La Giornata della memoria e l’Italia di oggifrancesco.suman
Ven, 01/25/2019 – 14:28


Italian

Francesco Suman

I primi 30 sono stati caricati la mattina del 22 gennaio. L’autista sapeva che si sarebbero dovuti recare in Basilicata, ma non ha voluto o potuto rivelare la destinazione esatta. Una donna, deputata, si è piazzata davanti al veicolo per non farlo partire fino a che non avesse ricevuto garanzie su dove venissero portati. Il giorno dopo, tre pullman hanno portato via 75 persone, dirette verso Abruzzo, Molise e Marche.

14 bambini che avevano iniziato le scuole non hanno avuto nemmeno il tempo di salutare i compagni di classe. Ansou Cissé, senegalese, poco più che ventenne, è scoppiato in lacrime quando gli hanno detto che avrebbe dovuto abbandonare la sua squadra di calcio. E con lui se ne sono andati una donna malata di tumore e un’altra che ogni mattino doveva andare all’ospedale per allattare il figlio nato prematuro. Alcuni hanno dovuto lasciare il lavoro che si erano trovati. Altri non sono nemmeno saliti sul pullman, si sono recati direttamente alla stazione dei treni, per dormire.

48 ore di preavviso e un blitz dell’esercito: è iniziato così lo sgombero del Centro di accoglienza per i richiedenti asilo, il Cara di Castelnuovo di Porto, poco fuori Roma, il secondo più grande in Italia dopo quello di Mineo. Giovedì 24 altre 85 persone sono partite verso Toscana ed Emilia, riportano alcuni, altri dicono verso la Campania. Venerdì 25 in 50 sono stati mandati in Piemonte. Lo smantellamento completo è previsto entro il 31 gennaio. Un deputato romano ha parlato addirittura di modalità da lager nazista”. Chiaramente il paragone non è, e non può essere, letterale, ma denuncia con un’iperbole un’inquietudine che si avverte nella società di oggi.

Nei Cara i migranti stanno il tempo necessario alla loro identificazione per ottenere risposta alla domanda d’asilo. Gli Sprar invece (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati) realizzano la seconda accoglienza, inserendo i migranti in un percorso di integrazione con l’attivazione di specifici progetti territoriali.

Il 27 novembre 2018 il governo ha posto il voto di fiducia sul “decreto sicurezza”. Più di 600 emendamenti al decreto sono stati ignorati. 336 voti a favore, 249 contrari. Approvato. Soddisfatto per un decreto fortemente voluto, nei festeggiamenti il ministro Salvini aveva invitato i suoi alla “sobrietà, sennò saliamo sul balcone”.

L’articolo 1 abroga il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Al suo posto vengono introdotti permessi speciali, che di fatto ne restringono le condizioni per l’ottenimento.

L’articolo 12 riforma, depotenziandoli, gli Sprar, fondamentali per i percorsi di integrazione, dai corsi di lingua alle attività sociali. Solo coloro che hanno già ottenuto l’approvazione della domanda di protezione internazionale ne avranno accesso. I richiedenti sono esclusi da queste strutture.

Il sindaco di Riace Mimmo Lucano ha definito i Cara i “nuovi ghetti”. Ma il governo, invece di riformarli, punta a chiuderli. Se alcuni di questi centri di accoglienza sono stati gestiti in modo irregolare lo accerterà la magistratura. La Procura di Padova sta indagando per truffa, falso e maltrattamenti una cooperativa (Ecofficina) che negli ultimi anni aveva decuplicato il proprio fatturato e che gestiva i centri di Cona, Bagnoli e della Prandina a Padova.

Ma la politica e la giustizia rappresentano due poteri separati e il “decreto sicurezza” segue delle linee guida molte chiare: rende più difficile ai richiedenti asilo restare in Italia, rende più facile il ritiro del loro status di protezione internazionale (in particolare se hanno commesso reati), risparmia sulla gestione della loro permanenza in Italia, anche a costo di peggiorare le loro condizioni di vita, e depotenzia i percorsi di integrazione. È questa la “fine della pacchia”.

“Se sei qui a chiedere asilo politico non puoi pretendere di andare a Cortina” ha detto il ministro dell’Interno. “Mi ero impegnato a chiudere le mega strutture dell’accoglienza, dove ci sono sprechi e reati, come a Bagnoli, a Castelnuovo di Porto, a Mineo. E lo stiamo facendo. E’ solo buon senso e buona amministrazione che farà risparmiare agli italiani 6 milioni di euro all’anno non togliendo diritti a nessuno”.

Eppure, ad oggi è difficile capire cosa ne sarà di decine, centinaia, forse migliaia di persone, titolari della protezione umanitaria, che per effetto del decreto non avranno più diritto all’accoglienza e quindi non verranno trasferiti negli Sprar.

“Io non ho interessi, non entro nel merito politico del decreto sicurezza ma da sindaco chiamato a dare riposte immediate ai bisogni dei cittadini ribadisco che non è possibile mettere persone in mezzo alla strada da un giorno all’altro” ha dichiarato il sindaco di Castelnuovo di Porto Riccardo Travaglini. “A Castelnuovo ne avremo 20 in queste condizioni, ho dovuto attivare i servizi socio assistenziali, ho dovuto fare un’ordinanza di protezione civile e allestire un presidio per le prime necessità di questi ragazzi. Mouna, 25 anni, una ragazza somala adesso è a casa mia, ha la protezione umanitaria fino al 2020 ma non ha più diritto all’accoglienza: per lei presenteremo ricorso alla Corte europea“.

Molti giornali hanno riportato commenti che definiscono il provvedimento in contrasto con la tutela dei diritti e della dignità delle persone, un decreto liberticida che fa fare un deciso passo indietro dalle conquiste ottenute con la lotta al nazifascismo.

L’account ufficiale della basilica di San Francesco d’Assisi, adeguatasi all’era digitale, ha twittato “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno (Luca 23, 24)”.

Uno dei fattori più allarmanti di questo decreto è costituito dal fatto che vengono volutamente tenute insieme due tematiche che avrebbero dovuto stare separate: la sicurezza e l’immigrazione.

Viene fatto passare il messaggio che le cause dei nostri mali vengano da fuori. Vengono alimentati con la paura dell’estraneo i processi di rafforzamento dell’identità collettiva. L’avanzata del diverso minaccia la nostra rassicurante visione del mondo e perciò va respinta. Le storie umane di ciascuno di loro restano invisibili.

A cosa serve la giornata della memoria? Ad estrarre dalla teca della storia, una volta l’anno, i drammi del passato, per subito dopo riporli con altrettanta cura in un contenitore asettico? O è forse uno strumento di cui ci siamo muniti per continuare a combattere quelle battaglie per cui fiumi di sangue sono stati versati? Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza, scriveva Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici, opera in cui il filosofo della scienza afferma che è stata la fiducia nella razionalità dell’uomo a portare la società occidentale a diventare per prima una società aperta, una società che rende libere le facoltà critiche della persona. Per una vita Popper, ebreo austriaco fuggito dal nazismo, ha studiato il principio di demarcazione tra affermazioni scientifiche e pseudoscientifiche. L‘irrazionalità, nelle sue varie forme, è un nemico contro cui dobbiamo sempre tenere la guardia alta.

L’anno scorso, a 80 anni dal Manifesto della razza e dalle leggi razziali anti-ebraiche, troppo spesso si è sentito parlare nel dibattito pubblico di razze umane. Colui che poi è stato eletto presidente della regione Lombardia, aveva dichiarato che l’invasione dei migranti mette a rischio “la nostra etnia, la nostra razza bianca”, che dunque va difesa. Nell’agosto nel 1938 veniva fondata la “Difesa della razza”, rivista che per 5 anni ha divulgato teorie pseudoscientifiche sulla razza e tesi complottiste contro ebrei, massoni e bolscevichi.

Pochi giorni fa il senatore Elio Lannutti è tornato ad avvalorare i “Protocolli dei Savi di Sion”, un noto falso che documenterebbe le riunioni dei savi anziani ebrei che pianificavano segretamente il dominio del mondo. Il governo fascista era intriso di complottismo e sia Mussolini sia Hitler hanno avvalorato e propagandato tesi di complotti giudaici e bolscevichi.

Riavvalorare i Protocolli dei Savi di Sion, documento alla base dell’antisemitismo moderno, è un fatto gravissimo che deve essere condannato, pubblicamente” ha dichiarato Michele Sarfatti, storico, direttore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano dal 2002 al 2016, ospite dell’università di Padova in Sala dei Giganti venerdì 25 gennaio per celebrare la Giornata della memoria.Occorre che il presidente del Senato censuri quelle parole. Non è tollerabile, non deve passare nel silenzio, altrimenti sarebbe indifferenza, sarebbe complicità”.

SOCIETÀ

Negli anni 30 l’antisemitismo era già presente, senza Auschwitz, senza le camere a gas. Era un modo di pensare diffuso dei cittadini europei, che pensavano al disprezzo, all’ostilità, a una vaga revoca dei diritti da applicare a una razza di furbi, accaparratori, internazionalisti, dominatori del mondo.

Le leggi razziali non furono un fulmine a ciel sereno, ma un processo di lenta crescita di cui qualcuno si accorse prima di altri. Claudio Treves, politico antifascista italiano, già nel 1923 scriveva: “Quando trionfa il dispregio della libertà, torna il potere temporale e torna l’antisemitismo” (Niente antisemitismo, in “La giustizia”); e nel 1928 si accorgeva della minaccia totalitaria: “La battaglia contro l’ebreo comincia fascisticamente in Italia. Logico del resto. La tolleranza ripugna al totalitarismo del sistema” (Fascismo ed ebrei, in “La libertà. Giornale della concentrazione antifascista”).

Oggi assistiamo a una recrudescenza del sentimento razzista che forse non avremmo creduto possibile. Barconi e balconi, un razzismo diffuso, un odio becero e volgare, non solo nei confronti degli immigrati, ma anche di diverse minoranze: “Calano fatturato e Pil, ma aumentano i gay – c’è poco da stare allegri”, titolava Libero lo stesso giorno in cui partiva il primo pullman da Castelnuovo.

Treves così veniva descritto nel 1919 dal Giornale dei fasci di combattimento di Milano: “Faccia deforme, spalle sbilenche, occhio porcigno, voce chioccia, sorriso eternamente beffardo. Ebreo, è il tipo più idoneo per accentuare contro la sua razza la diffidenza e l’antipatia”.

Lindifferenza è stato l’alleato più prezioso della deriva nazi-fascista e oggi è ancora l’alleato più prezioso delle ingiustizie, della privazione silenziosa dei diritti, delle sofferenze e della morte di migliaia di persone che non hanno una destinazione. Nel mondo globalizzato anche i lager vengono delocalizzati, e i “nuovi lager” ci sono già, in Libia. Chi ci è stato ha dichiarato che preferirebbe morire in mare piuttosto di farci ritorno.

Dove va uno quando non ha un posto dove andare?” si chiede Michele Sarfatti, raccontando la tragica vicenda di quattro ebrei ungheresi. L’11 marzo 1939, Eleonore Lindelfeld, 73 anni, e i tre figli Eugene, Arthur e Renee Kuerschener, si trovavano a Taormina, ma erano loro rimasti pochi giorni per lasciare l’Italia. Non sapendo dove andare, disperati, noleggiarono una barca a remi, appesantirono i propri vestiti con dei sassi e si lasciarono trascinare a fondo. Arthur, giornalista radiofonico già espulso dalla Germania nazista, aveva scritto una lettera a un amico, spiegando che il gesto era stato compiuto “volutamente, eppure contro il proprio volere”.

A cosa serve la giornata della memoria? Ad estrarre dalla teca della storia, una volta l’anno, i drammi del passato, per subito dopo riporli con altrettanta cura in un contenitore asettico? O è forse uno strumento di cui ci siamo muniti per continuare a combattere quelle battaglie per cui fiumi di sangue sono stati versati? Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza
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