Nascere prematuri: nuovi studi sulle conseguenze a lungo terminefrancesca.bastianon
Mar, 06/23/2020 – 08:42


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Francesca Bastianon

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ogni anno circa 15 milioni di bambini nascono prematuramente, di cui il 5,2% prima delle 28 settimane. Recenti studi hanno preso in esame le conseguenze dei bambini nati prima del termine nell’età adulta. I risultati conseguiti sono stati possibili solo grazie al numero consistente e in continuo aumento dei neonati precoci: tra il 1990 e il 2010 in Europa, America e Oceania il numero è cresciuto da 2 a 2,2 milioni

SCIENZA E RICERCA

Ricercatori e pediatri internazionali si sono concentrati principalmente su due rami di ricerca: il primo segue lo sviluppo fin dalla nascita dei bambini prematuri, immagazzinando dati dagli anni Settanta a oggi; mentre il secondo si occupa di ridurre gli effetti a lungo termine. Solitamente le famiglie considerano superati i problemi in età scolare, non considerando tuttavia le conseguenze in età adulta. In un articolo di Nature vengono illustrati, infatti, i risultati di diverse ricerche sulla qualità della vita di giovani nati prematuri, esposti maggiormente a malattie cardiovascolari o a disturbi cronici. 

Questo è stato possibile grazie ai neonati prematuri che hanno raggiunto la maggior età, molto superiore rispetto a altri periodi storici, e soggetti al monitoraggio fin dalla loro nascita. Le disabilità rappresentano ancora oggi le preoccupazione maggiore dei genitori: i ricercatori si sono posti diversi obiettivi tra cui l’aumento della sopravvivenza dei nati prematuri, già molto alta, la continuazione della sperimentazione clinica per migliorare le funzionalità sottosviluppate dei polmoni, del cervello e del sistema visivo e il monitoraggio dell’impatto sulla salute a lungo termine. 

Lex Doyle, pediatra australiano ed ex direttore del Victorian Infant Collaborative Study, ha condotto insieme ad altri colleghi uno studio a lungo termine sui neonati prematuri, seguendoli dalla nascita fino all’età adulta. Il medico ricorda che verso la metà degli anni Settanta la sopravvivenza dei nati al di sotto dei 1.000 grammi, corrispondente a circa 28 settimane, era molto bassa. Con l’arrivo dei ventilatori polmonari alla fine del decennio, la situazione migliorò ma causò diverse lesioni al sistema respiratorio. Successivamente, venne somministrato alle madri corticosteroidi per aiutare lo sviluppo dei polmoni nei neonati prima ancora del parto. Solamente negli anni Novanta troviamo degli sviluppi interessanti, grazie ai trattamenti con tensioattivi che favoriscono la corretta espansione dei polmoni. Oggi i bambini tra le 22 e le 24 settimane riescono a sopravvivere, anche se dipende molto dall’area geografica in cui si trovano.

Tuttavia, anche se i dati sulla sopravvivenza sono molto positivi, i neonati estremamente prematuri vanno incontro a un maggior rischio di complicanze e disabilità. La lista è molto lunga e include asma, ansia, disturbi dello spettro acustico, paralisi cerebrale, epilessia e compromissioni del sistema cognitivo. Lo scorso anno Casey Crump, epidemiologo presso l’ Icahn School of Medicine di Mount Sinai, ha pubblicato sul Journal of American Medical Association un rapporto relativo alle conseguenze a lungo termine: sono stati monitorati fino al 2015 circa 2,5 milioni di bambini nati prematuri tra il 1973 e il 1997 in Svezia. Circa 5.391 sono nati estremamente pretermine (22-27 settimane), mentre 33.025 rientrano nel categoria molto pretermine (28-33 settimane); i nati moderatamente pretermine (34-36 settimane) sono 110.649. Prendendo in esame solo il primo dato, il 78% dei bambini nati in quella fascia hanno manifestato nell’adolescenza o nella prima età adulta almeno un disturbo di tipo psichiatrico, rispetto al 37% dei bambini nati da una gravidanza portata a termine. Lo stesso vale per le malattie cardiovascolari: le percentuali per i neonati precoci sono intorno al 68% contro il 18% per gli altri. Dati simili sono stati registrati anche in uno studio condotto dal progetto inglese EPICure, che si occupa da diversi anni di monitorare lo sviluppo dei neonati prematuri: il 60% soffre, all’età di diciannove anni, di disturbi legati all’area neuropsicologica.

Altre ricerche legano la debolezza della funzionalità polmonare nei neonati sotto le 28 settimane a future malattie cardiovascolari, in particolare l’ipertensione arteriosa. Una di queste, condotta al Sainte-Justine University Hospital and Research Center di Montréal, ha iniziato uno studio pilota in cui non vengono utilizzati farmaci per controllare questa patologia ma un programma di esercizi fisici di 14 settimane. Secondo i ricercatori, la sperimentazione sta portando risultati positivi sui giovani adulti. 

Non solo: la ricerca internazionale si sta concentrando negli ultimi anni anche sull’ambiente. Sono diversi i programmi di supporto per le famiglie dopo l’ospedalizzazione: dopo aver collaborato insieme a un team di specialisti, può essere difficile per i neogenitori affrontare le diverse sfide legate alla crescita e allo sviluppo del bambino prematuro. In particolare, il Women & Infants Hospital di Rhode Island propone alle famiglie un programma di follow-up neonatale in cui le famiglie con neonati pretermine vengono collocate in stanze private: Betty Vohr, direttrice del programma, ha affermato che la produzione di latte nelle madri è aumentata del 30% e i bambini che hanno avuto modo di vivere nelle camere unifamiliari hanno ottenuto punteggi più alti nei test cognitivi e linguistici a 2 anni. Il programma, inoltre, prevede anche una seconda fase, chiamata Transition Home Plus, che fornisce assistenza continua, sia tramite telefono che visite di persona, durante i primi giorni a casa, mettendo anche a disposizione delle madri psicologi e infermieri specializzati. Questa tipologia di approccio, afferma Vohr, dimezza i costi sanitari, consentendo anche meno visite in ospedale che potrebbero creare stress ai neonati.

Recenti studi hanno dimostrato che i bambini nati prima del termine possono essere soggetti a malattie cardiovascolari o croniche in età adulta: questo è stato possibile grazie al monitoraggio costante dello sviluppo di bambini prematuri dalla fine degli anni Settanta a oggi

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