Per Giuliano Scabia, il poeta alberomattia
Mer, 05/26/2021 – 12:04


Italian

Cristina Grazioli

È bellissimo l’andare. È 

luce. Andar via, tornare. Trovare

tracce, orme, odori – occhi

in attesa di guardare. Vedere

dentro l’ombra.

Giuliano Scabia, da Canto del crinale, in Canti del guardare lontano (2012)

CULTURA

Andare, vagare sono parole chiave dell’arte poetica di Giuliano Scabia: incessante movimento, ricerca senza affanno, incedere nel soffio del respiro all’unisono con l’anima delle Cose. Dare voce agli elementi naturali, ad oggetti umili, animali, piante, è il motore della sua opera, che nel vano tentativo di sintetizzare in una parola, chiamerei “cosmica”.

Era nato a Padova nel 1935 e si era laureato all’università di Padova in Filosofia morale nel 1960, con una tesi su Amore e conoscenza nell’etica di Feuerbach. La scomparsa del poeta lo scorso 21 maggio, nella sua casa di Firenze, ha colto molti di noi impreparati. In questi giorni, smarriti nel vuoto che ha lasciato in tutti coloro che lo avevano conosciuto, cerchiamo di allargare lo sguardo all’insieme del suo lavoro, al suo laboratorio permanente di poesia, declinata in tante forme.

Ma è impossibile riassumere la sua opera – nel senso più denso e originario del termine, cioè nel suo nesso inscindibile con il fare, con la manualità e la gestualità. Ci limiteremo allora a ricordare alcuni episodi della sua immensa ‘officina’: quelli più vistosi, entrati nella storia del teatro, delle arti e della cultura, insieme ad alcuni meno appariscenti, ma significativi del suo procedere.

Dopo una significativa frequentazione del paesaggio più innovativo della ricerca sui linguaggi, con la partecipazione al Gruppo 63 e la vicinanza alle punte più avanzate della ricerca musicale (del 1964 La fabbrica illuminata con Luigi Nono), Scabia è uno dei protagonisti del variegato movimento del Nuovo Teatro italiano: ne è momento importante la presentazione alla Biennale del 1965 di Zip-Lap-Lip-Vap-Mam-Crep-Scap-Plip-Trip-Scrap e la Grande Mam alle prese con la società contemporanea, esempio tra i tanti di creazione collettiva e di scrittura di scena, con il regista Carlo Quartucci (tra gli attori Leo de Berardinis, Claudio Remondi, Rino Sudano).

Negli stessi anni pubblica i primi testi: scrittura e teatro procedono sempre intersecando linguaggi e percorsi.

Altra tappa capitale, pietra miliare di un modo di concepire il teatro e l’arte al di fuori dei luoghi tradizionalmente deputati e in stretta connessione con l’esistenza, è costituita dall’esperienza di animazione all’Ospedale Psichiatrico di Trieste diretto da Franco Basaglia: un’impresa destinata a rimanere nella storia, culminata nella creazione di Marco Cavallo: il cavallo blu in legno e cartapesta liberato dalle mura della costrizione e fatto sfilare nello spazio della città con il corteo festante dei matti (1973; si veda per esempio Beppe Dell’Acqua).

La coincidenza tra dimensione esistenziale e artistica sostanzia la lingua di Scabia, frutto di una ricerca continua di radici – nel caso del poeta padovano, quelle venete. Questa ricerca, va sottolineato, è sempre gesto, azione fisica. Scrive Fernando Marchiori che «per ritrovare la “lingua ricca e storta” dei grèbani e dei Ronchi Palù o i resti delle lingue scomparse delle bestie e degli uomini basta infatti capovolgere sassi e zolle, come insegna il professor Pandolo a Nane Oca. Ma appunto bisogna capovolgerli: serve un gesto, un movimento, un’azione in uno spazio. Serve il teatro. Non si comprende la scrittura di Scabia senza coglierne la fisicità, la gestualità implicita. Una scrittura come teatro che è l’altra faccia del teatro come scrittura» (l’articolo fa parte di una serie di preziosi interventi dedicati a Scabia negli ultimi anni dalla rivista Doppiozero; ricordiamo anche il Festival Scene di Paglia, diretto da Marchiori, che più volte ci ha regalato performance e camminate teatrali con il poeta itinerante Scabia).

Viene alla mente anche la dimensione “cubica” del libro (nella fattispecie Pinocchio) di cui parlava Giorgio Manganelli.

Ma anche la lingua del conterraneo Ruzante; l’ultima volta che ci siamo sentiti tornava ad elogiare Quinto Rolma. Pavan an? Intitolava uno scritto ora raccolto nel volume Una signora impressionante, 2019, una raccolta di scritti preziosi e illuminanti su tutto il percorso di Scabia (la “signora impressionante” è la poesia).

Dalle prime esperienze di ricerca teatrale germina ben presto il Teatro vagante: al primo testo, Commedia armoniosa del cielo e dell’inferno (1972) se ne aggiungeranno incessantemente altri, facendone la dimensione propria del teatro di Scabia. Mai formula si è rivelata più calzante: vagante perché itinerante, in cammino nello spazio del mondo, ma anche perché si reincarna continuamente da una forma all’altra, lungo i decenni. Nell’epilogo di Visioni di Gesù con Afrodite(2004) leggiamo «Il Teatro vagante si stacca da terra: ha la forma di barca, di albero, di casa, di coppa, di culla, di carro – è anche il luogo dove gli attori hanno recitato»: una definizione che con varianti ritorna spesso negli scritti e nelle conversazioni dell’autore.

In quegli anni di effervescente sperimentazione, racconta il poeta, lo vede Squarzina e lo chiama al Dams di Bologna, nel 1972, dove insegnerà Drammaturgia sino al 2005; quanto ancora oggi il teatro italiano deve imparare ad utilizzare questa parola… “studiare” i corsi e i laboratori di Scabia potrebbe essere un ottimo viatico per restituirle le giuste implicazioni – pensiamo solo all’importanza del processo di traduzione, che andava ‘incarnata’, cioè declinata da ogni partecipante nelle molteplici possibilità; pensiamo allo sguardo mobile tra studio del testo, delle sue tradizioni e la rivitalizzazione nello spazio e nei corpi.

Ricordiamo Il Gorilla quadrumàno realizzato dal gruppo di Drammaturgia e la cui esperienza viene pubblicata nel 1972 (nel 1975 lo spettacolo viene portato al Festival di Nancy) e lo splendido progetto su Leonce und Lena di Büchner, del 1978, anch’esso documentato qualche anno dopo dal volume scritto insieme a Massimo Marino Dire fare baciare. Ancora esempi di come scena e scrittura si rincorrano continuamente.

Se è impresa vana dare conto delle tantissime attività, tutte in modo diverso importanti, è invece forse possibile abbracciare con un sol respiro – e sguardo – la dimensione poetica che sostanza le tante avventure. Perché si tratta di una dimensione unitaria, che fa risuonare in armonia la varietà delle specie come in un edenico giardino ritrovato – il Paradiso che spesso si affaccia nei suoi testi.

Un abbraccio cosmico ci appare lo sguardo, affidato alle mani, alla dimensione fabbrile della scrittura, del «poeta luminoso» Scabia (come lo chiama Massimo Marino, uno dei suoi più cari allievi e conoscitori, nel bel ricordo su Doppiozero,).

Quali i tratti che rendono possibile questo abbraccio?

Una sincerità espressiva che ci fa pensare al teatro di Francesco di cui parlava Antonio Attisani (per lo studioso San Francesco è l’autore di un’azione poetica che incarna un’idea di teatralità volta a ritrovare l’armonia tra tutte le cose).

La concezione di un teatro mondo che non contempla l’idea di ‘finzione’.

Una poesia che si esprime in tutti i linguaggi e che dà voce alle cose – al mondo naturale in primis, animali, piante, fiori, astri… E questo dare voce a tutte le creature è già teatro – creazione di personaggi. La sua scrittura  è viva anche perché animata da queste voci-presenze.

Una gentilezza mai consolatoria, che si accompagna garbatamente ad uno sguardo fermo e lucido sulle storture del mondo.

Ma questo respiro che permea ogni creazione di Giuliano Scabia ci sembra possibile anche per il fatto che le sue creature, una volta partorite (bausséte… direbbe il poeta), non lo abbandonano più.

Marco Cavallo è Giuliano Scabia, come è le collettività che ha incontrato. La storia delle sue opere è una sorta di spirale che ripercorre luoghi e forme e ogni volta li ricrea, arricchiti di nuovi incontri e nuove immagini.

Non a caso I racconti di Nane Oca (che evocano Les contes de ma mère l’Oye di Perrault, mitiche narrazioni sempre reincarnate) formano una saga.  

E così ci appare il suo mondo, in continua crescita: andare, senza dimenticare. Ogni pezzo di vissuto cucito addosso – perché cucito nel tessuto del mondo.

L’idea stessa di Teatro vagante esprime la dimensione di queste reincarnazioni, che non si può disgiungere dall’universo del Poeta albero – forse il più eloquente per tentare di afferrare con un’immagine l’eterno fanciullo Scabia. È il titolo di una delle numerose opere edite da Einaudi (Il poeta albero, 1995). Un libro dove, come in altri, sfuma il confine tra il segno delle parole e quello del disegno, a ribadire la dimensione immaginativa e figurale: «far parlare le cose, farle camminare nell’aria, nel vento, nel fiato dell’anima. La natura, paesaggio, acque, fiumi, mare, alberi, bosco, bestie, corpo, tutto è anima. E anima è anche l’amor carnale, il balbettio e l’estasi dell’Eros» (dalla quarta di copertina del volume).

Nell’incessante fluire l’una dentro l’altra di cose e immagini, gli fa eco L’albero dei poeti costruito in cartapesta dipinta dallo stesso Scabia, parte del Teatro vagante. Una sorta di reinvenzione del castello burattinesco, corps-castelet (corpo-baracca) direbbero i francesi oggi: poesia fatta con le mani, con la materia, spiega lo stesso autore in un’intervista. Vi trovano posto tutti i suoi poeti, da Blake ai poeti “selvatici” delle campagne e dei boschi… Giuliano Scabia, il poeta del fantastico naturale, dello sguardo su di un mondo altro, rovesciato, non si è mai posizionato fuori dalla realtà  – ma sul crinale di un viaggio incessante “di qua e di là dal mondo”. Cito questa espressione che è il titolo di un progetto dedicato ad un umile burattinaio, della specie che piaceva a Scabia…

Di qua e di là dal mondo

Mi concedo un ricordo personale. Stavo lavorando alla mostra promossa dal Comune di Castelfranco Veneto, dedicata al burattinaio Bepe Pastrello quando del tutto casualmente ho incontrato Giuliano Scabia ad un caffè vicino alla nostra università (parlavo – o meglio ascoltavo Amedeo Maddalena parlare di buchi e neri e luce-materia…). Scambiamo due parole e gli racconto del progetto Pastrello – mi risponde che possiede alcuni burattini di Bepe; gli occhi azzurri scintillano e si ingrandiscono nel pronunciare Arlechìn batòcio… Affare fatto. Ce li presta per la mostra. Il progetto va in porto. Quando vado a Firenze a ritirare i burattini mi dà appuntamento al ristorante Kosher Ruth’s, da Tomas Jelinek (senza sapere che lo conoscevo perché lo avevo invitato con il suo burattino Kasparek a Piove di Sacco, vent’anni prima…). Poi nel suo studio mi legge l’intero testo Teatro nello spazio degli scontri – e della gentilezza. Si trattava di un riferimento ad un testo pubblicato negli anni di Marco Cavallo, Teatro nello spazio degli scontri, vivida documentazione delle complessità del teatro politico dopo il Sessantotto. Secondo la consueta figura a spirale, l’autocitazione si ingentiliva – e si affidava alle voci dei burattini (lo aveva letto al Convegno dei Teatri delle diversità di Urbania nel 2015 – lo abbiamo poi ripubblicato nel volume sul progetto Bepe Pastrello, Di qua e di là dal mondo. Umani e non umani nell’arte dei burattini di Bepe Pastrello). Nella breve parentesi di riapertura dei teatri la scorsa estate, abbiamo avuto la gioia di ospitare il poeta vagante Scabia, che con la sua gerla di burattini approdava alla Biblioteca Comunale, accompagnato dal violoncello di Michele Sambin (una documentazione video è visibile qui).

Ho voluto citare questo episodio perché è un piccolo esempio del tessuto sonoro creato dalle voci sulle quali il poeta non ha mai smesso di intonare il suo canto… Come le piante, Giuliano Scabia guardava il cielo ma aveva radici terrestri, nascoste e ramificate – le tante esperienze significano una moltitudine di persone e di luoghi che lui anche senza saperlo ha fatto cantare insieme.

Ma ho evocato la nostra recente collaborazione anche per ricordare il suo desiderio di conoscere le tradizioni popolari, non per museificarle, ma alla ricerca di archetipi rivitalizzanti (aveva conosciuto Pastrello perché lo era “andato a cercare”, alla fine degli anni Ottanta, in cerca di burattinai veraci).

Ed è anche un segno del suo modo di instaurare collaborazioni, sempre in movimento, camminando e facendo camminare i “piedi della poesia”.

Vogliamo infine ricordarlo in alcune (troppo poche) recenti occasioni legate alla nostra Università, come il suo omaggio a Donato Sartori, nel giugno del 2018, all’Aula Emiciclo dell’Orto Botanico (anche qui rimettendo in vita un cammino che lo conduceva al Teatro Maddalene – in video, anche qui complice la musica di Michele Sambin), e la partecipazione agli Incontri al Bo nel 2015, dove con Antonio Costa e Giorgio Tinazzi presentava i Canti del guardare lontano (Einaudi, 2012) e il film Salita alla montagna Etna con visione del fuoco, di Giuliano Scabia e Maurizio Conca (al quale dobbiamo anche, con immensa gratitudine, l’ultimo video, dedicato a Bepe Pastrello).

Ce lo immaginiamo così ora Giuliano Scabia, eterno poeta fanciullo, sempre a caccia di nuovi sentieri, figura di luce nella Foresta senza ombre di Nane Oca rivelato, in gentile intesa e complicità con il mondo elementare delle cose naturali, delle forme, dei suoni, delle luci e dei profumi, in groppa al cavallo alato Teatro Vagante «che comincia a volare pian piano – gli spettatori, se vogliono, lo seguono».

(finale di Visioni di Gesù con Afrodite).

Per la biografia di Giuliano Scabia rinviamo al nutrito testo curato da Stefano Casi in Stefano Casi, 600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia, 2012, reperibile in rete http://www.edizioniets.com/priv_file_libro/1487.pdf

Per un approfondimento dell’opera teatrale si veda il focus dedicato a Giuliano Scabia in https://nuovoteatromadeinitaly.sciami.com/giuliano-scabia-biografia-opere/

Pochi giorni fa è mancato Giuliano Scabia, nato a Padova nel 1935 e laureato in filosofia all’università di Padova. Cerchiamo di allargare lo sguardo all’insieme del suo lavoro, al suo laboratorio permanente di poesia, declinata in tante forme

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