Migrazioni dagli Stati del pianeta Terramattia
Lun, 01/21/2019 – 09:47


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Valerio Calzolaio

“Prepariamoci a migrare, a emigrare dalla Terra… Nuovi studi ci lasciano ancora oltre 5 miliardi di anni prima che l’agonia del Sole lo farà esplodere, ritrarre ed espandere verso l’orbita della Terra, fino a collassare e diventare una stella nana, non emettere più alcuna energia, una bolla di gas inerte. Per allora o saremo riusciti ad agganciarci ad altre forze di gravità o saremo stati capaci di emergere verso sistemi più ospitali… Oppure saremo migrati prima o saremo estinti prima. Lo scopriremo solo vivendo”. Questo era l’incipit di un libro sulle migrazioni forzate di ieri, di oggi e ovviamente di domani, scritto poco più di otto anni fa. Voleva essere ironico: ci restano cinque miliardi di anni per estinguerci, come specie e come biodiversità terrestre, oppure emigrare forzatamente, trovare altri pianeti ospitali, uno o più, dipende da quanti saremo eventualmente allora noi sapiens

Erano spunti ottimistici, non solo ironici. Dovremo fare prima, pare. Sia per quel che avviene fuori, sia soprattutto per quel che sta accadendo dentro i confini del pianeta. Come noto, immense turbolenze dominano il cosmo, non tutto ben conosciamo e sperimentiamo, possiamo farvi poco. Qualche turbolenza sconvolge pure i nostri suoli e i nostri mari, lo spazio che condividiamo con altre specie e dove siamo divenuti specie predominante, invadente, distruttiva. Uomini e donne della specie umana sono arrivati in ogni angolo del pianeta, per necessità o per scelta. Lo abbiamo esplorato tutto, in pratica e in teoria. Il nostro sguardo verso quanto c’è e accade nel cosmo non è, dunque, univoco. Vorremmo esplorarlo pur restando tutti qui. Ma studiamo anche se può esserci vita altrove, sia come potenziale pericolo per la nostra, sia come potenzialità di ulteriore colonizzazione ed espansione della nostra. Forse può essere utile offrire qualche spunto di tematizzazione delle possibili migrazioni interplanetarie e interstellari. 

SOCIETÀ

Per intanto, già nel 1967 nel Trattato sullo spazio extra-atmosferico è sancito che luna e altri corpi celesti non sono soggetti ad appropriazione da parte di Stati o privati, risultano “prerogativa dell’intero genere umano”. Dunque, eventualmente non emigreremo dagli Stati del pianeta Terra immigrando in territori appartenenti a singole nazionali comunità umane. Non è come ai tempi del’unidirezionale ius migrandi, non si ha il diritto di occupare e di appropriarsi di qualsiasi mare e terra. Il nostro genere (o meglio l’unica specie rimasta del nostro genere) umano considera a pubblica potenziale disposizione di tutti (non di privati o Stati) la materia extraterrestre, chiunque ci arrivi prima. Ecco il primo aspetto: llibertà di migrare.Sul piano del diritto internazionale, tutti noi abbiamo il diritto di restare sulla Terra e la libertà di emigrare dalla Terra, se immigriamo altrove non acquisiamo il diritto di considerare l’altrove nostra residenza esclusiva e di costruire un confine che blocchi altri umani. Ovviamente in linea di principio: sono i singoli Stati o loro apparati elitari a finanziare la ricerca scientifica e la concreta capacità di migrare, di arrivare nello spazio e, nel  caso, di “atterrare” altrove. 

Emerge qui il secondo cruciale aspetto della questione, anche per i terreni flussi migratori contemporanei: la capacità di migrare. Per poter cambiare luogo di residenza, ecosistema, pianeta bisogna innanzitutto averne la capacità. O dotarsene, nel corso dell’evoluzione. Valeva nel passato, vale anche oggi, pur con tecniche e tecnologie ipotizzabili nel futuro. Acquisire la prospettiva di andarsene dal luogo di vita attuale non comporta né di saperlo fare né di poterlo eseguire, anche solo se il desiderio dipende da curiosità, esplorazione, turismo, ancor più se l’obiettivo considera il trasferimento residenziale o se la previsione è della necessità di una fuga. E la fuga può addirittura dover essere repentina, incerta nelle modalità e negli esiti. La capacità, inoltre, si configura molto diversamente se la migrazione sarà individuale, oppure di un collettivo e addirittura di una generalità di individui. L’idea di emigrare dal pianeta si limita per ora a configurarne l’eventuale effettiva capacità per un qualche singolo umano. Tralasciamo qui il caso dei costosi giri turistici privati nello spazio, un lungo sguardo dall’alto, il ritorno quasi immediato. Vediamo a che punto si è rispetto al rendere individui della nostra specie capaci di risiedere un po’ di tempo su altri pianeti o stelle. 

Terso aspetto: verifichiamo bene strumenti disponibili e destinazioni plausibili. Circa gli strumenti, millenni o secoli dopo la navigazione fluviale e marina, l’uso di ruote o di assistenze animali al suolo, il volo aereo, da decenni le navicelle spaziali garantiscono di superare l’atmosfera terrestre. Fin dove possono arrivare con umani a bordo? Sono realizzabili viaggi interstellari nell’arco vitale di una persona? Vi fu una riflessione scientifica interdisciplinare già nella famosa conferenza di Los Alamos del maggio 1983, Interstellar Migration and the Human ExperienceDa qualche tempo si studia e sperimenta molto la capacità di realizzare la spinta indispensabile all’intero viaggio e di fermarsi a destinazione, un problema più grande delle stesse (siderali) distanze: la Nasa sta finanziando modelli di motore Mega (Mach effect gravity assist) in grado di consentire a un veicolo ultraleggero di raggiungere la stella più vicina (Proxima Centauri, a 4,2 anni luce) senza un vero e proprio carburante, usando le condizioni fisiche dell’universo (fluttuazione e masse). Anche se potessimo arrivare tanto e ancor più lontano, poi lì le specie terrestri e i sapiens potrebbero sopravvivere? Una risposta positiva resta molto incerta. Negli anni settanta si parlava, perciò, non di colonizzare luoghi per tanti ma di risiedere alcuni nello spazio attraverso mirabili astronavi-arca (ipotizzate dalla fantascienza già negli anni trenta). Poi ricerche e sperimentazioni si sono diffuse: oggi varie missioni spaziali stanno cercando dove si possa migrare e risiedere intanto nel sistema solare: Marte, Titano, Encelado (luna di Saturno), Europa (luna di Giove). Valutano se la vita possa colonizzare aree vulcaniche, testano come garantire un’atmosfera respirabile e ossigeno ai singoli (le maschere) o come ripararsi da climi glaciali, riflettono sulle distanze per la durata del viaggio (con carburanti più tradizionali). 

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L’aspetto decisivo riguarda il grado di libertà dell’eventuale emigrazione, pure nel caso sia lontanissimo avanti nel tempo: quanto sarà forzata per qualcuno o per tutti, quanti potranno o dovranno partire, quali priorità e gerarchie motiveranno le scelte. Fu il grande fisico e cosmologo britannico Hawking a spiegare al quotidiano spagnolo ABC: “La sopravvivenza della razza umana dipende dalla sua capacità di trovare nuovi luoghi abitativi nell’universo, altrimenti il rischio della sovrappopolazione distruggerà la terra”. “Razza umana” era una devota citazione di Einstein che così rispose al questionario, immigrando negli Stati Uniti, ironicamente scientificamente. Il ragionamento era relativo alla convinzione che eravamo (siamo e saremo) troppi umani per garantire risorse a tutti e equilibri all’ecosistema planetario. In realtà, gli scienziati di varie discipline molto discutono da decenni se e da quanto la terraferma sia davvero sovrappopolata di sapiens. Forse un pianeta diversamente “gestito” potrebbe sostenere e mantenere anche più abitanti. Come sempre, la popolazione animale di un ecosistema va messa in rapporto con quella vegetale, con relazioni ed equilibri fra specie, con l’insieme di fattori biotici e abiotici a disposizione. Altre volte gli umani hanno migrato in gruppo da un ecosistema proprio perché non reggeva più il carico umano. E oggi certo l’impronta antropica è allarmante, ha raggiunto qualche confine planetario, un limite di sostenibilità per la finita Terra. Forse non sarà la sovrappopolazione a renderla invivibile. L’emergenza più grave è quella del riscaldamento globale, in una-certa misura ormai irreversibile. Non è la sola a mettere a repentaglio la resilienza dei singoli ecosistemi. Esistono altre emergenze planetarie (democratica, sociale, nucleare, criminale) e altri confini biologici a rischio. 

La migrazione dal mondo (l’attuale pianeta Terra) non è la principale delle alternative prese in considerazione negli ultimi decenni da ecologi, antropologi, filosofi: sono proliferati discorsi, oltre che annunci, sulla “fine del mondo”; un mondo ancora (finalmente per qualche specie!) senza umani (come accadde oltre sei milioni di anni fa); un mondo senza più fattori biotici (come accadde oltre quattro miliardi di anni fa), tutti estinti dagli umani (senza che qualcuno di noi riesca a migrare e, nemmeno, a raccontarlo); un altro mondo ricreato popolato da un altro popolo o da altri popoli umani; almeno mezzo mondo, Half Earth, da lasciare ai fattori biotici non umani “liberi” di evolvere come “credono” nel 50 per cento degli habitat. La vita è interconnessa, quella umana non separabile dalla biodiversità. Così l’aspetto finale della questione affrontata suggerisce di tornare al pensiero ironico: in realtà, davvero, chi colonizza chi? Abbiamo noi domesticato piante e animali o sono stati alcuni di loro a domesticare noi per diffondersi ovunque? O aveva addirittura ragione già oltre cinquant’anni fa Lynn Margulische (con la teoria endosimbiotica) alludeva al fatto che fossero i batteri a domesticare tutte le altre specie (più complesse) per diventare onnipresenti e onnipotenti nel pianeta e, perché no, nel cosmo?

“Prepariamoci a emigrare dalla Terra, nuovi studi ci lasciano ancora oltre 5 miliardi di anni prima che l’agonia del Sole lo farà esplodere…” Iniziava così un libro sulle migrazioni forzate di ieri, di oggi e di domani. Spunti ottimistici e ironici: probabilmente avremo meno tempo a disposizione. Ma qual è la situazione riguardo le possibili migrazioni interplanetarie e interstellari?
Un tramonto su Marte

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Un tramonto su Marte catturato dal rover Spirit della Nasa. Foto: NASA/JPL/Texas A&M/Cornell
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