Magistratura, le questioni aperte oltre gli scandalimattia
Mar, 06/11/2019 – 09:32


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Daniele Mont D’Arpizio

La magistratura italiana sta fronteggiando quello che è forse il suo più grande scandalo degli ultimi anni: le intercettazioni a cui è stato sottoposto Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e membro del Consiglio Superiore della Magistratura, sembrano infatti aver svelato un sistema di autogoverno opaco, in cui gli incarichi più importanti sono decisi sulla base di cordate e accordi sottobanco dai contenuti a volte incoffessabili. Una situazione ancora non chiarita ma che rischia di minare la fiducia degli italiani in uno dei poteri dello Stato. “La logica spartitoria che vediamo in atto è una degenerazione della politica – è il commento di Roberto Kostoris, ordinario di Diritto processuale penale e direttore della Scuola di Dottorato in Giurisprudenza presso l’università di Padova – che, intesa in senso nobile, invece dovrebbe essere espressione di ideali”.

Professore, ci spiega costa sta accadendo al Csm?

“Siamo ovviamente condizionati dalle scarse informazioni che riceviamo dai giornali, il segreto investigativo ci impedisce di avere quadro completo. Tralasciando quindi le responsabilità specifiche, su cui non possiamo pronunciarci, è bene invece risalire ai fondamenti e ricordare quali sono le caratteristiche del Consiglio Superiore della Magistratura, che è un organo previsto dalla nostra Costituzione. Esso nasce dall’esigenza di garantire l’indipendenza dell’ordine giudiziario dagli altri poteri dello Stato: quello legislativo e soprattutto quello esecutivo. Sennonché questa indipendenza non significa indipendenza dalla politica, dato che politiche sono anche le correnti all’interno della magistratura, e queste correnti hanno un peso forte nell’elezione dei membri togati del CSM. Tutto questo probabilmente non era stato previsto quando si è varata la Costituzione”. 

Non trova però che tutto questo sia normale, dato che il CSM è un organo in parte elettivo e quindi deve raccogliere e organizzare una forma di consenso?

“Bisogna sempre pensare al momento e alle ragioni per cui la Costituzione è nata: ovvero per rafforzare e individuare nuove forme di tutela, che impedissero situazioni simili a quelle che si erano verificate ai tempi del regime fascista. I costituenti si preoccuparono di garantire l’indipendenza dei magistrati dal governo; poi forse hanno peccato di ingenuità, creando un organismo le cui possibili degenerazioni sono oggi sotto i nostri occhi. Lei ha ragione: ogni meccanismo basato su elezioni presuppone che sia eletto chi raccoglie il consenso dei suoi  elettori; l’alternativa è il sorteggio, che però, oltre  a premiare la casualità,  e magari la ‘non idoneità’ del sorteggiato a ricoprire quella funzione,  quando è stato praticato, in altri contesti, non sempre ha portato a un complessivo miglioramento del prodotto finale: non c’è una regola  di esperienza che assicuri che  chi ‘per caso’ si trova investito di una funzione o di un potere sia portato ad abusarne meno di chi venga eletto. Il problema resta dunque quello della degenerazione nell’uso del potere, non quello di attribuire un potere ai componenti di un organo che è istituzionalmente chiamato a esercitarlo secondo Costituzione. In questo caso i fatti sono poi doppiamente gravi, perché parliamo di persone – i magistrati – che hanno una funzione delicatissima, da cui dipende la libertà dei cittadini, e che, inoltre, quando la politica latita, spesso vengono caricati di funzioni di supplenza per la realizzazione di obiettivi ‘politici’. Un aspetto simbolico importante su cui riflettere è inoltre dato dal fatto che il Csm è presieduto dal Presidente della Repubblica, il che vuol dire che i magistrati nella loro indipendenza dovrebbero sempre riflettere l’imparzialità della prima carica dello Stato”.

A proposito delle intercettazioni che sono circolate in questi giorni c’è chi, come l’ex magistrato Carlo Nordio, ha parlato di vera e propria nemesi storica: di una magistratura che oggi si trova travolta dagli stessi mezzi che ha usato in passato.

“Concordo. Ma non ne do un significato negativo. Vuol dire che in democrazia le stesse regole devono valere per tutti: nel momento in cui vengono individuati mezzi cosi intrusivi come l’utilizzo di intercettazioni o di trojan(un programma che trasforma il proprio smartphone in una vera ‘cimice’ che ascolta e intercetta tutto quello che accade nel raggio di qualche metro, ndr), è giusto che questi siano utilizzati nei confronti di chiunque e non solo contro qualcuno”.

L’utilizzo di trojan è legittimo?

“È un tema molto complesso e delicato: si tratta di un mezzo molto invasivo, anche perché può avere molti usi oltre all’ascolto (ad esempio può leggere e captare tutti i dati contenuti in uno smartphone, o un tablet, può riprendere come una macchina da presa ambienti, persone, cose). E la sua disciplina normativa è anche molto complessa. Bisognerebbe oltretutto conoscere con esattezza per quali reati il trojan è stato disposto, cosa che il segreto investigativo non consente. Certamente, in astratto, è una misura   che deve essere comunque autorizzata da un giudice, solo in situazioni eccezionali e come extrema ratio, non certo per spiare la gente in modo indiscriminato”. 

E in questo caso?

“Non è possibile esprimersi senza conoscere gli atti, qualsiasi risposta rischia di diventare di pancia.

Che riflessi hanno corruzione e malaffare sull’efficienza della giustizia?

“Se si assegna un certo posto a una persona solo perché ci si aspetta qualcosa da lei, e non per i suoi meriti, è ovvio che ciò non va nella direzione dell’efficienza, in questo come in qualsiasi altro settore. Peraltro l’efficienza della giustizia, per lo meno penale, dipende da tante cose e non solo dalle nomine dei capi degli uffici giudiziari da parte del Csm. Ci sono aspetti che non sono scritti nel codice e che provocano inefficienze incredibili. Ad esempio il nostro processo penale prevede una fase di indagini preliminari, poi l’udienza preliminare, che serve a verificare se l’accusa formulata dal pm ha fondamento o no, e, infine il dibattimento. Ognuna di queste fasi può durare mesi, se non anni.  E sono soprattutto i tempi morti che vanno dalla chiusura delle indagini all’udienza preliminare e dalla fine dell’udienza preliminare al dibattimento a pesare di più. Tanto che c’è da domandarsi se il gioco valga la candela e se – lo dico come provocazione – non sia piuttosto il caso di eliminare la fase dell’udienza preliminare e andare direttamente al processo. Perché poi i pm aspettano tempi così lunghi (anche qui parliamo di molti mesi) una volta finite le indagini solo per decidere se esercitare o meno l’azione penale? Non potrebbero essere più celeri nelle loro scelte? Si dice che le procure sono sotto organico: si spenda allora di più per il servizio giustizia e si assumano nuovi magistrati. Le riforme a costo zero non esistono mai: o meglio forse lo sono dal punto di vista dei quattrini, ma poi si traducono in costi sociali per i cittadini, in particolare per quelli coinvolti nel processo”.

Come evitare in futuro di assistere nuovamente fatti simili?

“Difficile dirlo, perché le migliori riforme gestite in modo obliquo e distorto provocano danni, mentre le peggiori legislazioni gestite con lungimiranza, consapevolezza, equilibrio e senso delle istituzioni possono nonostante le loro pecche produrre effetti positivi. Si potrebbero ipotizzare meccanismi di controllo, poi però si tornerebbe sempre al vecchio problema Quis custodiet ipsos custodes? Alla base credo sia in gioco una questione di costume: sarà forse utopico dirlo, ma credo che dobbiamo soprattutto recuperare tutti un’idea diversa delle istituzioni. Che sono una cosa seria, perché ci consentono di vivere in una relativa stabilità e tranquillità sociale: per questo è importante averne cura, preservarle, gestirle non per il proprio interesse ma per quello generale. L’alternativa è il far west”.

SOCIETÀ

La magistratura italiana sta fronteggiando quello che è forse il suo più grande scandalo degli ultimi anni. Le indagini sono ancora in corso, ma cerchiamo di fare chiarezza attraverso l’opinione di Roberto Kostoris, direttore della Scuola di dottorato in giurisprudenza dell’università di Padova

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