La legge del mare la scrive il mare mattia
Gio, 10/25/2018 – 10:07


Italian

Roberto Casati

Quando un ministro di una delle principali democrazie del mondo chiude i porti e toglie lo spazio di manovra a una nave soccorso, la condanna a vagare per il mare con un “carico” di naufraghi, fa pressioni sullo Stato che le offre bandiera perché venga derubricata e non possa più navigare, alcuni di noi vedono un’azione inumana nei confronti dei migranti, altri una sciatteria istituzionale, altri ancora sentono che qualcosa non va per il verso giusto ma accondiscendono per questo o quest’altro motivo, tanto un motivo lo si trova sempre, a grattare il fondo del barile.

Ma la vera ferita non è qui. Impedire il soccorso in mare è negare, per banale incomprensione, la cultura del mare, una tradizione che si è costruita e consolidata lungo i molti millenni in cui gli esseri umani hanno solcato i deserti d’acqua. Una storia che se pur ha alternato l’apertura di rotte di pace e lo scatenarsi di guerre senza quartiere, ha sempre riconosciuto l’asimmetria tra un elemento naturale dai poteri di fatto illimitati e la fragilità delle vite umane che si misurano, per sfida, per lavoro o per sciagura, con la sua forza.

Una storia che nel caso di un Paese come l’Italia – che ha nutrito l’immaginazione degli scolari di svariate generazioni con le narrazioni fondatrici del Mare Nostrum, delle Repubbliche Marinare, delle traversate atlantiche di Colombo – chiede ad alta voce di essere parte del cuore stesso della nazione, e non sopporterà di essere umiliata e rinnegata. E non è solo un questione di identità nazionale ferita. Il mare aperto non è un mondo semplice. È, di fatto, un universo a parte, un pianeta nel pianeta, un’incessante sfida alla percezione, all’immaginazione, al pensiero, alla regola sociale. Moltissimi sono stati i tentativi di dettar legge; in pratica ogni civiltà del mare ha cercato e formalizzato direttive per dare un senso e una guida all’attività umana lontano dalle coste, ogni volta inchinandosi davanti all’asimmetria fondamentale tra la natura e l’essere umano. Le regole del mare suonano strane ai terrestri: una barca alla deriva senza equipaggio diventa di proprietà di chi se la prende; se accetti una cima da chi ti soccorre, costui può importi il suo prezzo. I comportamenti in mare sfuggono alle logiche retributive: nel racconto di Melville, Queequeg il polinesiano si tuffa a salvare il bianco che lo ha insultato solo pochi minuti prima; non si pone domande.

È un mondo in cui la legge si attua senza testimoni; in cui solo vincoli fortissimi di comportamento, di gerarchia, di attenzione, possono riequilibrare i rapporti di forza con la natura e rendere possibile la navigazione, la scoperta, la vita stessa. Il mare non si può affrontare senza preparazione; infinitamente inaccettabile è l’irresponsabilità di chi traghetta vite umane su mezzi inadeguati; immensa è la compassione per chi si trova ad affrontare una traversata senza comprenderne i rischi o senza avere altra scelta; dovere di tutti prestare soccorso, dovere verso gli altri ma anche verso noi stessi. E forse proprio il mare ci dovrebbe aiutare a farci vedere queste persone, proprio loro, per quello che sono: ammirevoli, tenaci imprenditori di se stessi, persone che sono state capaci di contrarre un debito, investire le loro ultime risorse, separarsi dalle loro famiglie, attraversare un deserto e poi un mare, per imparare una lingua nuova, cercare un lavoro, un futuro; che hanno un curriculum vitae che ci parla di resilienza, di capacità di organizzazione, di visione a lungo termine, ci parla insomma di persone che vorremmo proprio avere come concittadini un giorno. Il mare ci divide da loro, ma alla fine può soltanto unirci. Sento dire, è una risposta che risuona nelle mie orecchie, che come comunità ci siamo dimenticati chi siamo. Non sono d’accordo. Io non mi sono dimenticato di nulla. Io non dimentico chi sono né voglio dimenticarlo. Mi è bastato stare un minuto in mare aperto per sapere tutto questo, e nulla può cancellarlo. La legge del mare non la scrivono i Ministri e gli Stati: la scrive, da sempre, il mare.

SOCIETÀ

Impedire il soccorso in mare è negare la cultura del mare: una tradizione che si è costruita e consolidata lungo i molti millenni in cui gli esseri umani hanno solcato i deserti d’acqua. Una storia che ha sempre riconosciuto l’asimmetria tra un elemento naturale dai poteri e la fragilità delle vite umane che si misurano, per sfida o per sciagura con la forza
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