Immagina un mondo senza fattimattia
Sab, 11/10/2018 – 08:15


Italian

Pietro Greco

Immagina un mondo senza fatti, titolava un editoriale di Science firmato da Jeremy Berg, il fondatore dello University of Pittsburgh Institute for Personalized Medicine e, dal 2016, direttore della rivista dell’American Association for the Advancement of Science. 

Un tema decisivo non tanto per chi fa scienza: l’aggancio ai fatti è cultura consolidata tra i ricercatori e, da Galileo in poi, non c’è possibilità di fare dichiarazioni fondate intorno alle cose che riguardano la natura senza affidarsi al giudizio delle «sensate esperienze». Senza tener conto dei fatti. Anzi, la teoria scientifica altro non è che il modo più economico per “salvare i fenomeni”, ovvero i fatti. 

I filosofi della scienza invitano, giustamente, a riflettere sul fatto (eh, sì) che non è semplice definirlo, il fatto. Anzi più la scienza progredisce, più i fatti diventano “intrisi di teoria”, come rilevava Karl Popper e prima di lui Pierre Duhem. Se ne ricava che i fatti non sono verità incontrovertibili. E tuttavia non è che quello che noi osserviamo e analizziamo e modifichiamo è un “mondo senza fatti”. Possiamo, infatti, discernere con ottima precisione un “fatto” da un “non fatto”. Basta, per esempio, accettare la definizione dello stesso Jeremy Berg: «I fatti sono affermazioni che hanno un’elevatissima probabilità di essere verificate ogni qual volta vengono effettuate ulteriori osservazioni appropriate».

È, dunque, un fatto che le mele cadono dagli alberi. Ed è un “non fatto” l’affermazione che le mele cadute spontaneamente saltano dal prato sul ramo. La leggenda (ovvero un fatto non verificato) vuole che Isaac Newton sarebbe stato ispirato proprio dalla caduta di una mela dall’albero nella ideazione della sua celeberrima teoria della gravitazione universale. 

Una teoria che è diventata essa stessa un fatto, proprio perché ha «un’elevatissima probabilità di essere verificata ogni qual volta vengono effettuate ulteriori osservazioni appropriate». La teoria di Newton è stata sempre verificata nel mondo nel quale ordinariamente viviamo, anche se da almeno un secolo sappiamo che va inglobata in una teoria più generale, la relatività di Einstein. La conferma con un numero enorme di verifiche indipendenti fa della teoria della gravitazione di Newton un fatto.

 Ebbene, sostiene Berg, i fatti sono componente essenziale sia nell’interpretazione sia nella previsione di altri fenomeni. Prendete il caso della materia oscura, che sta impegnando gli astrofisici da alcuni decenni. Fin da quando, a metà degli anni ’60 del secolo scorso, l’astrofisica Vera Rubin osservò che la velocità di rotazione di molte galassie non era spiegabile sulla base della teoria di Newton. A quel punto, delle due l’una: o la teoria di Newton è sbagliata o ci deve essere intorno alle galassie altra materia invisibile (sarà chiamata “materia oscura”) che fa in modo che le galassie rispettino la legge di gravitazione universale.   

È questa seconda opzione che prevale tra la maggioranza degli astrofisici. E il motivo è molto semplice, la teoria di Newton è considerato un fatto con «un’elevatissima probabilità di essere verificata ogni qual volta vengono effettuate ulteriori osservazioni appropriate». È dunque altamente improbabile che la “materia oscura” non esista. Ed è per questo che centinaia di fisici in tutto il mondo continuano a cercarla.

In definitiva, i fatti sono importanti per la scienza. Anzi, decisivi: non c’è scienza senza un forte aggancio ai fatti.

Ed è per questo che alcune affermazioni che riscuotono un certo consenso popolare non possono essere considerate affidabili. È il caso, per esempio, di alcuni “non fatti”, come le affermazioni intorno alla presenza di scie chimiche nei cieli o degli annunci di sbarchi di alieni sulla Terra. Si tratta di affermazioni con «una probabilità bassissima (anzi, finora, nulla) di essere verificate ogni qual volta vengono effettuate osservazioni appropriate».

Per la comunità scientifica è relativamente facile distinguere i “fatti” dai “non fatti”. Meno facile risulta per la società nel suo complesso. E, infatti, oggi molti sostengono che viviamo in un “mondo senza fatti”. Ovvero in un mondo in cui le affermazioni proposte da giornalisti, politici o, più in generale, opinion leadersdi ogni genere e provenienza, non si pongo il problema della verificabilità. 

La conseguenza è quella indicata da Jeremy Berg: discussioni (e azioni) che procedono senza molto fondamento. Il che sta creando un “mondo di ignoranza”

Ora fondare il mondo sull’ignoranza piuttosto che sulla conoscenza comporta rischi facili da prevedere. Prendiamo il caso dei cambiamenti climatici. Le affermazioni negazioniste non basate sui fatti di molti opinion leaders, giornalisti e, soprattutto, politici rischiano di portare il mondo in un regime climatico indesiderabile, con una temperatura media ben superiore al limite massimo considerato accettabile dalla comunità scientifica esperta di 1,5/2,0 °C. 

La storia, soprattutto quella europea, insegna che un mondo senza fatti è facile preda di demagoghi e dittatori

Le conseguenze ambientali, sociali e anche politiche di un(di ogni) “mondo senza fatti” potrebbero rivelarsi catastrofiche per l’umanità.

Di qui la necessità urgente per giornalisti, politici, opinion leadersdi ricostruire un “mondo di fatti”.

È vero: l’adesione ai fatti non basta, da sola, a fare una “buona politica” così come non basta a fare “buona scienza”. 

Ma è altrettanto vero che non è possibile fare una “buona politica” facendo a meno dei fatti.  

SOCIETÀ

Immagina un mondo senza fatti, titolava un editoriale di Science. Un tema decisivo non tanto per chi fa scienza: l’aggancio ai fatti è cultura consolidata tra i ricercatori e, da Galileo in poi, non c’è possibilità di fare dichiarazioni fondate intorno alle cose che riguardano la natura senza affidarsi al giudizio delle «sensate esperienze»

hp Didattica Ricerca Ateneo
1

Comments

comments