L’arte “più de la vita”: ritratto di Michele Sambinfrancesca.boccaletto
Mar, 11/19/2019 – 11:38


Italian

Francesca Boccaletto

Si può raccontare una vita in un film, riuscendo a coglierne le sfumature e l’essenza? Si può raccontare in un’ora un’esistenza pienissima, attraversata e segnata profondamente dall’arte, dalla musica, dal teatro, dalla meraviglia e dall’amore? Ci ha provato e ci è riuscita la regista Raffaella Rivi, scegliendo come protagonista del suo documentario Più de la vita l’artista padovano Michele Sambin, pioniere della videoarte negli anni Settanta, ideatore di performance e spettacoli teatrali, opere pittoriche e partiture sonore, fondatore nel 1980, insieme a Pierangela Allegro (altra protagonista di questo film) e Laurent Dupont, di Tam Teatromusica, compagnia nota per il suo “artigianato tecnologico dal forte impatto visionario e comunicativo”, che, dal 1995, e per molti anni, ha gestito la programmazione del Teatro delle Maddalene di Padova (riaperto ora dopo un lungo restauro e gestito dal Teatro Stabile del Veneto), riuscendo a trasformare un piccolo e prezioso palcoscenico cittadino in uno spazio vivo di produzione e condivisione culturale.

Il risultato ottenuto da Rivi è un’opera luminosa che guarisce dal buio usando la musica, il colore, gli spazi abitati dell’intimità e della creazione e poche parole: è un film che regala fiducia e chiede di continuare a credere nella bellezza salvifica che intreccia l’esistenza con l’arte, nella necessità di una ricerca coraggiosa, costante e senza confini, nella magia dell’incontro tra persone e linguaggi, nelle occasioni di esplorazione e scoperta.

CULTURA

“Non è un documentario classico – spiega Rivi, intervistata dal Bo Live – perché qui viene raccontata una storia assemblando materiali d’archivio e cose che accadono oggi per dare un senso di continuità”. E la regista continua: “Questo film cerca di restituire la complessità e la stratificazione del lavoro di Michele”, affermazione quest’ultima a cui si aggancia lo stesso Sambin, precisando: “La complessità di cui parla Raffaella per me non è complessità: è vero che ci sono tanti e diversi linguaggi ma il pensiero è unico, l’anima è unica, i confini non esistono. Quello che unisce tutto sono i segni nel tempo guidati dalla musica. Non sono un artista eclettico, semplicemente cerco di non separare quello che in natura non è separato: vivendo, noi non usiamo solo gli occhi, tappandoci invece le orecchie, ma siamo aperti a tutto ciò che ci circonda. Così è la mia arte”. 

Il titolo del documentario, prodotto da Kublai film in collaborazione con Jolefilm, è tratto dalla Lettera all’Alvarotto, l’ultimo scritto di Ruzante, una riflessione sull’esistenza attraversata da luce e malinconia. Maestro ideale, autore del Cinquecento, Angelo Beolco, detto Ruzante, è considerato quasi un parente da Michele Sambin perché al centro degli studi del padre Paolo, che fu docente all’Università di Padova e se ne occupò per tutta la vita. Ed è “un titolo positivo”, spiegano regista e artista, un invito a cercare senza sosta, accogliendo le trasformazioni del tempo.


Progettare e creare mi fa star bene e non c’è differenza tra potare un ulivo o suonare il violoncello: è come se i confini tra le cose non esistessero

Michele Sambin, “Più de la vita”

Calandosi in una dimensione intima e concreta, il documentario (con un titolo ruzantiano) svela quattro decenni del percorso artistico di un pioniere della videoarte, ideatore di spettacoli teatrali, opere pittoriche e partiture sonore. Tra ricerca, contaminazione e passione infinita
Michele Sambin nel suo studio a Padova

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