Iran, la nuova rivoluzione è una donna che canta solamartino.periti
Mer, 11/14/2018 – 10:25


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Martino Periti

C’era una volta l’Iran prima di Khomeini. Non era uno Stato libero e democratico, secondo i nostri canoni: ma concedeva agli uomini, e soprattutto alle donne, alcuni diritti e stili di vita di cui rimane solo memoria malinconica. Una delle libertà cancellate riguarda, come spesso avviene nei regimi totalitari, la musica: un tempo le donne potevano esibirsi senza restrizioni. Gli argini erano stati inondati da Qamar, la prima artista a cantare a Teheran da sola, senza velo, davanti a un pubblico maschile. Era il 1924.

Nel 1979 la rivoluzione travolge la dinastia Pahlavi. Il nuovo ruolo della donna, secondo i dettami dei religiosi al potere, deve conformarsi a un modello preciso. Come nella vita, anche nell’arte la donna non deve esprimere nulla di minimamente sensuale, seduttivo. Questo vale anche per il canto: se quello corale è ammesso, perché nella collettività il fascino individuale svapora, quello solistico di fronte a un pubblico misto è bandito. Così grandi artiste, come Marzieh, dopo la rivoluzione sono costrette a cantare clandestinamente o a lasciare il Paese.

A novant’anni dal gesto di Qamar tocca a una giovane musicista, Sara Najafi, tentare  di raccoglierne l’eredità. Prima donna in Iran a diplomarsi in composizione, Sara è decisa a sfidare il regime, chiedendo l’autorizzazione per un concerto pubblico con voci soliste femminili. A raccontare il suo tentativo è il fratello, il regista Ayat Najafi, che nel documentario No Land’s Song descrive passo passo la maratona di Sara, volto dolce ma tenacia invincibile, lungo le infinite tappe cui la costringono burocrazia, potere religioso, censura, servizi segreti. Un lungo cammino, che si intreccia con i contrasti di una società tanto vitale e desiderosa di libertà quanto costretta in una ragnatela di divieti e timori.

CULTURA


No Land’s Song racconta il tentativo, nell’Iran di oggi, di usare la musica per rivendicare normalità e uguaglianza

Sara è consapevole di compiere un’azione eversiva: ma, nel lento comporsi del suo disegno, usa prudenza e astuzia. Non vuole andare allo scontro con il regime, ma tenta di ottenere il permesso sfruttando le diverse sensibilità, le contraddizioni e gli altalenanti orientamenti politici di un Iran molto meno tetragono e immobile di quanto si pensi. A un religioso chiede quali versi del Corano vietino il canto femminile: le risponde che la sensualità della voce delle soliste distoglie i maschi da pensieri elevati, e Sara obietta che questo vale anche a sessi invertiti. Cerca una sponda nei concittadini musicofili, ma da un vecchio negoziante di strumenti emerge solo nostalgia delle cantanti passate, e rassegnazione per l’oggi. Quando nei mercati cerca dischi delle vecchie interpreti, è costretta a contrattazioni nascoste.

Con l’aiuto di alcune amiche cantanti, Sara architetta un piano melodico-diplomatico. Inviterà a Teheran per il concerto un gruppo di musicisti parigini, in prevalenza donne, creando così un caso con implicazioni internazionali, più difficile da liquidare. Ma quando l’ostinazione di Sara sta per fare breccia al ministero, la politica sembra mandar tutto all’aria: è il 2013, si vota per il nuovo presidente e le autorità hanno paura della minima apertura (alle spalle ci sono gli anni della “rivoluzione verde” contro i conservatori). Il concerto viene bloccato, le autorità francesi dissuadono i connazionali dal compiere imprudenze. Ma la vittoria del riformista Rouhani aprirà per Sara e i suoi compagni nuove prospettive, servizi segreti permettendo…

No Land’s Song racconta il tentativo, nell’Iran di oggi, di usare la musica per rivendicare normalità e uguaglianza, rivalutando il piacere dei sensi e la solidarietà femminile. Non importa rivelare se la sfida di Sara avrà successo: quel che conta è il senso della sua battaglia, che inevitabilmente si colora di politica (non è una coincidenza se Neda, la ragazza simbolo della “rivoluzione verde” assassinata durante le proteste, fosse cantante e musicista). Ayat Najafi, filmmaker iraniano trasferito a Berlino, ha esordito nel 2008 con Football Under Cover, documentario in cui l’intreccio Iran – donne – diritti si dipanava toccando un altro terreno spinoso, lo sport femminile: in quel caso, il confronto con l’Occidente si esprimeva in una partita tra le donne della nazionale iraniana e le colleghe di una formazione dilettantistica tedesca. In No Land’s Song l’alleanza al femminile si trasferisce sul piano culturale. Najafi segue la sorella nella kafkiana scalata al muro della burocrazia e della conservazione, e nel frattempo ci racconta, attraverso frammenti di società, incontri, semplici battute carpite al mercato o tra conoscenti, un Paese con una storia troppo lunga e illustre per annullarsi nel conformismo religioso. No Land’s Song, coproduzione franco-tedesca e diluvio di premi ai festival internazionali, apprezzatissimo da Nanni Moretti, in Italia non ha trovato distribuzione. Finirà nel calderone di qualche colosso dello streaming, che ne inscatolerà suoni, colori, esitazioni. Peccato.

Nel regime degli ayatollah, uno dei tanti divieti riguarda la voce femminile: i concerti sono ammessi solo per esibizioni di gruppo. In No Land’s Song, il regista Ayat Najafi racconta l’odissea della sorella Sara per organizzare uno spettacolo solistico. Una sfida culturale, che diventa politica
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Sara Najafi in “No Land’s Song”
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