Musica, emozioni e ricordi: dalle vecchie canzoni finlandesi alla nuove sonoritàfrancesca.boccaletto
Ven, 06/11/2021 – 08:39


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Francesca Boccaletto

La musica suscita emozioni e rievoca ricordi, anche lontani nel tempo: uno studio recentemente pubblicato su Plos One esplora il rapporto tra le canzoni e la memoria autobiografica in un gruppo di anziani (finlandesi over 60), attraversando i territori delle emozioni. L’obiettivo è quello di esplorare la relazione tra le emozioni e i ricordi evocati dalla musica stessa, cercando di capire come le caratteristiche delle canzoni possano prevederli entrambi. Un commento allo studio e un’interessante e più ampia riflessione sul rapporto, in costante evoluzione, tra musica, emozioni e ricordi sono qui affidati a Massimo Grassi, docente di Psicologia Generale e Psicologia della musica presso il dipartimento di Psicologia Generale all’Università di Padova, con una attività di ricerca su percezione uditiva e cognizione musicale.

“Questo studio esplora il rapporto tra emozione e musica: del resto, se non suscitasse emozioni difficilmente ne ascolteremmo così tanta. In particolare, qui, ci si concentra su due aspetti: i ricordi autobiografici e l’emozione che può suscitare un certo brano musicale. Gli autori finlandesi hanno selezionato un gruppo di over 60 a cui hanno fatto ascoltare 140 canzoni dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, chiedendo loro che tipo di emozione suscitassero quelle canzoni e se suscitassero qualche ricordo personale “.

SCIENZA E RICERCA

Montaggio: Elisa Speronello

Cosa è emerso? “Hanno scoperto che tanto più un brano suscita un ricordo personale tanto più viene valutato in maniera emotiva e quindi quel brano piace di più, scuote le emozioni. E viceversa, quanto più quel brano scuote l’emozione, tanto più è legato alla storia personale della persona. In pratica, si tratta di una relazione simmetrica, che vale in entrambe le direzioni. Hanno poi analizzato queste musiche per capire se, dentro, ci fosse qualcosa capace di spiegare questa relazione e hanno scoperto che esistono caratteristiche acustiche che si relazionano sia con la memoria che con la risposta emotiva. Qui è necessario fare una distinzione: il risultato che mette in luce la relazione tra memoria autobiografica e contenuto emotivo è un risultato forte e chiaro, che lascia spazio a pochi dubbi. Invece, il risultato che mette in evidenza la relazione tra le caratteristiche acustiche e quelle emotive e di memoria sembra più debole, una prova poco schiacciante. Gli autori individuano questi descrittori acustici ma pongono dei limiti: i partecipanti sono infatti anziani e la musica presa in considerazione è datata. I ricercatori stessi, dunque, si mostrano scettici, si chiedono se questa relazione possa essere estesa a qualunque tipo di musica, magari più recente, e a qualsiasi ascoltatore, magari più giovane”.

Il tipo di musica che si ascoltava negli anni Cinquanta e Sessanta era abbastanza omogeneo – precisa Grassi – Non conoscendo la musica finlandese, proviamo a considerare le canzoni italiane di quegli anni: melodiche e con una gamma di strumenti e sonorità abbastanza limitata. Ma prendiamo la musica di oggi, ascoltata per esempio dai miei figli: ci sono suoni che un tempo non si ascoltavano e neppure esistevano e la gamma di musiche ascoltabili è ampissima, possiamo passare da un pezzo rap in cui la melodia è pressoché assente, fino alle classiche canzoni pop. Ma nel mezzo abbiamo una ricchezza di generi musicali che un tempo certamente non esisteva. Ecco, mi domando se la coerenza di risultati ottenuti dai ricercatori finlandesi non sia influenzata dal fatto che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la varietà di musica ascoltata fosse poca”. Era più facile, dunque, “ritrovarsi” nelle stesse canzoni e legare i ricordi alle stesse melodie. Quali risultati si potrebbero ottenere prendendo in considerazione la musica (tanta e varia) che ascoltano i giovani oggi?


Come persiste la musica nella memoria? Un approfondimento

Ad approfondire la questione relativa alle caratteristiche specifiche del componimento musicale è Federico Gon, compositore e docente di Storia della musica moderna all’Università di Padova. “Lo studio illustra i risultati di un esperimento che ha avuto come focus un aspetto fondamentale di qualsiasi approccio all’ascolto musicale, che si può riassumere nella fatidica domanda: come persiste, nella memoria, la musica? Potrebbe sembrare quesito assolutamente secondario, ma non lo è: i suoni infatti – e quella particolare organizzazione dei medesimi secondo regole, tecniche e pratiche storicizzate che chiamiamo musica – non possono avvalersi di immagini reali alle quali ancorarsi, come avviene per esempio per i fonemi che compongono le parole. Senza tirare in ballo semiotica e linguistica, e le decine di teorie della comunicazione e della relazione oggetto-segno-suono, il linguaggio verbale parte da un oggetto del reale, poniamo una mela, la quale permane come oggetto nella mente di ognuno e viene etichettata dai fonemi m-e-l-a”.

Con la musica come funziona? “L’unisono di celli e bassi che apre l’Incompiuta di Schubert, che immagine proietta nella mente dell’ascoltatore? E come viene evocata dalla memoria ecoica – quella pertinente al materiale sonoro – se non può avere un riscontro col reale? Sarebbe bello poter interpellare sull’argomento tanto Platone quanto Aristotele, ne vedremmo delle belle. Non potendo, schiere di studiosi si sono già cimentati nel compito – davvero ingrato, lasciatemelo dire – di spiegare il meccanismo per il quale un’immagine sonora non solo persiste nella memoria, ma evoca a distanza di tempo emozioni correlate a particolari situazioni pertinenti alla sfera personale di ognuno. Come a dire: bando al pathos, bando alla ricezione estetica pura, bando alla sensazione fine a se stessa, adesso vi spiego io scientificamente perché la Danza Slava n. 5 di Dvorak vi ricorda tanto… e qui ognuno può mettere il proprio ricordo in merito. Aldilà della provocazione – da compositore, permettetemi di voler difendere l’estemporaneità dell’ascolto musicale da un arido positivismo che potrebbe smontarne l’assoluta pregnanza e bellezza – c’è un fondo assoluto di verità, che studiosi che si sono occupati per esempio del riascolto, su tutti, il grande musicologo americano Leonard B. Meyer, hanno già messo in luce, e che i compositori di un tempo conoscevano molto bene grazie al loro innato istinto musicale.

Un caso banale ma significativo: provate ad assistere per la prima volta al Don Giovanni mozartiano. Che cosa sentite inizialmente? La magnifica Overture, con quella prima parte tragica che vi coglie impreparati, pensando di assistere a un’opera buffa. Poi vi vedete l’opera e, alla fine, ecco il miracolo: la musica drammatica sentita nell’Overture è la medesima che veste il momento più tremendo dell’opera, l’apparizione del Commendatore che, tornato dal regno dei morti, chiede vendetta al suo carnefice, Don Giovanni appunto. Tuttavia, il cerchio si chiuderà solamente quando voi riascolterete per la seconda volta Don Giovanni: già dalle prime battute dell’Overture, quella musica che la volta prima vi aveva sorpreso e non riuscivate a correlare con nulla, verrà associata alla tragica fine del seduttore sivigliano. Mozart aveva cognizioni di neuroscienze? No. Era un compositore che sapeva benissimo come funziona il rapporto tra ascolto e memoria, ecco tutto. Questo esempio tra i milioni che si potrebbero fare – sarebbe interessante indagare il meccanismo cognitivo che consente di fissare nella memoria il due temi della forma sonata alfine di poterne percepire anche lo sviluppo e tutte le mutazioni, oppure come si addentella un soggetto di fuga nella memoria ecoica e come vengono percepite le nuove entrate – illustra, in modo empirico, quello che lo studio espone basandosi su dati scientifici, giacché fisiologici sono i meccanismi cognitivi alla base della ricezione dei suoni da parte del cervello. Ovvero che la musica è un medium straordinario tra realtà fisica e immagine mentale, tra hic et nunc e memoria, tra oggettivo e soggettivo, tra ragione e istinto”.

E Gon conclude: “Musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi (La musica è l’esercizio matematico nascosto di una mente che calcola inconsciamente) diceva Leibniz: Mozart (per tacere di Bach) e gli studi dell’ormai avanzatissimo nuovo millennio sembrano essere d’accordo col filosofo di Lipsia”.

Uno studio pubblicato su Plos One esplora il rapporto tra musica, emozioni e memoria autobiografica in un gruppo di over 60. I commenti di Massimo Grassi, docente di Psicologia della musica, e di Federico Gon, docente di Storia della musica moderna dell’università di Padova

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