Israele, tutti contro Netanyahumattia
Ven, 06/04/2021 – 09:28


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Andrea Gaiardoni

Tutti contro uno. Contro il più forte, il più carismatico e subdolo, il più contestato, divisivo e disprezzato, capace di qualsiasi nefandezza pur di non perdere nemmeno un centimetro del suo protagonismo. E nonostante ciò (o proprio per questo) il leader più votato, ricoprendo da dodici anni a questa parte il ruolo di premier. Ma ora Israele tenta di voltare pagina e con una mossa a sorpresa (densa comunque d’incognite) lascia Benjamin Netanyahu fuori dalla porta del governo. Estromesso perché quasi tutti gli altri partiti hanno riconosciuto quel che era ormai impossibile negare: che il vero problema di Israele, dopo quattro elezioni ravvicinate, una frammentazione politica senza precedenti e una tensione tornata a livelli altissimi (dal recente, secondo alcuni sproporzionato, bombardamento di Gaza agli scontri con gli arabi sulla spianata delle Moschee), era proprio lui, King Bibi. La sua feroce ostinazione. Ed è questo l’unico collante che oggi lega formazioni diversissime tra loro, dall’ultra destra di Yamina ai Laburisti, dai centristi di Yesh Atid agli arabo israeliani della Lista Araba Unita. Disposti a rischiare una quasi impossibile convivenza pur di farlo questo benedetto passo: sfilare il potere dalle mani di Bibi Netanyahu. Che ora potrebbe essere costretto a presentarsi disarmato, senza immunità legate al ruolo, di fronte al tribunale che lo sta processando per tre distinti casi nei quali è accusato di corruzione, frode e abuso di potere.

SOCIETÀ

L’accordo di governo è stato sottoscritto da otto diversi partiti sul filo di lana, a poco più di mezz’ora dalla scadenza del mandato che l’ex giornalista televisivo Yair Lapid aveva ricevuto dal presidente Rivlin come leader del principale partito di opposizione (Yesh Atid, centrista, che alle ultime elezioni, del 23 marzo scorso, aveva ottenuto il 14% dei voti e 17 seggi), dopo che Netanyahu (il più votato, 30 seggi) non era riuscito a formare un governo, perché nessuno più voleva allearsi con il Likud. Un lavoro di tessitura realizzato con l’appoggio di Naftali Bennett, leader di Yamina (7 seggi) e con il sostegno decisivo delle altre formazioni coinvolte: di destra (il partito nazionalista Yisrael Beitenu, dell’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman, e New Hope, guidato dall’ex ministro dell’Istruzione Gideon Saar) di centro (Blu-Bianco) e di sinistra (Laburisti, Meretz). Oltre alla Lista Araba Unita (Ra’am, primo partito arabo nella storia d’Israele a entrare direttamente a far parte di un governo): il suo leader, Mansour Abbas, islamista moderato, ha deciso di non guardare il dettaglio (i recenti disordini in diverse città tra arabi e israeliani) ma di puntare a un progetto più ampio, a una cooperazione che potrebbe portare benefici a tutti: agli israeliani stabilità politica, senza Netanyahu tra i piedi; agli arabi investimenti mai visti (oltre 16 miliardi di dollari in piani di sviluppo per la società araba). E a lui stesso, che è stato l’ultimo a firmare l’intesa, proprio perché non voleva sorprese (e perché aspettava il placet dal Consiglio religioso), il ruolo di potenziale “dominus”, di ago della bilancia della politica israeliana. «La decisione è stata difficile, ma era importante raggiungere un accordo», ha poi dichiarato Abbas. Ma l’alchimia giusta per tenere unite tutte le componenti non sarà semplicissima da trovare.

 

Staffetta destra-centro

Per tutto ciò non appare eccessivo definire “storico” questo accordo di governo nel quale è previsto che il primo ministro, fino al 27 agosto 2023, sarà Naftali Bennett. Poi il ruolo, per un meccanismo a rotazione, passerà a Yair Lapid, che dovrebbe rimanere in carica fino alla scadenza naturale del mandato, a novembre 2025. Una mossa, quella della staffetta, già tentata in passato, quando Benny Gantz, leader di Blu-Bianco, si lasciò irretire dalle promesse di Netanyahu: il quale, al momento di passare la mano, non esitò un solo istante e fece cadere il governo, riportando il Paese nel caos politico, poco prima dell’esplosione della pandemia. Oggi la storia si ripete, ma sarebbe più prudente usare il condizionale, come conviene quando c’è di mezzo Netanyahu. Perché manca ancora un passaggio per decretare la sua, almeno momentanea, uscita di scena: il voto alla Knesset. E c’è da scommettere che King Bibi (71 anni, oltre 15 dei quali trascorsi a fare il premier) tenterà in ogni modo, e con ogni mezzo, di ostacolare quella che ha già definito “la frode del secolo”. Nel suo personalissimo mirino questa volta è finito Naftali Bennett, in passato uno dei suoi più stretti collaboratori, capo del suo staff dal 2006 al 2008, ex Ministro della Difesa, e ancor prima maggiore della Sayeret Matkal, l’unità militare di forze speciali, e leader del movimento giovanile Bnei Akiva, la più grande organizzazione religiosa sionista del mondo, che ha come obiettivo l’educazione dei giovani ebrei alla Torah. «Bennett si preoccupa solo di sé stesso e perciò sta facendo nascere un pericoloso governo di sinistra», ha dichiarato Netanyahu, con l’intento di deformare la realtà (Bennett è saldamente ancorato a destra: ultraliberista, portabandiera dei coloni in Cisgiordania, contrarissimo alla creazione di uno stato palestinese) proprio per sabotare qualsiasi azione a lui contraria. Anche se Bennett, in campagna elettorale, aveva promesso: «Mai con Lapid». Prodigi della politica.

Netanyahu tenta di far naufragare l’accordo

Entro dieci giorni, ma più probabilmente già la prossima settimana, la Knesset voterà la formazione del nuovo governo. Sulla carta, la grande coalizione può contare su 62 voti, uno in più della maggioranza richiesta (il Parlamento israeliano è formato da 120 membri). Ma c’è da tener conto dei malumori interni che questa “larghissima intesa” sta creando. Due parlamentari di Yamina, ad esempio, hanno già dichiarato che non voteranno a favore della nascita del nuovo esecutivo. Uno di loro, Nir Orbach, potrebbe però dimettersi prima del voto, consentendo così al partito di sostituirlo con uno più disponibile a dire sì. Sembra proprio questo l’ultimo baluardo di difesa rimasto in mano a Netanyahu: far pressione sui singoli parlamentari. E, c’è da scommetterci, li chiamerà uno ad uno, usando qualsiasi mezzo (sottolineato: qualsiasi mezzo) per convincerli. Come ha scritto Bibi sulla sua pagina Twitter: «Tutti i legislatori eletti con voti di destra devono opporsi a questo pericoloso governo di sinistra». Il margine per dar fastidio tuttavia esiste: più stretta è la maggioranza (ed è talmente eterogenea da risultare comunque di estrema fragilità), più sarà semplice ostacolare dall’opposizione l’azione del futuro governo. Intanto gli 8 partiti della maxi coalizione hanno chiesto un voto per la sostituzione del presidente della Knesset, Yair Levin, del Likud: temono che possa frenare le operazioni di voto e trascinarle fino all’ultima finestra possibile, per dar più tempo all’azione di sabotaggio del premier uscente, suo capo. Che intanto sta fomentando la piazza e muovendo i suoi sostenitori: centinaia di manifestanti si sono riuniti mercoledì scorso davanti all’hotel Kfar Maccabiah, a Ramat Gan, città alla periferia di Tel Aviv, dove si sono svolti gli incontri per la formazione della nuova coalizione. Minacce anche ai rispettivi leader e alle loro famiglie, in particolar modo nei confronti di Naftali Bennett, in un clima che si sta facendo sempre più teso. La polizia ha aumentato le misure di sorveglianza.

Bombardamento su Gaza: inchiesta dell’Onu per “crimini di guerra”

Si vedrà quale sarà il “peso” che riuscirà ancora ad avere Netanyahu (e fin dove lo spingerà la sua sete di “vendetta”) ora che è stato messo all’angolo non tanto dai suoi storici avversari di sinistra, ma dalla stessa destra, dai suoi stessi ex compagni di squadra, a lui vicinissimi per ideologia, ma che alla lunga non hanno più tollerato i suoi metodi senza scrupoli, «le sue tattiche spietate e prepotenti», come le ha definite l’analista Jeremy Bowen sulla Bbc. Una sorta di “tiranno” che ha ormai perso la capacità di tenere a bada se stesso. Perché è stato proprio il bombardamento di Gaza, così prolungato e feroce, con quel tributo spropositato di vittime civili, a far dire a molti basta, ora basta. Ormai non è più soltanto una questione tra destra o sinistra, tra israeliani e arabi, in quell’impasto di religioni e di ideologie che ha reso, e ancora renderà, inestricabile qualsiasi grumo di conflitto. Ormai è “tutti contro Netanyahu”: lui è il problema, l’obiettivo comune è la sua rimozione. «Nessuno dovrebbe aspettarsi grandi iniziative da un nuovo governo», prosegue Bowen. «Il solo fatto di sopravvivere all’assalto che Netanyahu sta pianificando sarà senza dubbio un lavoro a tempo pieno. I suoi oppositori sperano che la sua caduta continui nel tribunale di Gerusalemme dove è già sotto processo con gravi accuse di corruzione». Mentre il Consiglio per i diritti umani dell’Onu, ha annunciato l’apertura di un’inchiesta ipotizzando “crimini di guerra”, per indagare sulle «violazioni dei diritti umani commesse nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile scorso». La mozione, promossa dal Pakistan, ha ottenuto 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni. Il premier israeliano uscente non l’ha presa bene: «La vergognosa decisione di oggi è l’ennesimo esempio della palese ossessione anti-israeliana delle Nazioni Unite», ha dichiarato Netanyahu in una nota. Al Jazeera ha intervistato al proposito Yael Stein, direttore della ricerca presso B’Tselem, ong israeliana impegnata per la difesa dei diritti umani nei territori occupati: «Affinché un attacco sia legale, deve essere sia diretto a un obiettivo militare sia proporzionato», spiega Stein. «La storia dimostra che l’esercito israeliano sta interpretando questo principio in un modo molto più ampio che gli estensori del diritto internazionale non si sarebbero mai aspettati, e che è lontano da ciò che può essere considerato proporzionato».

Nelle prossime ore dunque si capirà se davvero Israele avrà la forza per voltare pagina, resistere alle pressioni e chiudere così l’era Netanyahu. «Con l’aiuto di Dio, faremo insieme ciò che è bene per Israele e ci rimetteremo in carreggiata», ha detto Naftali Bennet alla firma dell’accordo. Qualora invece la coalizione non dovesse ottenere la maggioranza dei voti alla Knesset, per Israele diventerebbe assai probabile il ricorso alla quinta elezione in due anni. Che comunque non sarà gestita dal presidente uscente, Reuven Ravlin, ma dal suo successore, Isaac Herzog, figlio d’arte (il padre, Chaim Herzog, è stato il sesto presidente d’Israele). Avvocato, laburista, 61 anni, ex ufficiale dei Servizi, Herzog è stato eletto con 87 voti su 120. Il passaggio di consegne avverrà il prossimo 9 luglio. «E’ mia intenzione costruire ponti tra le diverse parti della nostra società», ha dichiarato Herzog nel suo primo discorso. Per poi impegnarsi a «combattere l’antisemitismo e l’odio per Israele» e a «salvaguardare le basi della nostra democrazia». Infine una battuta, naturalmente neutrale, sulla battaglia politica in corso: «Sarò felice di lavorare con ogni governo, indipendentemente dal leader». Alla quale lo stesso Netanyahu ha replicato, gelido: «Non entriamo nel merito, adesso».

La politica di Israele cerca di voltare pagina, dopo 12 anni ininterrotti di potere da parte di Benjamin Netanyahu. Lo fa con una mossa a sorpresa: una coalizione (densa di incognite) trasversale tra partiti centristi, di destra e della Araba Unita. Una convivenza difficile pur di “spodestare” King Bibi

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Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu. Foto: Reuters
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