Mutilazioni genitali femminili. Il divieto del Sudan e la situazione nel mondofederica.dauria
Lun, 07/06/2020 – 08:31


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Federica DʹAuria

Il Sudan ha raggiunto senza dubbio un traguardo importante con l’approvazione della recente legge che vieta la mutilazione genitale femminile, una pratica considerata dall’ONU una grave violazione dei diritti delle donne, tanto da prevederne l’eliminazione nel quadro degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. Ma quanto è radicato, questo fenomeno, a livello globale? E in che modo si può concretamente agire per contrastarlo?

Ne abbiamo parlato con la professoressa Paola Degani, docente di politiche pubbliche e diritti umani all’università di Padova e membro del Centro di ateneo per i diritti umani “Antonio Papisca”.

“È senza dubbio un passo in avanti sul piano materiale e sostanziale, perché il Sudan è un paese enormemente investito da questo problema. Mettere al bando queste pratiche segna un impegno formale dello stato rispetto a questo tema”, commenta la professoressa.

SOCIETÀ

“Si calcola che nel mondo ci siano 200 milioni di donne e ragazze che vivano oggi con il corpo segnato da interventi modificativi ascrivibili a mutilazioni genitali femminili”, spiega la professoressa Degani.
“Il numero di persone che presentano simili mutilazioni varia molto, però, a seconda del paese e del range d’età. Se consideriamo, ad esempio, le donne in età compresa tra i 15 e i 50 anni, ci sono paesi come la Somalia, la Guinea, il Sierra Leone, l’Eritrea, l’Egitto o il Sudan in cui le percentuali sono comprese tra l’81-98%, descrivendo una dimensione in cui la mutilazione genitale femminile può essere definita come un fatto sociale totale. I dati sono diversi per quanto riguarda le ragazze in età compresa tra 0 e 14 anni. In tal caso, possiamo notare che le percentuali si stanno abbassando, e sono comprese tendenzialmente tra il 30 e il 40%.

Non dobbiamo pensare, comunque, che la mutilazione genitale femminile riguardi solo il continente africano, perché drammaticamente è una pratica presente anche in altri paesi come l’Indonesia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e la Malesia.

Si può considerare che, qualora vengano mantenuti i livelli correnti, per il 2030 ci sarà un aumento di circa 4 milioni e mezzo di ragazze che ogni anno rischiano di subire mutilazioni genitali. Si tratta di un fenomeno che però è in continuo mutamento. Il Burkina Faso, ad esempio, era un paese in cui, negli anni Ottanta, le donne infibulate erano quasi l’80%, mentre già dal 2010 questo numero si è notevolmente abbassato”.

Le leggi emanate dagli stati, quindi, hanno effettivamente concorso a determinare il ridimensionamento in termini numerici di questa pratica?

“In tantissimi paesi africani, oggi, ci sono delle leggi che criminalizzano le mutilazioni genitali femminili e sono anche, generalmente, molto severe”, conferma la professoressa Degani. “Il problema, però, è che l’efficacia della norma repressiva, laddove la norma stessa non sia accompagnata e sostenuta dal riconoscimento sociale, non risponde alle aspettative, perché sostanzialmente la popolazione riconosce altri codici regolativi, legati al significato simbolico e materiale attribuito alla mutilazione genitale.
Questo succede perché stiamo parlando di paesi dove, di fianco al diritto scritto dello stato, esistono delle norme consuetudinarie che hanno una cogenza reale estremamente più ampia, essendo sostanzialmente quelle riconosciute dalla comunità”.

“In larghissima misura, questi interventi vengono effettuati prima della pubertà, quindi in un’età che intercorre tra la prima settimana di vita e gli 8-10 anni. Tuttavia, a seconda del contesto territoriale, l’operazione viene eseguita in un certo momento della vita della donna. In alcuni paesi, infatti, ciò avviene in un’età adolescenziale, intorno ai 14 anni.
In questo momento storico, si registra un generale abbassamento dell’età media, un fenomeno ascrivibile al fatto che più bassa è l’età in cui si subisce l’intervento, minore è la capacità di “resistere” all’obbligo di sottoporvisi. Inoltre, di fronte alla criminalizzazione di queste pratiche, in molti paesi si assiste parallelamente al fenomeno della loro ospedalizzazione.

Data la pericolosità di questi interventi, infatti, di questi tempi essi vengono eseguiti in strutture pseudo-sanitarie, appannaggio di donne che esprimono questo sapere tradizionale assolvendo a delle funzioni similari a quelle che noi possiamo riconoscere al lavoro tradizionale delle ostetriche nei paesi occidentali. Questi contesti sono quindi più ovattati dal punto di vista dell’aggressività e del dolore fisico, perché le modalità con cui vengono tradizionalmente effettuati sono tremende e molto spesso causano la morte per emorragia, per shock anafilattico o per le infezioni che intervengono nei giorni immediatamente successivi all’operazione”.

Per quanto riguarda le ripercussioni sulla salute, la professoressa Degani spiega che “esistono diverse tipologie di pratiche, le quali hanno un diverso grado di incisività a seconda che investano solo la clitoride, oppure anche le piccole labbra. Ma la forma più estrema è quella dell’infibulazione: un intervento di un’invasività devastante in cui il genitale esterno viene completamente chiuso, le grandi labbra cucite, e viene lasciato uno spazio solo per il deflusso del sangue mestruale e per urinare, funzioni fisiologiche che risultano comunque compresse dal livello della chiusura. Si tratta di operazioni che possono avere delle conseguenze devastanti e che mettono seriamente a repentaglio la vita di chi vi si sottopone, specialmente per quanto riguarda l’infibulazione”.

Le mutilazioni genitali femminili hanno poi un significato culturale, sociale, ma soprattutto economico.

“Questo intervento, a seconda di come viene effettuato, può accentuare il valore della donna nel mercato matrimoniale”, chiarisce la professoressa Degani.
“Il cosiddetto prezzo della sposa può rappresentare, in alcuni contesti, la transazione più importante per la famiglia dello sposo. Questo prezzo varia in relazione a vari fattori, tra cui il tipo di mutilazione e a quanto, in quel contesto, essa sia considerata un valore non solo dal punto di vista della verginità e della purezza, ma anche un fattore di abbellimento estetico del corpo della donna e di potenziale maggior capacità riproduttiva: una vera assurdità, dal momento che l’infibulazione aumenta terribilmente il numero di donne che muoiono di parto oppure nel periodo immediatamente successivo.
Una donna infibulata, infatti, non è in grado di partorire nelle condizioni in cui si trova. È infatti necessario deinfibularla prima del parto e sottoporla a reinfibulazione dopo. Per cui, l’aggressività di questa pratica non si esaurisce con l’intervento in sé, ma richiede di essere ripetuta nel tempo, con delle ripercussioni gravi sulla salute riproduttiva e sull’apparato urinario”.

La mutilazione genitale femminile è una grave violazione dei diritti umani delle donne, perché pregiudica in maniera importantissima non solo il diritto alla salute, all’integrità fisica, a non subire torture e trattamenti inumani, crudeli e degradanti, e al godimento dei diritti riproduttivi, che prevede una gestione del proprio corpo autodeterminata dal punto di vista della capacità sessuale e riproduttiva, ma anche perché si fonda, sostanzialmente, sul meccanismo della discriminazione nei confronti delle donne”, chiarisce la professoressa Degani.
“È un sistema che deriva e riproduce le disuguaglianze a carico delle donne. Ed è paradossale, in questa situazione, scoprire che in alcuni contesti africani, sono quasi più favorevoli a questa pratica le donne degli uomini. Questo perché, in realtà, la possibilità di accedere a strumenti critici dal punto di vista culturale, e anche a un confronto con diversi stili di vita, è più maschile che femminile, essendo solitamente legata all’esperienza migratoria.
Sono quindi gli uomini, molto spesso, i soggetti che più di altri possono in qualche modo veicolare un cambiamento (come, peraltro, impedirlo), tramite l’adozione di un approccio critico e la resistenza alla reiterazione di queste condotte.

Per far venir meno le condizioni strutturali che determinano questi fenomeni sociali è indispensabile quindi lavorare dal basso, coinvolgendo tutti i membri della comunità di riferimento e relazionandosi con loro in una dimensione interlocutoria alla pari, per far capire loro la non necessità di questo trattamento, che in realtà nega quello che la sua narrazione propone.

Sono pratiche che si tramandano da millenni, e sono consuetudinarie proprio perché sono l’esito, il prodotto, e l’evoluzione di comportamenti che si riproducono sulla base di una struttura familiare e di una divisione dei ruoli degli uomini e delle donne orientata in un certo modo. In alcune società, dove la donna fuori dal matrimonio non vale nulla e non ha capacità di sostentarsi, è evidente che istituti come il prezzo della sposa trovano ancora una ragione di essere all’interno di questa dialettica. Tutto questo si ancora alla povertà, alla disuguaglianze, a processi di penetrazione della globalizzazione completamente privi di ogni tipo di attenzione nei confronti della promozione della protezione dei diritti umani.
Per cui, si può intervenire sul sistema della mutilazione lavorando sul sistema delle disuguaglianze tra uomini e donne.

Questa pratica è ancorata sostanzialmente all’incapacità delle donne di poter autodeterminare la loro esistenza, a partire dal proprio corpo che, in quanto corpo riproduttivo è, in tutte le società, oggetto di regolazione e di negoziazione.
Questo, tra l’altro, è anche dimostrato dal fatto che, in concomitanza con il lockdown, alcuni paesi stiano cercando di incoraggiare progetti politici tesi a togliere alle donne il diritto a interrompere la gravidanza. Si tratta di meccanismi che intervengono sulla capacità di autodeterminazione della donna del proprio corpo: è su questo che si basa la discriminazione, e da cui deriva la violenza”.

Come viene affrontato questo discorso, oggi, in quei paesi occidentali che, anche se formalmente non sono direttamente coinvolti nelle mutilazioni, si trovano ad averci a che fare a seguito dei processi migratori?

L’Italia è uno di questi paesi”, commenta la professoressa Degani. “Avendo accolto comunità provenienti da territori dell’Africa subsahariana e del corno d’Africa, da anni si misura con il tema delle mutilazioni genitali femminili. Ha predisposto infatti un articolo del codice penale ad hoc, il 583 bis.
Il problema più grande, anche da un punto di vista di prospettiva dei diritti umani, è quello di lavorare affinché le bambine che nascono e vivono in paesi come il nostro non conoscano situazioni di questo tipo, che generalmente vengono poste in essere laddove la famiglia abbia l’occasione di tornare nel paese d’origine (per esempio per le vacanze estive) o laddove ci siano soggetti della propria comunità di appartenenza che si prestano a eseguire questi interventi.

È molto difficile fare delle stime riguardo alla diffusione delle mutilazioni nei paesi di arrivo dei migranti. In Italia, il rischio statisticamente letto è importante ma le mutilazioni effettivamente realizzate sembrano investire un numero esiguo di persone.

Ci sono poi delle conseguenze psicologiche nel caso in cui una donna che ha subito un intervento simile si ritrovi catapultata in una situazione come quella dei paesi occidentali”, spiega la professoressa Degani. “ciò comporta una una dimensione di affermazione della diversità fisica rispetto alle altre donne che, ovviamente, non favorisce né l’accesso alle strutture sanitarie, né il confronto con persone che non sono state sottoposte a questo tipo di pratica. Quindi, tutto sommato, è un elemento così tanto marcante sulla propria identità, da diventare un fattore che incide anche sui processi di integrazione.

La mutilazione genitale femminile, da poco vietata in Sudan, è una grave violazione dei diritti umani delle donne. L’intervista alla professoressa Paola Degani

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