L’attualità del pensiero di Alberto Moravia a 30 anni dalla sua scomparsafederica.dauria
Sab, 09/26/2020 – 04:45


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Federica DʹAuria

Intellettuale. Viaggiatore. Europeista. Il 26 settembre 1990 si spegneva Alberto Moravia, grande scrittore del Novecento che con sguardo critico e disincantato ha dato una lettura spesso impietosa della società che lo circondava e dei disvalori su cui questa si fondava, attirando ben presto su di sé le antipatie del regime fascista.

In occasione del trentesimo anniversario della sua scomparsa, riscopriamo il pensiero di questo importante autore cosmopolita e l’attualità del suo lavoro oggi con Alessandra Grandelis, assegnista di ricerca al Dipartimento di studi linguistici e letterari dell’università di Padova e curatrice di Quando verrai sarò quasi felice, il volume edito da Bompiani che raccoglie le lettere scritte da Alberto Moravia a Elsa Morante tra il 1947 e il 1983.

CULTURA

La critica di Moravia alla società che lo circondava e l’attualità del suo lavoro oggi. Servizio di Federica D’Auria e montaggio di Elisa Speronello

“Alberto Moravia è un grande autore che attraversa il Novecento da narratore, autore teatrale, saggista, critico letterario, cinematografico, e d’arte, diventando una figura intellettuale di rilievo”, racconta Alessandra Grandelis.
“All’inizio degli anni venti, da giovanissimo, contribuisce a rifondare il genere del romanzo in Italia, a partire dalle lezioni dei grandi modernisti europei, come Joyce, Proust e Virginia Woolf, e italiani, come Pirandello, Tozzi, e Svevo, di cui Moravia è uno dei primi lettori.

Fondendo le lezioni di questi grandi autori con il magistero di Shakespeare e Dostoevskij, cercava una propria via per rappresentare il reale e trovare un equilibrio tra l’epica della realtà e la vita della coscienza.

Questo è evidente fin dal suo primo romanzo pubblicato nel 1929, Gli indifferenti, che racconta di una famiglia che vive nell’inautenticità e della finzione, indifferente alla vita.

Ne Gli indifferenti, Moravia ci offre con grande attualità una visione prismatica dell’indifferenza e si interroga sulla condizione dell’uomo tra irripetibilità e precarietà, sull’ambiguità degli individui e sul senso dell’esistenza. Non a caso, si è autodefinito un anticipatore dell’esistenzialismo, precedendo di 10 anni le opere di Sartre e Camus”.


Lisa non ti costerà un soldo, dico un soldo… ecco io non so cosa si possa desiderare di più…”. “E già” si ripeté il ragazzo un po’ tristemente; “che cosa si può desiderare di più?”

Alberto Moravia, Gli indifferenti

“L’impoverimento umano e culturale della famiglia de Gli indifferenti è in realtà allegoria di un’aridità sociale molto più vasta”, continua Alessandra Grandelis. “Il successo di questo romanzo preoccupava il regime fascista, che fece mettere sotto stretta sorveglianza Moravia, che tra l’altro era figlio di padre ebreo e cugino di Carlo e Nello Rosselli, fondatori di Giustizia e libertà.

Sorvegliato, pedinato e censurato, Moravia fu per lungo tempo costretto a scrivere sotto pseudonimo, ma questo non lo fermò. Il suo sguardo letterario si muoveva sempre tra l’individuo e la società e l’individuo e la storia in tutte le sue opere, nei racconti e nei romanzi, anche in quelli resi celebri dalla cinematografia, come La ciociara di De Sica, Il disprezzo di Godard e Il conformista di Bertolucci.


[…] che la guerra è proprio un’abitudine e che quello che ci cambia non sono i fatti straordinari che avvengono una volta tanto ma proprio quest’abituarsi, che indica, appunto, che accettiamo quello che ci succede e non ci ribelliamo più

Alberto Moravia, La ciociara

“In queste ultime opere, oltre al tema del disprezzo, c’è anche quello del declassamento dello scrittore all’interno dell’industria culturale. In particolare, il romanzo Il conformista del 1951 sonda il pericolo che si annida nel conformismo di massa, sia quello creato dal fascismo ma anche quello che deriva dalla moderna industrializzazione”, spiega Alessandra Grandelis.

“Nel 1963, quando il boom economico inizia a mostrare le sue conseguenze, Moravia pubblica un saggio dal titolo L’uomo come fine, che sarà anche il titolo di un’omonima raccolta di saggi. In questo testo, l’autore difende l’umanesimo in un momento in cui l’uomo, dentro l’anti-umanensimo del neocapitalismo, non è più il fine ma diventa un oggetto tra gli altri oggetti, come le televisioni, i frigoriferi, le lavatrici e le automobili, che entrano nelle case delle persone e colonizzano i loro desideri.

Lo sguardo di Moravia è sempre stato curioso, lucido e assolutamente razionale. Questo è chiaro anche dagli scritti dei suoi numerosi viaggi in Europa e nel mondo, specialmente quelli fatti insieme a Pasolini”.

“Moravia è stato uno degli scrittori più cosmopoliti che l’Italia abbia avuto. La sua lucidità e lungimiranza emergono anche dai suoi articoli sull’attualità e dalle sue prese di posizione come parlamentare europeo contro la bomba atomica e tutte le armi non convenzionali.
Europeista convinto, già nel 1984 si interroga sulla coesione europea contro i particolarismi dei diversi paesi e contro le egemonie economiche.

Le opere di Moravia ci parlano quindi dell’oggi e ci interrogano mettendo a nudo le contraddizioni che ci abitano e ci circondano. Questa è – e continua a rimanere – la grande forza della letteratura”.

Intellettuale. Viaggiatore. Europeista. Trent’anni fa si spegneva Alberto Moravia, grande scrittore del Novecento che con sguardo critico e disincantato ha dato una lettura spesso impietosa della società che lo circondava e dei disvalori su cui questa si fondava

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Alberto Moravia fotografato da Paolo Monti nel 1982. Fondo Paolo Monti di proprietà BEIC, collocato nel Civico Archivio Fotografico di Milano. CC BY-SA 4.0
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