, non è di opporre a una visione individuale una visione altrui, ma di cercare la visione neutra. La vera opera del filologo, la vera «passione» che lo muove, è la ricerca della verità. Che è anche l’unico modo, per tornare al pensiero da cui siamo partiti, in cui filologia possa «servire al prossimo». Accertare la verità è il suo compito più alto.”


L’egoismo estremo non ha l’opposto nel suo amore per gli altri, bensì nella visione neutrale e concreta. La passione per il vero, a dispetto di tutti i riguardi personali, di tutte le cose gradevoli e sgradevoli, è la più alta e perciò forse la più rara.

Friedrich Nietzsche

In occasione dei 120 anni dalla morte dell’intellettuale tedesco, il professor Luciano Bossina illustra un aspetto significativo del suo pensiero.
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