La legittimazione del servizio pubblico in un mondo di televisioni commerciali. La riflessione di Renato Parascandolofederica.dauria
Mer, 09/02/2020 – 08:12


Italian

Federica DʹAuria

Una parte della storia della televisione italiana è quella che riguarda la comparsa delle prime emittenti private cinquant’anni fa e il loro rapporto con la televisione pubblica. Era il 1970 quando venne fondata la società Telenapoli Telediffusione italiana, seguita da Telebiella l’anno successivo. Nel corso degli anni successivi, le tv private iniziarono a diffondersi sempre di più nel nostro Paese. Quali sono state le tappe principali di questo processo e com’è cambiata la loro missione da allora fino ad oggi?
Lo abbiamo chiesto a Renato Parascandolo, giornalista, saggista, già direttore di Rai education e autore del libro La televisione oltre la televisione (2000).

“Negli anni Settanta, in Italia, c’erano solo tre canali della radio e due canali televisivi: il canale nazionale e il secondo canale. C’era praticamente un monopolio assoluto da parte dello stato sulle trasmissioni radiotelevisive.
In Italia, nel 1969, le lotte sindacali dell’autunno caldo si sposano con il movimento studentesco, dando origine a una vera riflessione sul mondo dell’informazione. Nasceva insomma l’esigenza di avere una radio che garantisse l’accesso alle minoranze e alle opposizioni. Dopo cinque anni, una sentenza della corte costituzionale consentì la presenza delle opposizioni, in quel caso del Partito comunista, nel consiglio di amministrazione e venne garantito anche il diritto di accesso ad alcuni gruppi della società civile, attuando un pluralismo politico e sociale.

Le prime radio libere nascono perciò con le migliori intenzioni: dare per la prima volta la possibilità di un rapporto più diretto con le realtà sociali, lasciando la parola direttamente a chi ne è protagonista o vittima.

D’altro canto, la nascita delle radio libere apre, seppur con le migliori intenzioni di voler rendere più democratico il sistema, un varco nel monopolio che consentirà poi ai grandi gruppi di approfittarne per creare un’alternativa reale alla televisione pubblica. Nascono perciò i grandi gruppi come Mediaset.

Con la liberalizzazione della televisione, Mediaset, che aveva acquistato molte tv locali, trasmetteva a livello regionale ma facendo mandare in onda simultaneamente lo stesso programma da tutte loro, dando vita di fatto a un circuito nazionale.
Tutto questo creò però non un sistema pluralistico effettivo e concorrenziale, ma un sistema di duopolio, in cui la miriade di piccole tv locali erano destinate a restare piccole e che ha costretto la Rai a tenere altissimi gli ascolti, per riuscire a mantenere questo duopolio.

Questo però ha provocato un impoverimento della qualità dei programmi della Rai. Non è stato perciò vantaggioso per un paese che si portava dietro dei ritardi molto gravi nell’istruzione scolastica e nei tassi di alfabetizzazione. La televisione dei primi anni, che per quanto controllata dal governo aveva svolto una funzione pedagogica e in grado di creare un’identità nazionale attraverso la lingua, iniziò a perdere poco alla volta la sua funzione educativa”, commenta Parascandolo.

SOCIETÀ

L’intervista completa a Renato Parascandolo sulla nascita delle emittenti private e sulla missione della televisione pubblica. Servizio di Federica D’Auria e montaggio di Elisa Speronello.

Qual è il valore della televisione pubblica in uno stato democratico e perché è importante che rimanga il più possibile indipendente dalle agenzie pubblicitarie e che non venga privatizzata?

“Il servizio pubblico radiotelevisivo è una caratteristica del welfare, ed esiste solo in Europa in questa forma”, risponde Parascandolo. “Qual è la legittimazione del servizio pubblico, per cui lo stato fa pagare ai cittadini un canone? Questo è un problema che si pose soprattutto con l’arrivo del digitale terrestre.

In La televisione oltre la televisione ho rivendicato la sussistenza del servizio pubblico in quanto la televisione commerciale ha un modello di business che è diverso da quello classico che va dall’emittente al consumatore, ma che va dall’emittente all’agenzia pubblicitaria.
L’emittente vende degli spazi di palinsesto di un canale televisivo sull’agenzia di pubblicità sulla base del numero di telespettatori che mediamente guardano la tv in quel momento. In questo modo, l’oggetto del commercio tra emittente e inserzionista diventa il telespettatore. Nel momento in cui egli guarda la pubblicità in quello spazio commerciale, ne fa aumentare il valore.

I telespettatori vengono quindi impacchettati e venduti all’agenzia di pubblicità come merce, e non sono perciò considerati come consumatori o come cittadini che guardano la tv per crescere, perché la televisione commerciale ha come scopo la produzione del consumatore stesso. Per questo motivo un programma è un buon programma se produce un grande numero di telespettatori.

La televisione pubblica allora ha diritto ad esistere finché rispetta la missione che ha ricevuto dal parlamento: aiutare a far crescere i telespettatori dal punto di vista culturale e rispettare la loro capacità di giudizio. Tutto ciò che la televisione commerciale non è tenuta a fare, perciò, per la Rai diventa un obbligo. Ecco perché la televisione commerciale, non avendo questo interesse, tende invece al conformismo, alla ripetizione, a dare ai cittadini quello che vogliono”.

È interessante vedere poi cosa succede quando entra in gioco internet”, aggiunge Parascandolo. “La televisione commerciale si finanzia grazie alla pubblicità ed è molto pervasiva: entra nelle case di tutti ed è apparentemente gratis. Il tempo che il telespettatore trascorre guardando i programmi di una televisione privata aiuta a far alzare il valore di un certo spazio pubblicitario.

Cosa accade quando questo meccanismo economico viene trasferito su internet? Ci troviamo di fronte a una sorta di prodigio: il sistema di internet eredita dalla tv commerciale il suo sistema di business. Usando perciò lo stesso modello della pubblicità, si riesce addirittura a guadagnare molto di più, perché la pubblicità viene proposta non solo attraverso la visione di un programma, ma durante l’uso dei social, delle chat e dei siti internet.

In questo caso, i veri dipendenti delle aziende che si occupano della tv su internet diventano gli utenti stessi. Tramite il loro computer, in quanto utenti produttori di contenuti, sono sia la merce venduta agli inserzionisti pubblicitari ma anche produttori di contenuti, perché creano una nuova esca per i nuovi utenti.

Anche la Rai, quando decise di presentarsi su internet nel 1998, lo face non come servizio pubblico ma attraverso una società privata, RaiNet, che naturalmente si finanziava con la pubblicità. Questo fece perdere molto tempo, non consentendole di riflettere su cosa dovrebbe essere il servizio pubblico sulla rete.

Se si riuscisse a creare una rete di servizio pubblico su internet e riuscire a consorziare tutti quelli che svolgono un servizio pubblico online non chiedendo una remunerazione e non usando la pubblicità, allora forse si potrebbe cominciare a ragionare su come smettere di lamentarsi per lo strapotere che hanno le grandi aziende, e non solo limitandone il potere attraverso le leggi antitrust”.

Come bisognerebbe lavorare, allora, a questa democratizzazione su internet?

“Bisogna definire cosa significa servizio pubblico su internet e gli stati, come hanno fatto per la televisione, devono creare i presupposti perché si arrivi a uno spazio che non sia strumentale a un profitto economico o semplicemente all’aumento della sua reputazione ma che sia effettivamente un servizio per la collettività non mosso da interessi personali.

Ci sono 4 miliardi di persone che per la prima volta nella storia dell’umanità hanno avuto, nel giro di 15 anni, per la prima volta la possibilità di prendere la parola e accedere al dibattito pubblico con tutti i limiti e le esasperazioni che questo può significare.
Cosa farne di questi 4 miliardi di persone entrati nel discorso pubblico? Come aiutarli a crescere e coinvolgerli nel discorso pubblico razionale senza inutili suggestioni o scopi commerciali? Questo è un discorso per i partiti politici, e non solo, del ventunesimo secolo.

Su internet, di fatto, c’è già un’intelligenza collettiva, uno scambio straordinario di competenze e conoscenze in tutte le materie. Ogni giorno ci sono infatti studenti, ricercatori, dottorandi, che scambiano contenuti con i colleghi di tutto il mondo.
C’è perciò già tutta una realtà che è uno spazio di servizio pubblico democratico e volto alla conoscenze, che però non entra in gioco e addirittura sembra quasi che non esista. Resta sullo sfondo del palcoscenico, mentre in primo piano ci sono gli urlatori, i leoni da tastiera, i creatori di fake news, che essendo solitamente più clamorose, è più facile che diventino virali e di conseguenza più remunerative per le grandi aziende.

Alle spalle di tutto questo, insomma, c’è sempre il profitto. Tornando perciò alla giustificazione del servizio pubblico: contro un internet che utilizza per scopi commerciali tutte le degenerazioni del discorso pubblico, è giusto che si sia qualcuno che lo usi, invece, per scopi sociali, civili, democratici”, conclude Parascandolo.

L’intervista a Renato Parascandolo, giornalista, saggista e autore di “La televisione oltre la televisione” (2000) sulla diversa missione della televisione pubblica rispetto alle tv commerciali e sull’importanza di uno spazio pubblico e democratico su internet

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