L’Apocalisse senza fine in Pantanalelisa.speronello
Ven, 11/06/2020 – 08:00


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Elisa Speronello

Le fiamme che da mesi devastano il Pantanal sembrano non avere fine. Un anno, il 2020, che vede un altro triste primato, il record di dimensione e di durata degli incendi e che preoccupa più che mai i ricercatori e gli scienziati che si occupano di biodiversità e di protezione dell’ambiente.
Le fiamme stanno distruggendo un ecosistema più unico che raro, infatti grazie alle sue caratteristiche il Pantanal è diventato negli ultimi anni una destinazione comune per gli eco-turisti. Si tratta della zona umida tropicale più grande del mondo e casa delle popolazioni indigene, nonché di molte specie rare e in via di estinzione, come il giaguaro (Panthera onca) e gli armadilli giganti (Priodontes maximus). 

Gli incendi, di dimensioni piccole e circoscritte, accadono ogni anno in questa regione, che ricopre alcune parti del Brasile occidentale e si estende in Bolivia e Paraguay.
“Si tratta di una pianura alluvionale, come quella padana” afferma Lorenzo Ciccarese dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, “ci sono dei Pantanal in ogni parte del mondo e sono degli ecosistemi preziosissimi, oggetto di conservazione e convenzioni specifiche”. La loro importanza gira attorno alla biodiversità, molto ricca, e alla necessità di poterla conservare, salvaguardare. Ma il Pantanal è particolare, tra tutte le pianure alluvionali, perché è molto grande: si estende su circa 200-210 mila chilometri quadrati, ed è “ricettacolo” di una grande quantità di specie animali e vegetali, ma anche di decide di popolazioni indigene, come quella dei Bakairi o il popolo Guatò, che da questa terra traggono il proprio cibo e le medicine.
Gli scienziati hanno catalogato almeno 100 specie di mammiferi, 350 specie di uccelli, 270 di pesci, almeno 177 di rettili e 40 di anfibi, queste ultime due, sottolinea Ciccarese, “sono le specie più vulnerabili alle alterazioni climatiche e agli impatti degli incendi”. Capibara, formichieri, anaconde, tapiri, giaguari, rendono questo posto veramente unico e un tesoro naturale da proteggere.

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Ma la situazione attuale è allarmante: finora più del 22% della vasta pianura alluvionale ha ceduto alle fiamme. Stiamo parlando di più di 3,2 milioni di ettari, più del doppio dell’area andata in fumo con l’incendio record in California quest’anno.

Gli incendi in questa zona non sono una novità. Al contrario della vicina foresta pluviale amazzonica, la vegetazione del Pantanal si è evoluta per coesistere con il fuoco, infatti alcune specie di piante che vivono qui hanno proprio bisogno del calore del fuoco per germinare. Le fiamme che si accendono però, solitamente sono di tipo naturale, ovvero causate dai fulmini, e localizzate temporalmente alla fine della stagione secca, a settembre. Tendono ad esaurirsi velocemente e le paludi ne limitano la diffusione. Diverse sono invece le fiamme appiccate intenzionalmente dagli allevatori che desiderano sgombrare il terreno per far pascolare il bestiame. A questo si somma la grande siccità che sta imperversando sulla regione, considerata la peggiore degli ultimi 47 anni che, lasciando arbusti e piante disidratati o essiccati, diventa un perfetto combustibile.

“Alcuni legano l’aumento della dimensione degli incendi all’allentamento del regime di protezione” aggiunge Ciccarese ai motivi della spaventosa portata degli incendi di quest’anno, spiegando che ci sono alcuni studi che dimostrano che si è abbassato di molto il volume delle penalità che sono state inflitte agli agricoltori che hanno innescato gli incendi, o che non hanno messo in campo le misure di protezione. Dei risultati che non stupiscono più di tanto, visto il pensiero e la politica del presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Questo non significa che gli ecosistemi siano stati totalmente distrutti per sempre”, sottolinea Ciccarese, parlando di una resilienza, vale a dire una capacità di rigenerare gli habitat che sono stati devastati dagli incendi, ma continua portando a galla il vero, grande, problema di quest’anno: la scala: “gli eventi di quest’anno non si sono mai verificati in precedenza con questa scala, per questo gli scienziati sono preoccupati della capacità di rigenerazione di queste aree. Questa situazione può scatenare quelli che noi chiamiamo positive feedbacks, ovvero delle retroazioni positive che possono incidere anche in maniera significativa sul sistema climatico regionale”. Il rischio che si corre è quindi quello di vedere alterati per sempre i regimi climatici, il meteo, che da sempre caratterizza questa zona. Infatti il sistema climatico di un’area, di una regione, di un continente sono influenzati dagli ecosistemi naturali, dalla vegetazione e dalle foreste.

Inoltre alcuni studiosi sono preoccupati perché la stagione “di fuoco” ancora in corso potrebbe non essere un incidente isolato, ma riproporsi nei prossimi anni. Alcuni modelli sul clima, tra l’altro quelli che prospettano un futuro più roseo, suggeriscono che il Pantanal potrebbe proseguire verso questo trend, diventare ancora più caldo e più secco, registrando un rialzo di temperatura di 7 gradi entro la fine del secolo. Questi cambiamenti potrebbero portare al collasso della vegetazione odierna del Pantanal, rendendola ancora più esposta agli incendi e spingendo la zona a diventare un tipo di ecosistema diverso.

Le fiamme che da mesi devastano il Pantanal sembrano non avere fine. Un anno, il 2020, che vede un altro triste primato, il record di dimensione e di durata degli incendi e che preoccupa più che mai i ricercatori e gli scienziati che si occupano di biodiversità e di protezione dell’ambiente

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