Maradona, la gloria e il tifoanna.cortelazzo
Mar, 12/15/2020 – 08:53


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Anna Cortelazzo

“Era il più grande di tutti i tempi” dicono gli estimatori. “Tu non puoi capire, dovevi esserci mentre giocava” rispondono a tutti quelli che fanno notare che Maradona, oltre ad essere un calciatore tecnicamente sublime, era anche una persona che con noncuranza dribblava le leggi come gli avversari.
La discussione è dicotomica: o un eroe o un malfattore, questo era Maradona, a seconda dei punti di vista. Il dibattito è polarizzato, anche perché è morto in un momento in cui è molto difficile discutere, se non dietro a uno schermo del computer (il che rende polarizzato anche il dibattito sulla ricetta della carbonara, quindi non stupiamoci). A questo punto può valere la pena rinunciare e rassegnarsi al fatto che ognuno si terrà la sua sacrosanta idea, nell’uno o nell’altro senso.

Certo, è un po’ triste pensare che quando muore Paolo Rossi i ladri gli svaligiano la casa durante il funerale, mentre se muore Maradona frotte di tifosi scendono in strada senza rispettare le norme anti-covid. Del resto, se Diego non rispettava la legge, perché dovrebbero farlo i tifosi?
E il punto è proprio questo: perché Diego Armando Maradona è diventato una sorta di semidio per le masse? Per la sua straordinaria bravura, certo. Ma può bastare? E come mai altri grandi non hanno avutto la stessa fortuna? Lo abbiamo chiesto ad Anna Oliverio Ferraris, professoressa emerita di psicologia dello sviluppo alla Sapienza.

“Bisogna partire da lontano – spiega Oliverio Ferraris – e cioè da peculiarità proprie del meccanismo del tifo, da sempre presenti ma sempre più pressanti. Chiariamo: il tifo c’è sempre stato, ma non era vissuto in maniera così esasperata. Prima le partite si potevano vedere soltanto allo stadio, o al limite si ascoltavano alla radio, mentre ora la televisione amplifica non solo l’attenzione all’immagine, ma anche l’emozione. Ed ecco che molti giocatori, quando segnano, esultano con un dito che indica il cielo, come se quel gol fosse stato ispirato da Dio. Non so se il primo è stato Maradona, ma tutti ricordano la celebre “mano di Dio”, il gol irregolare ma convalidato contro l’Inghilterra al Mondiale ’86: più o meno inconsciamente, il giocatore aveva così indicato il suo rapporto preferenziale con la divinità.
E poi, certo, vanno considerate tutte le dinamiche della psicologia del gruppo: al campo sportivo ci si lascia trascinare, le emozioni danno una grande carica e fanno vivere un momento di esaltazione a chi le prova, senza contare il senso di appartenenza che si prova quando si fa parte di una tifoseria; molte persone ne hanno bisogno, li fa sentire al sicuro”.

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Era un giocoliere del pallone, ma ogni tifoso poteva identificarsi in lui

Anna Oliverio Ferraris

Ma perché proprio Maradona? Che domande, perché era il migliore, diranno tutti i tifosi, soprattutto quelli scesi in piazza a Napoli in piena pandemia. Ma cosa si intende per migliore? Quello che ha segnato più di tutti? Assolutamente no, nella classifica stilata da Wikipedia non compare neanche nei primi 30 posti. Quello che ha emozionato di più? Forse, ma l’emozione è la cosa più soggettiva che ci sia, e non è misurabile. Il più bravo a livello tecnico? Lo sostengono in molti, ma anche qui non esiste una misura di riferimento.
“Secondo me – continua Oliverio Ferraris – dobbiamo partire dalla sua fisicità: era piccolo, non aveva un fisico atletico, ma correva come un dannato, era un giocoliere del pallone. Ogni tifoso poteva identificarsi in lui e illudersi di poter diventare una forza della natura”.
Un po’ la storia di Davide e Golia, insomma. Ci sono altri artisti del calcio, ma magari sono più alti, e quando dribblano non fanno lo stesso effetto. O magari sono meno alti, ma rispondono ai canoni di bellezza più in voga e questo, automaticamente, fa sì che li percepiamo più distanti da noi, che magari non riusciamo ad andare in palestra quattro volte a settimana e mantenerci in forma come vorremmo. Maradona, paradossalmente, era più alla nostra portata.

In quest’ottica anche i suoi trascorsi con la giustizia assumono un altro aspetto: “Alcuni tifosi non ci pensano proprio – prosegue Oliverio Ferraris – perché per loro conta solo la partita, vivono aspettandola, e tutto il resto perde importanza. Per altri, invece, l’identificazione con Maradona viene addirittura rafforzata dai problemi con la legge: Maradona faceva cose che molti tra i suoi tifosi vorrebbero fare, o che fanno davvero, sperando di rimanere impuniti come lui. Così Maradona non viene semplicemente scusato, ma trattato come una sorta di divinità: molti in Sudamerica non credono che sia morto, si è sviluppato un culto attorno alla sua persona, fanno già addirittura delle messe, che non sono in suo onore, ma lo trattano come una sorta di divinità. Francamente non mi stupirei se venisse fatto santo”.

Con buona pace dei Lionel Messi e di tutta la stirpe dei bassini tecnicamente eccelsi che non potranno vantare il loro posto nel firmamento delle divinità, perché troppo “regolari” e noiosetti, al netto della tecnica indiscussa.

Il dibattito è polarizzato: per alcuni Maradona è un eroe, per altri un tizio che con noncuranza dribblava le leggi come gli avversari. Ma come è nato il suo mito? Lo abbiamo chiesto ad Anna Oliverio Ferraris, professoressa emerita di psicologia dello sviluppo alla Sapienza



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