Un libro per comprendere la complessità dei sistemi urbanifrancesca.bastianon
Lun, 08/24/2020 – 15:39


Italian

Pasquale Palumbo

Ho iniziato a leggere l’ultimo libro di Sergio Bertuglia e Franco Vaio (da ora in poi B&V), per niente intimorito dalla sua mole, con la foga entusiastica dell’ammiratore che, avendo molto apprezzato i due lavori precedenti degli autori, Non linearità, caos, complessità e Complessità e Modelli, aveva atteso il compimento della trilogia con crescente curiosità e grande interesse.

Giunto pero più o meno ad un terzo del volume, piuttosto in crisi, mi sono chiesto se mi fosse chiaro dove i due autori mi stavano conducendo e se non esistesse un percorso da seguire le cui tracce dovevo ancora scoprire. Quale poteva essere per me che non sono un urbanista la migliore chiave di lettura? Ho trovato la risposta rifacendomi alla teoria dei controlli ed ho collegato alla città e al fenomeno urbano gli attributi salienti che definiscono il problema del controllo di un sistema dinamico: I’osservabilità e la raggiungibilità.

In questo schema la città è assimilabile ad un sistema dinamico di cui desideriamo individuare lo stato per poterne poi governare l’evoluzione fino al raggiungimento di predefiniti obiettivi. In questa similitudine mi è apparso chiaro che dovevo trovare nel libro le risposte alle seguenti domande: possiamo definire in modo univoco lo stato della città? Il sistema urbano è osservabile? Possiamo individuare obiettivi condivisi e raggiungibili? Come si deve operare per raggiungerli?

SOCIETÀ

Sulla osservabilità 

Nel capitolo Le trasformazioni dei sistemi urbani gli autori trasmettono al lettore un messaggio basilare: non si può definire la condizione di una città senza indagare approfonditamente la sua storia. Il passato è parte integrante del presente. Infatti la città è un sistema complesso, composito formato da un elevato numero di individui eterogenei, pensanti e senzienti […]. Individui i quali, nel corso del tempo e per molte ragioni che sono differenti in epoche e luoghi diversi, hanno dato origine e forma alle strutture fisiche e sociali che chiamiamo città, esse stesse mutevoli nel tempo e inesistenti precedentemente alla azione dell’uomo. (pag.59)

I casi esemplari di trasformazioni urbanistiche che vengono ampiamente illustrati consolidano nel lettore la convinzione per cui I’assetto di una città, il suo aspetto esteriore, i suoi stili di vita si possono comprendere solo attraverso la sua storia. Indicativo a questo riguardo è il coinvolgente e, si potrebbe anche dire, epico racconto delle influenze esercitate sulla progettazione architettonica e sulla realizzazione di edifici, quartieri ed interi sobborghi dalla evoluzione dei modelli urbanistici nel secolo che va da fine ottocento a fine novecento.

Percorrendo le strade di una città, solo un osservatore attento e competente può riconoscere i segni del passato che si sovrappongono e interferiscono tra loro stratificandosi. La città coniuga il passato con il presente fornendo dello spazio e del tempo una concreta fusione. L’analisi dei complessi rapporti che si instaurano tra I’individuo “osservatore” e la città “osservata” non può, pertanto, che risultare straordinariamente feconda di riflessioni, contenuti, sviluppi. E, opportunamente, nel terzo capitolo gli autori offrono una sintesi magistrale dei molti contributi alla comprensione della città offerti dalle diverse discipline: antropologia, sociologia, filosofia. Tutto questo sapere si è occupato tecnicamente del senso perduto dell’abitare da parte dell’individuo abitante della metropoli moderna, dello spaesamento da questi provato e della ricerca di un riferimento perduto, nel fluire convulso delle trasformazioni, in una città affollata, congestionata, fredda, legata al lato materiale della vita, improntata all’individualismo e all’utilitarismo economico, anonima e causa di alienazione (pag. 171).

Ma sono le pagine in cui si richiama la figura letteraria del flaneur di Baudelaire che provocano la più forte risonanza emotiva. Qui, infatti, si entra nel mondo autentico della vita, non si tratta più di fatti supposti ma dell’esperienza vissuta da un singolo individuo che si è trasmessa e impressa in innumerevoli altre vite, in altri tempi e situazioni, ispirando modi differenti ma insieme tra loro oscuramente ricorrenti come in un effetto d’eco: modi di stare al mondo e di vivere una vita interiore ed esteriore di relazioni difficilmente definibili una volta per tutte, perché sempre aperte alle metamorfosi degli affetti vitali e delle verità storiche e sociali. (Rif. Carlo Sini, lnizio, Ed. Jaca Book, 2016).

Più avanti gli autori offrono una interessante esplorazione della riflessione filosofica che, alla figura del flaneur, probabilmente offre la più chiara concettualizzazione. E la teoria dello spazio urbano del filosofo Henri Lefebvre. Lo spazio urbano è per Lefebvre una creazione della attività umana, un prodotto della società che incorpora in sé sia atti sociali collettivi sia atti individuali compiuti da soggetti, individui, che nascono e muoiono, soffrono, gioiscono, e, fondamentalmente agiscono. (pag. 230). In un certo senso, lo spazio vissuto ricopre lo spazio fisico, utilizzandone gli oggetti in modo simbolico (pag. 233). 

ll flaneur percepisce e vive lo spazio urbano svolgendo, a suo modo, la funzione di sensore di disagio, “come una sorta di barometro sociale e politico”. Allo stesso tempo le esperienze che egli vive negli spazi urbani creano i luoghi della città, che rimangono incisi nel suo ricordo. Come capita anche al protagonista del racconto La passeggiata che Robert Walser scrisse nel 1919 in un contesto storico enormemente diverso da quello che fa da sfondo all’immaginario di Baudelaire. Il passeggiatore di Walser indossa, ancora oggi in modo impeccabile, l’abito del flaneur. Quante risonanze del cuore può suscitare lo sguardo rivolto ad una semplice insegna? Ecco la risposta che il racconto ci porge.

“A buon diritto, per Dio”, mi viene spontaneo esclamare “c’è da indignarsi di fronte a tali barbare dorature di un’insegna di negozio! Esse imprimono alla circostante rusticità un marchio di egoismo, di cupidigia, di miserabile abbrutimento spirituale. Ha davvero bisogno un fornaio di mettersi così vistosamente in mostra, di risplendere e scintillare al sole col suo pazzesco annuncio, come una dama vanesia ed equivoca? Farebbe meglio a cuocere ed impastare il suo pane con modestia proba e assennata! In che mondo di imbrogli cominciamo a vivere se comunità, vicini, autorità e opinione pubblica non solo tollerano, ma purtroppo, come è evidente, anche esaltano ciò che offende ogni cortesia, ogni senso di bellezza e di onestà, codesta morbosa smania stracciona di millantare, di darsi delle arie ridicole e penose, di gridare a cento metri di distanza nell’aria pura: “Io sono il tal dei tali! Ho tanti e tanti soldi e mi arrogo il diritto di farmi notare sgradevolmente. Nessun dubbio che con questo mio laido sfoggio io sia un tanghero, un cretino e uno screanzato. Ma nessuno mi deve impedire di comportarmi da tanghero”. (Rif Robert Walser, La passeggiata, Adelphi, 1976).

E dunque si capisce bene che, tra l’osservatore e ciò che egli osserva, si possano instaurare relazioni imprevedibili. ll soggetto può rendere infinitamente complessa la sua visione dell’oggetto.

Sulla raggiungibilità

Nel controllo dei sistemi dinamici, la Traiettoria del sistema, cioè I’insieme delle variabili che descrivono l’evoluzione dello stato del sistema, si confronta con una traiettoria di riferimento; le differenze che emergono dal confronto attivano i processi che determinano una o più azioni sufficienti al raggiungimento dello stato desiderato. Un modello del sistema può fornirci stime del comportamento atteso a fronte di determinati stimoli, rendendo disponibili informazioni utili per la scelta delle migliori azioni da attuare. Con il modello, per esempio, si possono ricercare le condizioni di stabilità del sistema(1). Per i sistemi dinamici lineari queste condizioni si ricavano direttamente dai parametri che definiscono il modello. Per i sistemi non lineari si può fare riferimento alla teoria dei sistemi dinamici non lineari di Vito Volterra (Rif. Wilson J. Rugh, Non linear System Theory – The Volterra/Wiener Approach, Johns Hopkins University Press, 1981) e nelle applicazioni usare, per esempio, Ie funzioni di risposta in frequenza generalizzate (Rif. P. Palumbo, L. Piroddi, Harmonic analysis of non-linear structures by means of generalised frequency response functions coupled with NARX models, Mechanical Systems and Signal Processing, Volume 14, lssue 2, March 2000). Per i sistemi complessi, invece, una teoria analitica generale ancora non esiste. Tuttavia, B&V, in “Complessità e modelli (Rif. Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Complessità e modelli, Bollati Boringhieri, 2011), attraverso l’esame critico del lavoro di numerosi studiosi e di esperti di diverse discipline, si sono misurati con il tema ed hanno fornito un’ampia casistica di approcci metodologici.

L’enorme quantità di conoscenze resa organica e messa a disposizione nel volume si può considerare la migliore “cassetta degli attrezzi” per chi voglia assumere il ruolo di buon interprete e gestore competente della complessità dei sistemi urbani. Può essere utile richiamare, come esempio tra i tanti possibili, le pagine da essi dedicate al modello sinergetico di Herman Haken.

Haken, rifacendosi alle sue competenze di fisico delle particelle, ha impiegato sistemi di equazioni differenziali non lineari per studiare i fenomeni di sinergia (Riff. Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Non linearitià, caos, complessità – Le dinamiche dei sistemi naturali e sociali, Bollati Boringhieri, 2003, Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Complessità e modelli, Bollati Boringhieri, 2011, Sergio Bertuglia e Franco Vaio, Il fenomeno urbano e la complessità, Bollati Boringhieri, 2019). Probabilmente le applicazioni alle scienze naturali e sociali delle sue ricerche costituiscono il confine più avanzato di impiego della dinamica non lineare ai fenomeni complessi. Sempre in Complessità e modelli sono illustrate altre illuminanti applicazioni come quelle del modello di segregazione sociale di Thomas Schelling o quelle degli automi cellulari di Stephen Wolfram. Ma ritornando al fenomeno urbano, nella attività di pianificazione urbanistica occorre tener ben presente che anche il più sofisticato modello matematico non può fornire strategie ma solo previsioni.

Se la tutela del “bene comune” è l’obiettivo strategico, si deve averne ben chiaro il senso. Nei regimi totalitari del novecento le ideologie massimaliste puntavano a realizzare società in cui questa tutela si identificava con il trionfo della libertà sull’uguaglianza (massima propensione alle privatizzazioni) o, al contrario, con il trionfo dell’uguaglianza sulla libertà (massima propensione alle collettivizzazioni). Gli esiti furono catastrofici in entrambi i casi. Tramontate le grandi utopie, la scelta delle mete da raggiungere non può che essere orientata al conseguimento graduale di livelli di convivenza civile sempre migliori, guardando al futuro con ottiche più riformiste che rivoluzionarie. Molto efficaci nel chiarire questi aspetti sono le pagine che B&V dedicano al lavoro di lsaiah Berlin e alla sua importante lezione:

[….] Berlin sottolinea che al concetto di libertà si può attribuire una pluralità di sensi diversi, e ne identifica in particolare due: la “libertà negativa”, cioè la “libertà da”, e la “libertà positiva” cioè la libertà di [….] Berlin attribuisce il ruolo primario alla libertà negativa (pag, 366). [….] tIl possibile conflitto tra le due diverse interpretazioni della libertà diviene per Berlin anche l’occasione per sottolineare che l’idea che sia possibile comporre tutti i valori in un insieme coerente, in modo che essi siano tutti congiuntamente soddisfatti, è un’illusione. L’immagine di una società perfetta, nella quale non vi sia conflitto tra i due diversi sensi della libertà, oppure tra libertà e uguaglianza o tra soddisfazione dei desideri di ciascuno e giustizia, non è che un sogno che può facilmente trasformarsi nell’incubo di una società totalitaria (pag.370)

Grande rilievo viene poi dato alla ricerca condotta da Daron Arcemoglu e James Robinson. I due studiosi americani hanno delineato i caratteri salienti di due modalità di gestione delle risorse materiali e umane di una società. La prima modalità vede all’opera istituzioni “estrattive”; la seconda istituzioni “inclusive”. Nel primo caso, ristrette oligarchie al potere si dedicano avidamente alla “estrazione” (talora saccheggio) delle risorse traendone il massimo beneficio a proprio esclusivo vantaggio. Nella seconda forma, istituzioni rappresentative di una pluralità di interessi, attraverso l’esercizio organizzato di controlli reciproci, gestiscono le risorse cercando il massimo consenso.

Gli autori documentano ampiamente come nella storia di tante nazioni, solo il secondo tipo di condotta (quella inclusiva) sia in grado di assicurare crescita economica e benessere sociale. In tutti e due i sistemi (inclusivo ed estrattivo) si attivano comunque meccanismi di retroazione (circoli viziosi nel caso di sistemi estrattivi, virtuosi per quelli inclusivi) che tendono a stabilizzarne permanentemente lo stato. Le strategie inclusive, inoltre, promuovono la continua ricerca dei migliori equilibri tra libertà ed eguaglianza. Ed è fondata su solide basi e buoni argomenti l’idea che emerge nel testo secondo cui l’insuccesso di gran parte delle politiche urbane attuate nel corso del Novecento in Italia, in particolare di quelle del secondo dopoguerra, è imputabile il fatto che tali politiche sono state attuate in presenza di istituzioni locali di natura non inclusiva nel senso inteso da Arcemoglu e Robinson. (Pag. 377)

Per riassumere in pochi punti, facendo tesoro delle lezioni apprese, il vasto orizzonte delle mete raggiungibili, si possono richiamare tre tematiche di fondo che sempre interpellano i gestori delle complessità urbane: la sicurezza, il decoro, la mobilità sostenibile. Condizione necessaria per soddisfare la domanda di sicurezza è il potenziamento delle iniziative di contrasto ai processi che alimentano la crescita delle diseguaglianze. Le tensioni che derivano dalle sperequazioni diffuse generano profondo disagio e rabbia e, se troppo a lungo trascurate, sfociano in episodi di violenza più o meno gravi ed estesi. La rivolta dei ceti meno abbienti di Santiago del Cile, esplosa nel mese di ottobre di quest’anno, si può ritenere emblematica di queste dinamiche. A questo riguardo, un indice neutrale e misurabile dello stato del sistema e la mobilita sociale. Verosimilmente i programmi più inclusivi nella accezione di Arcemoglu e Robinson, sono proprio quelli che, direttamente o indirettamente, riescono ad attivare la mobilità sociale.

Per dare maggiore decoro alle nostre città si devono potenziare gli interventi di recupero e riuso dell’esistente, secondo i principi della New Urban Agenda, seguendo l’esempio dei progetti di “rammendo urbano” di Renzo Piano. Si deve quindi intervenire fattivamente nella cura del verde, nel restauro e nella manutenzione del patrimonio artistico. Le iniziative di cura del verde, in particolare, devono essere sostenute dalla consapevolezza che il termine “giardino” se inteso in un significato molto ampio, oltre a riferirsi ai giardini veri e propri, può estendersi a comprendere anche I’intero territorio a cui essi appartengono e a cui l’uomo ha dato un’impronta particolare trasformando gradualmente, attraverso secoli di lavoro spontaneo e istintivo, la natura in paesaggio (pag. 384).

La domanda di mobilità su scala urbana negli ultimi anni ha subito grandi cambiamenti (Rif. Il Futuro della Mobiliti Urbana – Integrazione e nuovi modelli di gestione nel caso italiano, Rapporto realizzato da The European House – Ambrosetti con il supporto di Ferrovie dello Stato Italiane, settembre 2017). B&V ci mostrano come la dispersione urbana e la “gentrification” producano effetti distruttivi del tessuto sociale della città. L’aumento della popolazione implica l’allargamento della superficie delle città alla cintura periferica e la decrescente densità abitativa incide negativamente sulla efficienza del sistema di trasporto collettivo in quanto rende più difficile l’accesso a servizi e funzioni localizzale nelle aree metropolitane, provoca un incremento dei costi operativi per i gestori del trasporto, frammenta la domanda di servizio che in taluni casi non raggiunge la massa critica capace di rendere sostenibile lo sviluppo dei collegamenti.

Considerando poi che sono principalmente le fasce meno agiate a concentrarsi nelle aree di allargamento urbano e a dover sopportare i costi della mobilità individuale in assenza di un trasporto collettivo adeguato, si ricava chiaramente il quadro sperequativo che la dispersione urbana determina. Una forma di mobilità basata sull’efficienza dei trasporti e sulla garanzia dell’accessibilità potrebbe ricostruire una unità sostanziale della città e delle sue funzioni, contenendo gli squilibri e offrendo garanzie di equità urbana e sociale. Il processo evolutivo delle città incide sui trasporti facendo emergere urgenze che influiscono direttamente sulla qualità della vita dei cittadini (sovraccarico dei mezzi pubblici, congestione del traffico, alto tasso di motorizzazione, ecc.) e sulla qualità dell’ambiente in cui essi vivono (inquinamento dell’aria, emissioni inquinanti, ecc.). Mobilità e sostenibilità ambientale sono ormai, con tutta evidenza, questioni strettamente correlate.

I processi virtuosi da attivare per raggiungere gli obiettivi sommariamente indicati richiedono un intenso coinvolgimento delle istituzioni pubbliche. A questo riguardo si possono prefigurare le formidabili sfide da affrontare in ragione della crescente divaricazione tra la lentezza delle istituzioni democratiche e la velocità del nuovo capitalismo immateriale frutto della rivoluzione digitale. Sono evidenti, per esempio, le forti trasformazioni che nell’ultimo decennio hanno subito le modalità di socializzazione e di circolazione delle informazioni tra singoli individui e gruppi di persone. Gli algoritmi delle più popolari piattaforme in rete (Google, Amazon, Facebook, ecc.) utilizzano i dati forniti dalle utenze per finalità in generale non collimanti con obiettivi socialmente desiderabili. Sulla rete si riscontra allora la crescente diffusione di fenomeni negativi come quelli ormai ben noti di “filter bubbles”, “confirmation bias”, “fake news” (Rif. Stefano Quintarelli, Capitalismo immateriale – Le tecnologie digitali e il nuovo conflitto sociale, Bollati Boringhieri, 2019). Queste trasformazioni evolvono purtroppo con velocità enormemente superiori rispetto al lento procedere della crescita civile e culturale dei cittadini che le istituzioni pubbliche perseguono.

Termino queste brevi note con due “consapevolezze”. La prima e il frutto degli insegnamenti di B&V:

si deve intensificare la città: costruire sul costruito, sanando le ferite aperte nel tessuto urbano; […] non si possono pii costruire periferie remote e, per molte ragioni, insostenibili, come d sfato fatto nei decenni trascorsi [ ], le periferie esistenti devono diventare “città” senza espandersi, ma ricucite e fertilizzate da strutture pubbliche.

La seconda è vecchia di diversi decenni e si deve ad un altro grande maestro, Federico Caffè.

Ma non vi è da farsi illusioni sulla possibilità che la seria documentazione riesca a superare la forza di persuasione di interessati stereotipi. E tuttavia la fiducia che Ie idee, a lungo andare, finiscano per prevalere sugli interessi costituiti non può facilmente essere abbandonata da chi ne abbia fatto it fondamento della propria visione del mondo.

(Rif. Federico Caffè, Politica economica, tecnica, cultura, ll Manifesto, 20 novembre 1981. Inserito nella raccolta di articoli La solitudine del riformista curata da Nicola Acocella e Maurizio Franzini, Bollati Boringhieri 1990).

L’ultimo libro di Sergio Bertuglia e Franco Vaio, “Il fenomeno urbano e la complessità”, cerca di fornire gli strumenti giusti per interpretare la complessità dei sistemi urbani e propone tre tematiche su cui lavorare: la sicurezza, il decoro e la mobilità sostenibile
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